Cinquant’anni fa si spegneva una delle voci letterarie più pure del Novecento italiano. Gioiosa e malinconica, seria e bambina, la sua poesia è una lunga “testimonianza d’amore”
A un certo punto, nel film Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, dopo che Gesù ha pronunciato la sua invettiva contro i farisei, c’è una carrellata sui volti degli apostoli che lo ascoltano. L’ultimo è un viso paffuto, folti ciuffi di capelli ai lati e stempiatura altissima, occhi chiari e profondi che sembrano persi nel nulla. È l’apostolo Andrea e, in realtà, il poeta Alfonso Gatto, che da attore dilettante presta al personaggio i suoi lineamenti singolari. Singolari quanto la personalità e la voce poetica, tra le più pure e coinvolgenti del Novecento italiano. Sul set di Pasolini Gatto era appena reduce da un lutto tremendo: la morte, nel 1963, di Teodoro, il primo dei due figli avuti dalla pittrice triestina Graziana Pentich, sua compagna di vita dal 1946. Delicata era anche la fase artistica del poeta, nel pieno di un’evoluzione che sarebbe culminata nel 1966 con l’uscita della sua raccolta forse più famosa, La storia delle vittime, vincitrice del Premio Viareggio. Fondendo ansie personali e collettive, Gatto auspicava una dolce palingenesi del mondo: “Ai cuori stanchi di mentire, al gioco/ delle vecchie parole ove s’oscura/ anche la luce delle lontananze,/ alle guerre, agli imperi, sciolga il vento/ i suoi roghi d’azzurro perché l’alba/ torni a spuntare illesa dalle spiagge/ nuove d’un mondo che non ha confini”. Nato a Salerno il 17 luglio del 1909, da Giuseppe, marinaio e poi piccolo armatore, e da Erminia Albirosa, l’infanzia di Gatto fu segnata dalla morte di un fratello ancora bambino. Studiò al liceo classico Torquato Tasso, poi si iscrisse alla facoltà di Lettere dell’Università di Napoli, ma dovette interrompere gli studi a causa delle difficoltà economiche. A Napoli, in una “stanza diroccata” tra i vicoli del centro, scrisse la sua prima poesia e nel 1932 pubblicò Isola, la prima silloge, lodata da Montale. S’innamorò della figlia del suo professore di matematica, Agnese Jole Turco, e con lei fuggì a Milano nel 1934. I due convolarono a nozze nella Chiesa del Redentore, con le suole delle scarpe bucate e gli anelli comprati alla Upim, invitati Quasimodo e Zavattini, e testimone il pittore Domenico Cantatore. Venuto a Milano per “reinventarsi”, Gatto si adattò a vari mestieri: commesso, bibliotecario, correttore di bozze per gli annunci di lavoro del Corriere della Sera. Visse i fermenti dell’ambiente intellettuale, collaborò col periodico di architettura Casabella e fu tra gli animatori, nel 1938, della rivista fiorentina Campo di Marte, che si ispirava ai principi dell’ermetismo, fino a diventare – per “chiara fama” e breve tempo – professore di letteratura al Liceo artistico di Bologna. Nel 1936 fu arrestato e recluso nel carcere di San Vittore per attività antifascista, più tardi si iscrisse al Partito Comunista e aderì alla Resistenza, lottando contro “il torto che opprime” con “l’ansia di avere ragione”. Sognò la Resistenza come “il farsi, nel tempo e nella storia, di una coscienza comune” per arrivare, anni dopo, a piangere l’Europa che “gelata nel suo cuore/ mai più si scalderà: sola, coi morti/ che l’amano in eterno, sarà bianca/ senza confini, unita alla neve”. Nel dopoguerra, separatosi dalla moglie e dalle due figlie (“forse è più dolce piangermi che avermi”, scrisse), fu inviato dell’Unità al seguito del Giro d’Italia. Terrorizzato dalla bicicletta, anche Coppi fallì nell’intento di insegnargli a pedalare. Ai ciclisti che ironizzavano rispose con una frase emblematica: «Cadrò, cadrò sempre fino all’ultimo giorno della mia vita, ma sognando di volare». Fino all’ultimo seguì anche lo sport, soprattutto il calcio: tifoso del Milan e della Salernitana, in una lettera all’idolo Rivera scriveva che “il calcio è come la poesia, un gioco che vale la vita”. Dal Partito Comunista uscì nel 1951: più che politico, il suo comunismo era esistenziale, un’attenzione verso i poveri che annusano la verità “come l’agro verde/ dei prati sfiora nella pioggia/ una velata eternità di sole”.
Da Milano si trasferì a Roma, dove ebbe uno studio di pittore in via Margutta e collaborò con la Rai. “Nomade impulsivo”, in tutte le peregrinazioni Gatto restò fedele alla stella polare della città natale: Salerno “rima d’eterno”, che porta impressi i suoi versi nelle strade, che lo ha ricordato a cinquant’anni dalla morte con una mostra presso la galleria Il Catalogo e un recital di Toni Servillo, che prepara in suo onore un docufilm interpretato da Yari Gugliucci.
C’è, nella poesia di Alfonso Gatto, un’infanzia adulta, una calma e un’inquietudine, una gioia naturale e una malinconia sottile, un’opprimente sensazione di felicità caduca che meravigliosamente cattura gli elementi di Salerno. La solarità, il conforto e l’insidia della notte, il vento che vibra come un ricordo, l’amore che irrompe con l’aria di mare e scalcia tra le catene di tutto ciò che è solamente umano. Esistenza e poesia, volle scrivere Eugenio Montale sulla tomba dell’amico, furono per lui “un’unica testimonianza d’amore”: amore dissennato per la vita, dal momento che solo amandola pienamente si può essere poeti. Nella pienezza, e nell’imprevedibilità, della vita c’era anche l’incidente d’auto che di Gatto causò la morte all’ospedale di Orbetello l’8 marzo del 1976. Oggi resta la sua poesia, che sa irretire prima ancora di spiegarsi: “poesia totale” di un “uomo totale”, che si riassume nel magnetismo di quel suo sguardo incredibile, pieno di luce, di luna tremula sul mare, di pensieri per salvare il mondo.
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