Francesco Verducci, senatore del Partito democratico impegnato nella tutela dei diritti dei lavoratori dello spettacolo e a supporto delle produzioni indipendenti: «Occorrono indipendenza e sostegno ai nuovi talenti»

Francesco Verducci
Tagli alle risorse, modifiche del tax credit, pandemia e strapotere delle piattaforme di networking. È con tutto questo che il cinema italiano deve fare i conti. Secondo i dati Cinetel, il 2025 è iniziato positivamente con un incremento del 10% degli incassi a gennaio rispetto all’anno precedente. Tuttavia, il mese di ottobre 2025 ha registrato un calo del 22,5% rispetto al 2024. Come salvare il cinema italiano? Ne parliamo con Francesco Verducci, senatore del Partito democratico, membro della Commissione cultura e Commissione vigilanza Rai.
Lei ha definito la situazione del cinema italiano una “crisi drammatica”. Quali sono i dati che fotografano meglio questo momento difficile?
L’indicatore più preoccupante è la chiusura della gran parte delle produzioni italiane, con la conseguente e massiccia perdita di posti di lavoro. Il 2025 è stato un anno terribile, ma il declino è iniziato nel 2024, con la modifica dei criteri del tax credit. Questo strumento non è un semplice “regalo”, ma una leva di politica industriale che genera un ritorno enorme per l’economia, oltre a essere un pilastro della nostra democrazia e del pluralismo culturale.
In questo scenario, come si colloca la sfida contro lo strapotere delle grandi piattaforme di streaming?
Il Covid è stato uno spartiacque. Lo strapotere delle piattaforme si è acuito tantissimo con la pandemia e oggi la gran parte dell’offerta dell’audiovisivo è dominata dalle multinazionali; quindi, dalle piattaforme di streaming che tutti conosciamo, da Netflix a Disney, Amazon e via dicendo. Questo ha divorato praticamente tutto il sistema a livello mondiale, pertanto, se non ci sono delle politiche forti a livello europeo e anche a livello nazionale, rischiamo che questo settore venga completamente fagocitato dalle multinazionali americane, le grandi piattaforme di intrattenimento. Ormai ci sono delle concentrazioni oligopolistiche molto forti e chi gestisce le piattaforme di social networking ha anche la gestione, di fatto, della gran parte dei grandi soggetti di produzione dell’audiovisivo. In questo contesto rischiamo di perdere il nostro cinema, dato – in particolare – dalle produzioni indipendenti.
Da qui l’intuizione del sostegno alle produzioni indipendenti…
Proprio all’indomani della fine dell’emergenza Covid, quando già emergevano tutte queste linee di tendenza, ho depositato un disegno di legge per il sostegno alle produzioni indipendenti, facendo leva su un tema molto importante, su una direttiva europea che è quella dell’eccezione culturale. Non tutti i prodotti sono uguali agli altri, alcuni prodotti hanno bisogno del sostegno pubblico per stare sul mercato, si tratta dei cosiddetti ‘prodotti difficili’, sperimentali, perché quando un autore ancora non è conosciuto dal pubblico ha bisogno di un sostegno: ci sono dei prodotti che è giusto siano sostenuti.
Tra le vostre proposte spicca l’istituzione di un’Agenzia per il cinema sul modello francese. Qual è l’obiettivo?
Si tratta di una proposta a prima firma della segretaria Elly Schlein, nata da un’idea di Pupi Avati. L’obiettivo è duplice: rilanciare il settore in modo strategico e, soprattutto, garantire che il cinema rimanga autonomo.
Da anni lei è tra gli animatori degli “Stati Generali dello Spettacolo”. Quali risultati avete ottenuto con questa iniziativa?
L’obiettivo è mettere la cultura al centro dell’agenda politica partendo dai lavoratori. La cultura è lavoro, non è un concetto astratto. Gli Stati Generali sono diventati un appuntamento annuale strategico dove nascono gruppi di lavoro che trasformano le istanze dei professionisti in proposte di legge, iniziative parlamentari e campagne di opinione. Vogliamo che le nuove generazioni siano messe in condizione di far emergere il proprio talento con tutele reali.
Ha scritto anche una legge sull’Indennità di discontinuità a supporto dei lavoratori dello spettacolo. In cosa consiste?
Si tratta di una legge molto importante che avevamo fatto nella scorsa legislatura che per la prima volta riconosceva ai lavoratori dello spettacolo un welfare universale, poiché si tratta di lavoratori atipici. Un lavoro intermittente, che prevede una lunga preparazione prima di andare in scena, precario. La legge, dunque, riconosceva il lavoro sia ai fini previdenziali – considerato che è difficilissimo per un lavoratore dello spettacolo avere una pensione – sia in termini di tutele. L’Indennità di discontinuità così come l’abbiamo approvata, però, è stata definanziata.
Qual è, secondo lei, la ricetta per rilanciare il settore cinematografico?
La ricetta intanto è non snaturare, non accettare l’idea che solamente i più grandi gruppi possano continuare ad andare avanti, perché l’esperienza ci dice che il cinema è un ecosistema dove, per avere le grandi case di produzioni cinematografiche, servono anche le piccole case di produzioni indipendenti in una osmosi che c’è tra i due. Occorre poi tutelare l’eccezione culturale, l’indipendenza, il pluralismo produttivo, e sostenere i nuovi talenti perché il rischio che si corre è quello di essere subalterni allo strapotere degli algoritmi.
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