La storia della gemma “più maledetta al mondo”, accusata di trascinare in rovina chiunque ne venga in possesso
Tutto inizia nel XVII secolo, quando il mercante francese Jean-Baptiste Tavernier torna da una delle sue spedizioni in India con un diamante grezzo da 112 carati, probabilmente estratto dalla miniera di Kollur a Golconda. Nel 1668 lo vende a Luigi XIV insieme ad altre pietre preziose e il gioielliere di corte, Sieur Pitau, nel 1673 lo trasforma in un brillante da 67 carati, di un intenso blu acciaio: nasce così il Diamante Blu della Corona di Francia, noto come “Francia Blu”. Sospeso a un nastro di seta, brilla come una stella sul petto del Re Sole nelle cerimonie più importanti. Ma è con i suoi discendenti che iniziano i guai.
Luigi XVI e Maria Antonietta ereditano il gioiello, ma nel settembre 1792, in piena Rivoluzione, il tesoro della Corona viene saccheggiato: il diamante sparisce mentre i suoi proprietari finiranno i loro giorni sulla ghigliottina. Per vent’anni non se ne seppe più nulla, fino a quando nel 1812 ricomparve a Londra, anche se con un aspetto diverso: per renderlo irriconoscibile qualcuno lo aveva rifaccettato, riducendolo a 45 carati. Si racconta che lo acquistò re Giorgio IV, noto per il suo amore per il lusso e le spese folli. Quando questi morì, nel 1830, lasciando debiti enormi, fu venduto privatamente. Da questo momento iniziò la fama sinistra.
Nel 1839 il diamante entra nella collezione di Henry Philip Hope, banchiere olandese, che gli dà il nome con cui è conosciuto ancora oggi. Hope muore poco dopo senza figli, scatenando una battaglia legale tra gli eredi. Il gioiello passa al nipote Henry Thomas Hope e poi al pronipote Lord Francis Hope, un giocatore d’azzardo che vive al di sopra delle sue possibilità, sommerso dai debiti, tanto da dover dichiarare fallimento. La vendita della pietra nel 1901 segna la rovina finanziaria definitiva.
Da quel momento la gemma inizia a viaggiare da un proprietario all’altro, fino ad arrivare nelle mani di Pierre Cartier. Questi capisce che per vendere una gemma del genere serve un colpo di teatro. Nel 1910 la mostra a Parigi a Evalyn Walsh McLean, ereditiera americana eccentrica e ricchissima, moglie del proprietario del Washington Post. Lei, inizialmente, non resta colpita. Ma Cartier non molla: rifà la montatura e porta il diamante a Washington, lasciandolo in prova alla McLean per un weekend. La strategia funziona: Evalyn si affeziona al diamante blu, o forse alla sua aura di pericolo, e lo compra nel 1911. Lo porterà come fermacapelli, poi come pendente di una sontuosa collana. La sua vita, però, è un romanzo tragico: il figlio primogenito muore a 9 anni investito da un’auto, il marito la abbandona per un’altra donna, finendo i suoi giorni in manicomio, la figlia si suicida a 25 anni con un sonnifero.
Evalyn McLean muore nel 1947, sola e piena di debiti, nonostante le immense ricchezze che aveva posseduto. Aneddoti raccontano che lei, beffarda, sfidava pubblicamente la maledizione, facendo indossare il diamante anche al suo cane, ma, a quanto pare, senza successo.
Nel 1949 la collezione McLean, Hope compreso, viene acquistata da Harry Winston, il leggendario gioielliere di New York. Per dieci anni Winston fa viaggiare il diamante nelle mostre benefiche di tutto il mondo, quasi a volerne esorcizzare la fama. Poi, il 10 novembre 1958, lo dona al Smithsonian Institution di Washington, spedendolo per posta ordinaria, in una semplice busta affrancata con 44 centesimi. Da allora il diamante maledetto è il pezzo forte del museo, visitato da milioni di persone ogni anno. Ha lasciato la sua sede solo quattro volte: per mostre al Louvre, in Sudafrica, e per brevi ritorni da Harry Winston in occasione di anniversari e per la pulizia.
La maledizione del diamante blu per gli storici non è altro che la combinazione di diversi fattori: un valore economico stratosferico che attira cupidigia e criminalità, proprietari spesso già in bilico sul baratro della dissolutezza o della rovina finanziaria, e soprattutto la potentissima suggestione della leggenda che si autoalimenta. Ma è difficile negare che la sua scia, per tre secoli, sia stata costellata di eventi drammatici che non gli hanno impedito di stregare chiunque l’abbia posseduto.
© Riproduzione riservata
