Rispuntano online alcune copie della prima edizione italiana di “Storia della mia fuga dai Piombi” di Giacomo Casanova, datata 1911 e resa dal francese da Salvatore di Giacomo. Molto più che tradurre, Di Giacomo “interpreta” Casanova in una memorabile introduzione
Mentre è agli sgoccioli il trecentesimo anno dalla nascita di Giacomo Casanova, i bibliofili appassionati del grande avventuriero veneziano possono ancora farsi un regalo prezioso. Nei principali negozi di libri online sono disponibili alcuni dei 750 esemplari numerati della prima edizione italiana di “Storia della mia fuga dai Piombi”, tradotta in italiano nientemeno che dallo scrittore e poeta napoletano Salvatore Di Giacomo, illustrata e istoriata dai pittori Alfredo Montali e Giuseppe Grondona. Pubblicata nel 1911 dagli editori Alfieri&Lacroix di Milano, la storia era, al momento dell’uscita, tutto quanto potesse circolare in Italia della celebre (e famigerata) autobiografia di Casanova, colpita dal bando del Tribunale dell’Inquisizione.
La vera chicca di questa pregiata edizione è un riassunto della vita dell’autore, scritto di suo pugno da Di Giacomo e premesso alla traduzione. La storia, filtrata dalla leggerezza appuntita dello scrittore napoletano, assume cadenze teatrali: Gaetano Casanova, ballerino e “istrione”, probabile padre di Giacomo, scappa da Parma e cerca la gloria a Venezia; qui impalma la bella Zanetta Farussi, figlia di calzolaio, e mente al suocero, che sul letto di morte gli implora di tenerla in casa a “preparare la minestra” piuttosto che buttarla “alla perdizione” sulle assi del palcoscenico.
Zanetta diventa attrice, apprezzata anche da Goldoni, mentre il marito muore nel 1733 per un ascesso alla testa mal curato da un “bestione di medico”. Giacomo, il figlio maggiore nato nel 1725, comincia presto a “correre la cavallina”: a dieci anni compone versi licenziosi ma, invece di “prenderlo a pedate”, la madre e gli amici lo applaudono. A neanche diciott’anni – dottore in diritto e “abatino”, per aver preso gli ordini minori – “si sbizzarrisce quanto più può tra le conoscenze equivoche del patrizio veneziano Malipiero”.
Di Giacomo ricorda poi i viaggi di Casanova a Napoli. Il primo, nel settembre del 1743, avviene per incontrare il futuro vescovo di Martirano, che va a prendere possesso della sede in Calabria. Giacomo, però, perde l’appuntamento e deve proseguire a piedi. Visita la Reggia di Portici da poco costruita, poi incontra un mercante greco, “lo infinocchia con astuzia che dà dieci punti a quella ellenica e gli spilla qualche centinaio di once d’oro e una scatola di rasoi della vantata fabbrica di Torre del Greco”.
Trova un passaggio in carrozza, arriva in Calabria, la destinazione lo intristisce e col beneplacito del vescovo se ne torna a Napoli. Qui don Lelio Carafa dei duchi di Maddaloni, “il più saggio dei napoletani”, vorrebbe farne il precettore del nipote Carlo ma, “fortunatamente pel duchino”, Casanova si smarca. Viaggia verso Roma con due donne e il marito della più giovane. In una locanda, a Capua, dormono tutti nella stessa stanza: il marito russa, le donne ridacchiano e lui, “con gli occhi spalancati nel buio, chiede invano a Morfeo che presto glieli rinserri…”. Di Giacomo diventa Casanova nello stile che lascia immaginare tutto senza dire quasi niente.
Nell’incantevole città, “dov’è poetico tutto e tutto è nuovo”, il seduttore torna nel dicembre del 1760, “mentre il Vesuvio minaccia una delle sue più formidabili eruzioni e la plebe napoletana porta in giro per le piazze la statua del suo proteggitor glorioso San Gennaro”. Sollecitato dagli amici, racconta la storia della sua fuga dalla prigione dei Piombi, la famigerata galera nel sottotetto del Palazzo Ducale di Venezia: è avvenuta quattro anni prima e lui non ne parla volentieri, impegnato a presentarsi come un decoroso uomo di lettere, ma a Napoli si rimette a “colorire, con l’ornata e pittoresca sua parola, la storia delle sue prodezze”. Molti anni dopo il suo “cervello rammemorativo”, “nel quale nessuna più lieve amnesia può soffiare”, rievoca la fuga per filo e per segno in un libro, stampato a Praga alla fine del 1787, secondo l’accurata ricostruzione di Di Giacomo. Confluirà (in una forma leggermente diversa) nelle fortunatissime memorie che, pubblicate postume, renderanno l’autore celebre in tutta Europa.
La fuga dai Piombi è un riassunto dell’estro di Casanova: il “cavaliere di Seingalt” esce dalla cella sul tetto attraverso un cunicolo scavato per mesi e poi rientra nel Palazzo Ducale calandosi da un abbaino, si fa credere un visitatore rimasto casualmente intrappolato nel palazzo da un passante e poi addirittura da un guardiano, che gli apre la porta e lo fa evadere in tutta tranquillità. L’invenzione letteraria più stupefacente, però, Di Giacomo la riserva nel finale del suo scritto. Nel cortile della reggia di Portici, già visitata un tempo dal grande seduttore, immagina di vederne lo spettro al crepuscolo. Casanova compare con “un mantello rosso, un tricorno orlato di pelliccia bianca, del bel merletto a sbuffi sullo sparato del panciotto ramagé d’argento, e in mano una canna d’India dal pomo di porcellana dipinto”.
“È un bell’uomo sui quaranta”, immagina Di Giacomo, “dai grandi occhi luminosi e incantatori, dalle mani signorili, delicate, inanellate, dalla voce calda e pur sonora, dalla figura vantaggiosa che s’atteggia sempre con eleganza. […] È il Casanova che ha già avuto modo di sperimentare tutte le sue pericolose qualità”, di seduttore “sentimentale e spietato”, di “filosofo cinico e poeta”, di erudito affabulatore. Il “perfetto portato” del suo secolo, secondo l’epigono napoletano, con buona pace dei moralisti: “un essere unico, inquietante, vertiginoso, fin qua paurosamente irresistibile, adesso investito dalle prime avvisaglie della vecchiaia”. Di quella vecchiaia – della tristezza, dei rimpianti dietro ai sorrisi maliziosi e alla baldanza – Di Giacomo favoleggia acutamente come dell’ultima, forse suprema, verità da svelare su Casanova. Dopo, insieme al suo rebus, sarà completo quello di un’epoca sontuosa e disperata, razionale e sensuale, illuminata e oscura, desiderosa di bruciare la sua candela fino al lumicino.
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