L’inquinamento acustico marino trasforma lo Stretto di Hormuz in una trappola mortale per i cetacei. Tra mine, rumore e petrolio, un ecosistema unico rischia il collasso.
Sotto la superficie dello Stretto di Hormuz, teatro di tensioni geopolitiche e guerre navali, si nasconde un mondo silenzioso e fragile. Mentre i riflettori internazionali sono puntati sul traffico delle petroliere e sulle scorte petrolifere, nel profondoblu accade qualcosa di altrettanto drammatico. Qui, in uno spazio largo appena una trentina di chilometri, vivono circa settemila dugonghi e meno di cento megattere arabe. Queste ultime rappresentano un caso unico al mondo: a differenza delle loro parenti che solcano gli oceani, infatti, non migrano. Il Golfo per questa specie non è un corridoio di passaggio, ma una casa, un habitat permanente dal quale non possono andarsene. Anche per questo la regione è da tempo un laboratorio naturale a cielo aperto, popolata da creature estremofile che si sono adattate a livelli di calore e salinità che molti oceani del pianeta raggiungeranno solo tra qualche decennio. Studiare questi mammiferi marini significa provare a immaginare il futuro del pianeta.
La megattera araba a rischio estinzione
Nelle acque del Golfo vivono circa 7mila dugonghi e meno di cento megattere arabe. Quest’ultima è una delle popolazioni di cetacei più rare e vulnerabili del pianeta e – per le sue caratteristiche – più fragile degli altre conspecifiche dell’Atlantico. Per lei il Golfo non è un corridoio di transito ma l’unico habitat che conosce, e da cui non può allontanarsi. In questo senso, queste specie rappresentano qualcosa di più di un semplice caso di conservazione della natura. Gli scienziati le considerano un modello vivente per comprendere come gli ecosistemi marini potranno adattarsi al riscaldamento globale: si tratta di animali extremophili, abituati a temperature e livelli di salinità che gran parte degli oceani del pianeta potrebbero raggiungere entro il 2050. Studiarle significa, in un certo senso, guardare nel futuro degli oceani. Sempre che sopravvivano al presente.
La trappola dei sonar
Il problema più immediato è quello dei sonar militari e del traffico navale generano un inquinamento acustico sottomarino che per i cetacei risulta devastante, ben oltre quanto si possa immaginare dall’esterno. Le megattere arabe comunicano a bassa frequenza, nella stessa gamma sonora occupata dai motori delle navi e dai sonar militari. Olivier Adam, ricercatore all’Università della Sorbona di Abu Dhabi, spiega che “i suoni che emettono, fondamentali per l’organizzazione dei loro gruppi sociali, possono essere mascherati dall’inquinamento acustico sottomarino causato dalle attività umane in mare”. Quando questo accade, le balene non riescono più a coordinarsi, a trovarsi, a riprodursi. Il rumore non è solo un fastidio: diventa una barriera fisica e sociale che smantella la vita del gruppo. Le conseguenze sull’alimentazione sono altrettanto gravi: quando i livelli sonori aumentano, i cetacei riducono l’attività di immersione e smettono di nutrirsi, scivolando in un digiuno forzato che nel tempo le indebolisce profondamente.
Le prove dell’inquinamento acustico marino
Nello stretto di Hormuz le esplosioni sottomarine e le detonazioni delle mine producono onde d’urto e variazioni di pressione che molte specie marine non riescono a reggere. I pesci più piccoli muoiono sul colpo; i mammiferi marini rischiano lesioni permanenti all’apparato uditivo. Non sono preoccupazioni teoriche. Nel marzo 2000 la Marina degli Stati Uniti ha ammesso che l’uso di un sistema sonar ad alta intensità e bassa frequenza ha causato un’ondata di spiaggiamenti letali di balene sulle spiagge delle Bahamas poco dopo che le navi della Marina degli Stati Uniti erano passate. Le autopsie sugli animali hanno rivelato sanguinamento intorno alle orecchie interne delle balene. Una sinossi provvisoria dei rapporti del National Marine Fisheries Service (NMFS), pubblicata il 20 dicembre 2001, concluse che l’emorragia era stata causata dalle onde sonore prodotte dal sonar ad alta intensità. Ad analoga conclusione giunsero alcuni scienziati che registrarono variazioni nell’attività acustica di delfini e capodogli registrate durante un’esercitazione navale al largo del Canada.
La fine delle praterie sottomarine
Le tensioni militari portano con sé un altro rischio: quello degli sversamenti di idrocarburi. Il Golfo Persico è un mare a ricambio lento, che impiega tra i due e i cinque anni a rinnovare completamente le sue acque. I contaminanti, dunque, possono accumularsi e persistere ben oltre l’evento che li ha generati. Per i dugonghi, che si nutrono di praterie di fanerogame marine, una chiazza di petrolio in superficie non è solo tossica: blocca la luce del sole, impedisce la fotosintesi e distrugge i pascoli da cui dipendono per sopravvivere. Anche gli squali balena che migrano stagionalmente attraverso lo stretto, corrono rischi elevati: si nutrono in prossimità della superficie e sono quindi particolarmente esposti al petrolio galleggiante e alle sostanze tossiche che trascina con sé. Infine, senza più accesso al campo, diventa arduo per i ricercatori capire cosa stia realmente accadendo. La guerra impedisce gli studi scientifici, in particolare per comprendere le variazioni degli ecosistemi nel corso di mesi o anni. Un vuoto di conoscenza destinato a pesare per molto tempo anche dopo la fine del conflitto.
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