In Italia 3,5 milioni di persone soffrono di DNA. Una nuova campagna insegna agli adulti a riconoscere i segnali prima che sia troppo tardi
I disturbi alimentari sono una delle emergenze sanitarie più sottovalutate, eppure in Italia ne soffre il 6% della popolazione — 3,5 milioni di persone — con un incremento del 35% rispetto al 2019, ultimo anno prima che la pandemia di Covid-19 sconvolgesse le nostre abitudini e, soprattutto, l’equilibrio psicologico dei più giovani. Nel loro insieme si chiamano disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, in sigla DNA, e possono avere esiti drammatici. Ogni anno, infatti, portano a 4 mila morti, solo nel nostro Paese. A colpire di più, però, non è solo la diffusione del fenomeno, ma l’età sempre più bassa a cui queste patologie fanno la loro comparsa. Se fino a qualche anno fa si parlava di adolescenza come fase critica per eccellenza, oggi i clinici registrano diagnosi già intorno agli otto-nove anni. È in questo scenario che nasce Voto 10 con riserva, la campagna di sensibilizzazione promossa da Fondazione Bullone insieme al Reparto di Dietetica e Nutrizione Clinica dell’Ospedale Niguarda di Milano.
“Voto 10 con riserva”, la trappola della perfezione
L’iniziativa si inserisce nel calendario del Mese Lilla, il marzo dedicato ogni anno alla sensibilizzazione su queste patologie, e in particolare nella settimana che culmina il 15 marzo con la Giornata Nazionale. Le immagini della campagna mostrano ragazze e ragazzi in piedi su una bilancia, che reggono tra le braccia una pila spropositata di libri e quaderni. Il messaggio che le accompagna è eloquente: «Ci sono segnali che pesano più di quanto immagini». Perché il punto è esattamente questo — i disturbi alimentari non si annunciano sempre con il rifiuto del cibo o con una magrezza evidente. A volte si nascondono dietro la perfezione. Spesso queste patologie non vengono identificate tempestivamente a causa di una scarsa consapevolezza sociale e della tendenza a sottovalutarne la natura psicologica. Tuttavia è proprio nella fase precoce che l’intervento può fare la differenza, è fondamentale comprendere che i cambiamenti del corpo rappresentano solo l’effetto visibile di un disagio più profondo, mentre il ritardo nella diagnosi e interventi non adeguatamente qualificati costituiscono tra i principali fattori di cronicizzazione della malattia.
Occhio ai segnali d’allarme
La campagna della Fondazione Bullone evidenzia una criticità culturale radicata: la tendenza a esaltare l’eccellenza trascurandone i costi umani. Spesso, un bambino che ottiene risultati brillanti a scuola e nello sport, che prosegue gli allenamenti nonostante la stanchezza e sacrifica la socialità per lo studio, riceve il plauso incondizionato degli adulti. Tuttavia, questo isolamento progressivo e la ricerca ossessiva della performance possono nascondere un malessere già strutturato. In assenza di una sensibilità specifica, tali segnali rischiano di restare invisibili, trasformando il tempo in un fattore di rischio anziché in una risorsa per la guarigione. Queste patologie — dall’anoressia alla bulimia, fino al disturbo da alimentazione incontrollata — presentano spesso un’origine condivisa, caratterizzata da un perfezionismo clinico, una necessità ossessiva di controllo e una marcata fragilità nella regolazione emotiva.
L’importanza di una diagnosi precoce
Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, il 59% dei casi riguarda la fascia d’età compresa tra i 13 e i 25 anni. Le donne restano le più colpite — nove casi su dieci — ma cresce in modo significativo anche la presenza maschile, che nella fascia 12-17 anni raggiunge ormai il 20% dei casi seguiti dalle strutture specializzate. Ciò che rende ancora più urgente il tema dei disturbi alimentari è la tendenza alla cronicizzazione. Quando la diagnosi arriva tardi, o quando ci si affida a interventi non adeguatamente qualificati, la malattia si radica in modo sempre più profondo. I cambiamenti fisici — il dimagrimento, le alterazioni del ciclo, i disturbi gastrointestinali — sono solo l’effetto visibile di un disagio che ha origini psicologiche e che richiede un approccio integrato e specialistico. Intervenire nelle fasi iniziali, al contrario, può fare una differenza enorme: molti ragazzi che ricevono supporto precoce riescono a costruire un rapporto sano con il cibo e con sé stessi prima che la malattia lasci segni duraturi.
Il ruolo degli adulti: genitori, insegnanti, allenatori
Voto 10 con riserva non si rivolge direttamente ai giovani, ma a chi li circonda ogni giorno. Genitori, insegnanti, educatori sportivi, allenatori, operatori educativi: sono loro i destinatari principali di un messaggio che chiede, prima di tutto, di imparare a guardare. Non con occhi allarmisti, ma con quella consapevolezza che permette di distinguere la normale stanchezza da un malessere più strutturato, la timidezza dal ritiro sociale, l’impegno dall’ossessione. Un adulto informato può diventare il primo punto di contatto tra un giovane in difficoltà e il sistema di cura. Non per sostituirsi agli specialisti, ma per abbattere il tempo che intercorre tra i primi segnali e la presa in carico professionale. Un tempo che, nei disturbi alimentari, può contare quanto la terapia stessa, perchè di amoressia e bulimia si può morire.
TUTTE LE ULTIME NOTIZIE SU SPAZIO50.ORG
© Riproduzione riservata
