Per sei anni Alicia Esteve ha vissuto una storia che non le apparteneva. Con il nome di Tania Head si era presentata come una delle sopravvissute all’attacco terroristico contro il World Trade Center. Aveva raccontato di essere stata nella Torre Sud, al 78° piano, sopra il punto dell’impatto del secondo aereo. Aveva detto di essersi salvata tra le fiamme, di avere ricevuto da un uomo morente la fede nuziale da restituire alla moglie e che ad aiutarla era stato un volontario, Welles Crowther, che quel giorno perse la vita.
Il suo racconto aveva tutti gli elementi per colpire: il trauma, il gesto di solidarietà, l’amore spezzato, la morte degli altri e una sopravvivenza quasi miracolosa. Head sosteneva inoltre che il suo fidanzato, David, fosse morto nella Torre Nord. Una tragedia privata dentro la tragedia collettiva dell’11 settembre 2001.
Tania Head divenne una delle voci più riconoscibili della comunità dei sopravvissuti ma solo per passare alla storia come la falsa sopravvissuta dell’11 settembre.
Prima dello smascheramento, però, aveva presieduto il World Trade Center Survivors’ Network, accompagnato visitatori e autorità a Ground Zero, partecipato a incontri pubblici e commemorazioni. Nel 2006 intervenne anche a un evento alla Baruch College, dove descrisse l’orrore visto quel giorno e la speranza che, a suo dire, aveva trovato in mezzo alla distruzione.
Alicia Esteve: un racconto senza prove
A incrinare il racconto furono alcuni dettagli che, presi singolarmente, potevano sembrare marginali. Nessuno riusciva a confermare la sua presenza nelle Torri Gemelle. Merrill Lynch, l’azienda per cui Head diceva di lavorare durante gli attentati, non aveva traccia di una dipendente con quel nome. La famiglia dell’uomo che avrebbe dovuto essere il suo fidanzato non aveva mai sentito parlare di lei. Non esistevano conferme del matrimonio progettato, della fondazione dedicata a David o degli studi che sosteneva di avere compiuto ad Harvard e Stanford.
Anche i dettagli più drammatici rimanevano sospesi. La donna non aveva mai indicato il nome dell’uomo che le avrebbe affidato la fede, l’ospedale in cui sarebbe stata curata o le persone incontrate durante la fuga. Quando il New York Times tentò di intervistarla, cancellò tre appuntamenti e rifiutò di fornire elementi capaci di verificare la sua versione. “Non ho fatto nulla di illegale”, si limitò a dichiarare, mentre il suo avvocato evitava di commentare la veridicità della storia.
Il 27 settembre 2007 il quotidiano newyorkese pubblicò un’inchiesta intitolata In a 9/11 Survival Tale, the Pieces Just Don’t Fit, (“Il racconto della sopravvissuta dell’11\9, qualcosa non torna”). L’articolo non partiva da una confessione né da una prova spettacolare, ma da un lavoro paziente di verifica. I giornalisti chiamarono aziende, università, familiari, colleghi e organizzazioni a confrontarsi con una biografia che non trovava riscontri.
L’inchiesta sulla falsa sopravvissuta
La ricerca del New York Times era nata quasi per caso, durante la preparazione di un articolo celebrativo per il sesto anniversario dell’11 settembre. Alcuni membri del World Trade Center Survivors’ Network indicarono Tania Head ai giornalisti David W. Dunlap e Serge F. Kovaleski come possibile protagonista di una storia esemplare di sopravvivenza. Il giornale cominciò quindi con le normali verifiche biografiche, ma già i primi controlli fecero emergere anomalie.
La Head sosteneva di aver lavorato per Merrill Lynch nella Torre Sud, di essersi laureata ad Harvard, di aver conseguito un master alla Stanford University, di essere stata fidanzata con un uomo chiamato Dave, morto nella Torre Nord, e di essere stata ricoverata dopo avere riportato gravi ustioni nell’attacco.
Il Times contattò le istituzioni e le aziende citate. Merrill Lynch non trovò alcuna dipendente chiamata Tania Head e, soprattutto, non aveva uffici nella Torre Sud compatibili con il ruolo da lei descritto. Anche Harvard e Stanford non trovarono traccia dei suoi studi. Questi riscontri non dimostravano ancora, da soli, che l’intera storia fosse inventata. Ma indicavano che la biografia ufficiale della donna non reggeva. I giornalisti passarono allora alla verifica degli episodi più drammatici del racconto.
Il fidanzato inesistente
Head diceva che il suo fidanzato Dave era morto nella Torre Nord. Il New York Times riuscì a identificare l’uomo, ma scelse di non pubblicarne il nome completo per proteggere la privacy della famiglia. I parenti e gli amici del defunto dichiararono di non avere mai sentito parlare di lei. La madre non trovò nelle e-mail del figlio alcun riferimento a una relazione con lei.
Anche il suo compagno di stanza e altre persone della cerchia più stretta esclusero di conoscere quella storia.
In alcune occasioni la presunta sopravvissuta aveva definito Dave il suo fidanzato, in altre suo marito o un uomo con cui avrebbe avuto una relazione segreta: versioni che rendevano ancora più difficile verificare il rapporto. Anche la presunta fondazione creata in memoria di Dave non risultava registrata presso le autorità federali o nello Stato di New York. La vicenda sentimentale, che costituiva uno dei pilastri emotivi della testimonianza, si rivelò così priva di riscontri.
Il no ai giornalisti
Un passaggio decisivo fu il comportamento della stessa Head. Il quotidiano cercò di intervistarla e fissò tre appuntamenti, ma lei li annullò. Rifiutò inoltre di fornire documenti, nomi o altri elementi che potessero confermare la sua presenza nel World Trade Center.
Non spiegò chi fosse l’uomo che le avrebbe consegnato la fede nuziale, in quale ospedale fosse stata curata o quali persone avesse incontrato durante la fuga. Rispose soltanto: «Non ho fatto nulla di illegale». Il suo avvocato, interpellato dal giornale sulla veridicità del racconto, dichiarò che né la cliente né lei intendevano commentare.
Nel frattempo, le domande del Times spinsero alcuni membri della rete dei sopravvissuti a riesaminare ciò che Head aveva raccontato negli anni. Il consiglio dell’associazione la rimosse dagli incarichi di presidente e direttrice, mentre il Tribute Center sospese la sua attività di guida.
La conferma da Barcellona
Il 29 settembre 2007 il quotidiano catalano La Vanguardia svelò la vera identità della falsa sopravvissuta dell’11 settembre. Scrisse che Tania Head era in realtà Alicia Esteve, originaria di Barcellona e appartenente a una famiglia benestante. Un tribunale aveva condannato il padre, Francisco Esteve Corbella, e il fratello, Francisco Javier Esteve, per un reato di falso documentale legato al cosiddetto “caso Planasdemunt” del 1992, uno scandalo finanziario che coinvolse la società BFP.
Alicia era cresciuta nel quartiere Sarrià-Sant Gervasi e, tra il 1998 e il 2000, aveva lavorato come segretaria per uno dei responsabili della Hovisa, che all’epoca possedeva l’Hotel Arts di Barcellona. Gli ex colleghi la ricordano come una persona dal carattere complicato, con ambizioni professionali e un forte bisogno di essere al centro dell’attenzione, capace di raccontare storie praticamente impossibili.
L’11 settembre 2001, mentre gli aerei colpivano le Torri Gemelle, Alicia Esteve non era a New York. Si trovava a Barcellona, probabilmente davanti alla televisione, e stava frequentando un master in una scuola di business catalana. Da quella distanza costruì però il personaggio di Tania Head.
Il film documento
La frode non si spiega soltanto con la capacità di mentire di una persona. La vicenda solleva una domanda più scomoda: perché così tante persone credettero a una storia che nessuno aveva mai controllato fino in fondo?
Una spiegazione è che dopo una catastrofe le comunità cercano volti e parole in grado di dare forma al trauma. Alicia Esteve\Tania Head offriva entrambe le cose. La sua testimonianza era concreta e insieme simbolica: le fiamme sui vestiti, la fuga dalle scale, la fede nuziale, il fidanzato perduto nell’altra torre. Attraverso di lei, il pubblico poteva ascoltare l’11 settembre come una storia individuale, con un inizio, un punto di svolta e una sopravvivenza. Ancora oggi i racconti degli eroi e dei sopravvissuti di quelle ore catturano l’opinione pubblica.
La sua storia fece il giro del mondo e lei divenne una figura di riferimento per i sopravvissuti, contribuendo anche a creare agevolazioni per le vittime. Tuttavia, non guadagnò mai un euro con l’inganno e non usufruì dei benefici che pure aveva contribuito a ottenere. Secondo il film documentario “La superviviente” di Kike Maíllo, uscito pochi giorni fa in Spagna, mentiva per ottenere amore e un senso di appartenenza a una comunità. Era in fondo una persona profondamente sola.
Molti di coloro che la conobbero non la ricordano soltanto come un’impostora. Alcuni la descrivono come una persona affamata di attenzione e di protagonismo. Altri sottolineano che si impegnò davvero nella comunità dei sopravvissuti, contribuendo alla crescita dell’associazione e alla sua visibilità. Le indagini non mostrarono guadagni economici direttamente ottenuti dalla frode. La contraddizione è parte della storia: una menzogna può produrre conseguenze reali, persino attività utili, senza per questo diventare meno falsa.
Fine della storia
La falsa sopravvissuta dell’11 settembre non subì conseguenze penali. Le autorità non processarono né condannarono Alicia Esteve. La sua “pena” fu soprattutto pubblica: le organizzazioni dei sopravvissuti la espulsero, perse credibilità e si ritirò dalla vita pubblica. Le autorità non trovarono prove che abbia ricavato un profitto economico diretto dalla menzogna e nessuno presentò accuse penali contro di lei.
Alicia scomparve dalla scena pubblica. Circolò la voce di un suo suicidio, mai confermata. Oggi risiederebbe a Barcellona e non ha mai voluto partecipare a documentari né rilasciare interviste sulla vicenda.
Per fama e per denaro: gli altri mitomani dell’11 settembre
Alicia Esteve non è la sola. Altri hanno mentito su ruoli di sopravvissuti, vittime o eroi, spesso con motivazioni che spaziano dalla ricerca di attenzione al profitto economico.
È il caso di Steve Rannazzisi, l’attore comico noto per la serie The League, ha raccontato per anni di essere scampato alle Torri Gemelle perché quel giorno aveva deciso di non andare a lavorare al World Trade Center. Nel 2015 ha ammesso pubblicamente che si trattava di una menzogna: quel giorno si trovava altrove. La sua storia è diventata un caso emblematico di come la tragedia sia stata usata per costruire una narrativa personale.
C’è poi Richard Strandlof, che si è finto un marine decorato, veterano di due tour in Iraq e sopravvissuto all’attacco al Pentagono dell’11 settembre. Ha fondato un’associazione per veterani e ha persino fatto campagne politiche sfruttando questa falsa identità. Intervistato da Anderson Cooper nel 2009, ha ammesso che non era mai stato un marine né si trovava al Pentagono quel giorno. La polizia lo ha poi arrestato con l’accusa di “stolen valor” (usurpazione di titoli militari).
Infine Carlton McNish che ha inventato una moglie mai esistita, sostenendo che fosse morta nelle Torri Gemelle. Ha persino organizzato un funerale usando tre bambini presi in prestito da altre famiglie, per rendere credibile la messinscena. In questo modo ha truffato diverse organizzazioni benefiche, tra cui la Croce Rossa americana e Safe Horizon, ottenendo oltre 100.000 dollari. Le indagini hanno rivelato che era celibe, senza figli e disoccupato.