Il mazzo Colleoni si riunisce all’Accademia Carrara in una mostra che attraversa sette secoli. Il curatore Paolo Plebani: «Dall’oro puro dei Visconti ai simboli dei surrealisti, vi raccontiamo il fascino senza tempo di queste miniature»
Tra i passatempi aristocratici nel Rinascimento, uno dei preferiti, insieme a quello della palla e della palamata, era il gioco delle carte. Giovani e fanciulle che giocano a carte sono raffigurati in alcuni importanti cicli di affreschi, conservatisi soprattutto in Lombardia. Ma avere un mazzo di tarocchi era anche uno status symbol per le corti, che li commissionavano come doni di nozze o in occasione di visite ufficiali. Quella visconteo-sforzesca ne aveva fatti realizzare addirittura tre. Uno di questi, il mazzo Colleoni, è il più completo tra i mazzi lombardi del XV secolo giunti fino a noi. Si tratta infatti di 74 carte (su un mazzo che ne prevedeva 78), divise tra l’Accademia Carrara di Bergamo, una collezione privata e la Morgan Library di New York, riuniti ora nel museo bergamasco, per la prima volta da quando il mazzo fu disperso. Con l’occasione, il curatore Paolo Plebani ha ideato un percorso dedicato alla storia di queste carte che si snoda tra il Rinascimento e i nostri giorni, tra dipinti, arazzi, manoscritti miniati, oggetti d’uso e numerosi altri prestiti eccezionali. Lo abbiamo incontrato.
Come nasce la mostra?
La mostra nasce da un progetto di indagine diagnostica condotto a partire dal 2021 contemporaneamente in Italia, presso il laboratorio di restauro di Venaria Reale, e negli Stati Uniti, presso la Morgan Library, il Metropolitan e la Beinecke Library dell’Università di Yale, dove sono conservate le carte del mazzo Visconti di Modrone. Brera ha fornito dei dati sulle carte Brambilla, che non sono state oggetto delle recenti indagini. Grazie al dialogo nato in questa occasione tra le diverse istituzioni, si è pensato di riunire ed esporre a Bergamo (e da giugno a New York) l’intero mazzo Colleoni e non solo una selezione come avvenuto in passato.
Quali elementi sono emersi grazie alle indagini diagnostiche?
Grazie alle indagini, coordinate in Italia da Federica Pozzi (che ne ha dato conto in un saggio in catalogo), conosciamo meglio la tecnica materiale di realizzazione delle carte: il supporto è un cartoncino formato da sei fogli di carta di cui l’ultimo è ripiegato sul bordo, a formare una specie di cornice (che nel tempo si è appiattita e quindi non si riconosce facilmente). È emerso un quadro di grande perizia tecnica nei vari passaggi della preparazione e di preziosità per i materiali usati, dal lapislazzulo per il colore azzurro all’oro. A questo proposito, i due mazzi di età viscontea – il mazzo Brambilla (conservato a Brera) e quello di Yale – presentano l’oro puro in foglia, con il bolo come preparazione e una serie di punzonature, mentre il mazzo Colleoni (un po’ posteriore, risalendo a Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza) vede l’uso di oro non in purezza ma unito ad altre leghe, quindi meno costoso. I dati acquisiti confermano quanto già gli storici dell’arte avevano proposto, cioè che i tre mazzi escano dalla stessa bottega cremonese dei Bembo.
In mostra non ci sono solo le carte Colleoni.
L’occasione di questa eccezionale riunione ha avviato un progetto altrettanto unico: un percorso lungo sette secoli, dal Quattrocento ai nostri giorni che, grazie a prestigiosi prestiti nazionali e internazionali, approfondisce la storia, la committenza, gli artisti, le tecniche, la fortuna, le ispirazioni, il fascino che queste carte continuano ad avere. Nel Quattrocento, nell’ambito delle corti dell’Italia settentrionale, il gioco dei tarocchi era considerato un intrattenimento e le carte erano oggetti di pregio. Nelle prime sale sono esposti codici miniati, come il Guiron le Courtois, e altri oggetti che evocano il gusto cortese e ricostruiscono l’immaginario che circondava i tarocchi.
E poi?
Nel Settecento i tarocchi si legarono al mondo dell’occultismo e alla cartomanzia, divenendo uno strumento per la divinazione del futuro. Si tratta di un’invenzione del francese Antoine Court de Gébelin, appassionato di egittologia, che poi verrà trasmessa al secolo successivo, con il celebre mazzo dell’esoterista franco svizzero Oswald Wirth (presente in mostra) fino al mazzo disegnato nel 1909 da Pamela Colman Smith e Arthur Edward Waite. Si arriva così al Novecento e alle ricerche dei Surrealisti, che liberano i tarocchi dalla esclusiva funzione divinatoria e li portano a una nuova vitalità, come dimostrano Le Jeu de Marseille, il Gioco di Marsiglia, una variante ideata nel 1941 da un gruppo di surrealisti in fuga dalla Francia invasa dai nazisti, o come Le Surrealiste (1947) di Victor Brauner, un autoritratto nella veste della carta del bagatto, esplicitando il collegamento tra surrealismo e tarocchi. Importante il rapporto con i tarocchi di Niki de Saint Phalle e Leonora Carrington, presenti con opere che documentano l’uso dei tarocchi come strumento di riflessione sull’immaginazione, sull’identità e sul destino.
La mostra si chiude con 22 acquerelli di grandi dimensioni dell’artista vivente Francesco Clemente. Si tratta dell’unica deroga che ci siamo concessi, perché è una serie molto bella in cui Clemente fa impersonare le figure dei tarocchi ad amici e conoscenti e si ritrae nella carta del matto. In questi acquerelli l’iconografia antica viene rinnovata e rivista dall’occhio di un artista contemporaneo.
La sua carta preferita?
La stella del mazzo Colleoni. È una figura femminile che guarda verso l’alto, mi sembra un segno di speranza e di positività di cui abbiamo bisogno, insomma mi sembra un bell’auspicio.
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