È successo ancora: dopo la doppietta del 15 marzo, Jannik e Kimi hanno concesso il bis “festivo”. Sono il simbolo di una nuova generazione di talenti che riaccende la passione per lo sport
“Da quando Senna non corre più, da quando Baggio non gioca più, non è più domenica”, cantava qualche anno fa Cesare Cremonini, lamentando la fine di un’epoca romantica dello sport legata all’emozione per le gesta di campioni autentici. L’estro di Roberto Baggio, calciatore sfortunato e abbagliante, capace di risorgere dopo ogni caduta, il talento di Ayrton Senna, pilota tutto classe e cuore, congelato nel tempo dalla morte in pista, scomparivano per lasciare il passo a una stagione di muscoli e meccanica, di freddezza e avarizia, nei risultati e soprattutto nelle emozioni.
Adesso l’Italia sembra aver ritrovato il gusto delle domeniche sportive; e no, non c’entra il calcio, il venerato sport nazionale, che proprio la domenica rivendica il suo pressoché completo monopolio. È già successo due volte: due nuovi campioni italiani hanno firmato, proprio di domenica, due grandi imprese sportive, due per ciascuno, dividendosi i titoli di apertura di testate, siti, trasmissioni televisive (non solo quelle dedicate allo sport) in tutto il mondo.
Si tratta di Jannik Sinner, asso ormai riconosciuto del tennis mondiale, e di Kimi Antonelli, astro nascente della Formula Uno. Due italiani giovanissimi, 24 anni il primo e 19 il secondo, e per certi versi atipici, con un destino internazionale già scritto nel nome. Tutto è cominciato due settimane fa: domenica 15 marzo Sinner ha conquistato il Master 1000 di Indian Wells, uno dei più prestigiosi tornei di tennis sul cemento, mentre Antonelli ha centrato la prima pole position e la prima vittoria in gara a Shanghai, in Cina.
Poi il bis, domenica scorsa: Sinner ha vinto anche il Master 1000 di Miami, completando il cosiddetto Sunshine Double, la doppietta sotto i raggi del sole di California e Florida (ma in realtà a Miami la finale è stata disturbata dalla pioggia); Antonelli si è portato a casa, in Giappone, la seconda pole position dell’anno, la seconda vittoria in gara e soprattutto, per la prima volta, la leadership nel campionato piloti di Formula Uno. Il più giovane nella storia a guardare tutti dall’alto in basso.
Sinner e Antonelli si conoscono, si seguono e si stimano: nel discorso ufficiale dopo la vittoria di Indian Wells l’altoatesino aveva citato il bolognese come esempio di talento precoce che non delude le aspettative e come stimolo a dare sempre il meglio di sé in ogni circostanza. Antonelli ha risposto con un caloroso messaggio di incoraggiamento a Sinner prima della finale di Miami. Schivi, riservati, concentrati e implacabili nella prestazione sportiva, Jannik e Kimi hanno tutte le stimmate dei numeri uno. Se il pilota, anche grazie alla superiorità tecnica della sua Mercedes, è l’uomo da battere, il talento capace di frantumare tutti i record della Formula Uno in fatto di precocità, il tennista è ormai un monumento di concretezza e affidabilità, in costante evoluzione.
Molto più di un automa che spara palline da tennis come fossero missili, come lo definisce qualche pungente detrattore: un fuoriclasse autentico, capace di arricchire e raffinare continuamente il suo repertorio. Sia a Indian Wells che a Miami ha vinto senza cedere nemmeno un set agli avversari, portando a sette il numero di Master 1000 vinti in totale. Con 26 tornei conquistati complessivamente, di cui 4 del Grande Slam e 2 Finali ATP, Sinner è di gran lunga il tennista italiano più vincente dell’era Open.
Attuale numero 2 nella classifica mondiale, alle spalle di Carlos Alcatraz, ha accorciato il divario e si prepara a dare l’assalto allo spagnolo nei tornei sulla terra battuta. La sfida di Sinner e Antonelli, però, va oltre il presente e si connette alla storia degli sport di cui sono protagonisti. Kimi corre col numero 12, quello con cui Ayrton Senna vinse per la prima volta il mondiale piloti nel 1988, e sogna di ripetere le gesta del suo idolo; Jannik fa già impazzire gli esperti per capire a quale dei Big Three (Federer, Nadal e Djokovic) somigli di più e quanto si avvicini all’archetipo del “tennista perfetto”.
Marco Iacobucci Epp per Shutterstock
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