Alessandro Della Casa, tra i soci fondatori, racconta vent’anni di progetti nati dal basso per trasformare la sala in un laboratorio permanente di cultura
Nell’ultimo anno le sale cinematografiche italiane hanno perso due milioni di spettatori rispetto al 2024. L’avvento delle piattaforme in streaming che consentono una programmazione domestica on demand, i costi di una serata al cinema e l’onda lunga della pandemia che ha disabituato ad alcune forme di fruizione collettiva a favore di quelle individuali, sono tutti fattori che hanno contribuito alla crisi dei botteghini.
I numeri recentemente diffusi da Anec, Associazione nazionale esercenti cinema, dicono che nel 2025 le presenze hanno di poco superato i 55 milioni di spettatori, quando nel 2019 erano stati 79 milioni e 500mila, con il paradosso dell’aumento dei film distribuiti. Se gli addetti ai lavori si interrogano sull’opportunità di parlare ancora a un pubblico di massa che oggi forse non esiste più, a favore di tanti pubblici “di nicchia” attratti da offerte variegate, esistono realtà nate dal basso che da anni portano avanti progetti per valorizzare le sale cinematografiche come luogo sociale, in cui fare cultura e comunità.
«Siamo nati nel 2002, nel momento in cui le sale cominciavano ad entrare in crisi – ricorda Alessandro Della Casa, uno dei soci fondatori del Cinema del Carbone di Mantova, un circolo cinematografico che oggi conta 800 sostenitori -; era l’epoca dell’avvento dei multisala, e lo spegnimento delle piccole sale cittadine lasciava un vuoto sempre più grande nella vita culturale e nell’animazione della città. Con un gruppo di amici che aveva la passione per il cinema e per le attività culturali, abbiamo provato a mettere insieme un progetto per creare un luogo di aggregazione, che potesse diventare anche un riferimento per altre realtà associative presenti in città».
Come avete cominciato?
Siamo partiti da una struttura del Dopolavoro Ferroviario, dove già era attiva un’altra realtà che conoscevamo, il Teatro all’Improvviso, che faceva teatro per ragazzi. Ci siamo inseriti con un’attività complementare “occupando” le serate libere, iniziando a confrontarci con un mondo che non conoscevamo ancora, fatto anche di distribuzione commerciale e agenzie.
Il modello del cinema tradizionale è innegabilmente in crisi: come siete riusciti a stare al passo?
L’evoluzione che ha avuto il cinema in questi anni, col passaggio al digitale, la nascita delle piattaforme, ha messo in crisi un modello. Avevamo già intuito che non si poteva andare avanti come sala che fa soltanto programmazione in forma tradizionale, anche se di qualità, e così abbiamo cominciato a sperimentare con la presenza di esperti in sala, progetti e laboratori, puntando su un modo più aperto di concepire lo spazio del cinema.
Nel cinema Oberdan, dove siete dal 2011 dopo l’esperienza dello spazio del Dopolavoro Ferroviario, avete inaugurato il modello delle “sale mobili”: cosa sono e come si configurano?
Nell’ex Cinema Oberdan abbiamo cercato di trasformare i limiti dello spazio in qualcosa di virtuoso: la sala era nata in pieno centro città negli anni Settanta come sala civica, poi aveva avuto una stagione come cinema, con una gradinata classica. Successivamente, nello spazio è subentrata una scuola di danza che ha dovuto eliminare i dislivelli e riportare tutto in piano, e quando siamo arrivati noi non abbiamo voluto ricreare la situazione originaria, ma abbiamo deciso di mettere la gradinata solo in metà sala, per recuperare un po’ del dislivello, e tenere una grande parte in piano. Questo la rende un po’ atipica perché lo schermo è a metà dello spazio, e dietro c’è un’altra parte che si può usare per altro. Lo schermo è a scomparsa, e il retro è una parete di legno su ruote che può essere spostata per fare attività laboratoriale a seconda delle esigenze.
Questo spazio è stato per voi un punto di arrivo ma anche di partenza, perché le vostre iniziative si estendono oltre il cinema: ad esempio, avete un programma dedicato ai senior, come è organizzato?
Da diversi anni portiamo avanti un’attività che si chiama Cultura alle quattro e un quarto e, grazie all’Assessorato al Welfare del Comune di Mantova, cerchiamo di creare un palinsesto di proposte culturali che comprende il cinema ma anche visite ai musei, alle mostre che ci sono in città, conferenze e incontri in biblioteca, visite di carattere naturalistico e scientifico. Offriamo una proposta composita, da ottobre a metà aprile, con cadenza settimanale, sempre in orario pomeridiano, accessibile per chi è in pensione e magari ha più difficoltà a uscire la sera. Per noi è anche un’occasione per collaborare con altre realtà del territorio.
Collaborate anche con le scuole?
Sì, offriamo alle scuole le stesse proposte che abbiamo in sala, comprese le rassegne come Mondovisioni, organizzata da CineAgenzia insieme al settimanale Internazionale, che presenta documentari di attualità. Inoltre, abbiamo realizzato diversi progetti di videomaking e sceneggiatura con i ragazzi.
Quanto è importante coinvolgere il territorio in attività culturali?
Negli ultimi anni assistiamo a una trasformazione anche fisica dei quartieri, e soprattutto dei centri storici: l’idea di uno spazio come il nostro aiuta a non spegnere le città, ma da soli non bastiamo: bisogna fare rete, creare altri punti di contatto. Noi siamo 15 soci attivi, oltre a 800 sostenitori che si sono tesserati e che credono nel progetto. Bisogna puntare sul coinvolgimento di tutti, in particolare dei più giovani, che oggi sono i principali fruitori di contenuti video, pure se in forme diverse da quelle “tradizionali”.
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