Dopo il vuoto neurologico del 2020, il polistrumentista si racconta nel documentario Andando dove non so. Dalla PFM al sodalizio con De André, un viaggio tra ricordi ritrovati e la gratitudine per una carriera irripetibile
«Mi guardo intorno e non posso che essere grato alla mia vita. Ho incontrato e lavorato con delle persone straordinarie e sono ancora vivo. Cosa posso volere di più?». La carriera di Mauro Pagani inizia nel 1970, quando insieme ad altri quattro musicisti dell’area milanese fonda la Premiata Forneria Marconi. Il polistrumentista resta con il gruppo musicale rock progressivo italiano fino al 1977. Il bilancio è di quattro LP, numerose tournée in Italia, in Europa e in giro per il mondo, tra Usa e Giappone. Nel 1981 Pagani incontra Fabrizio De André, con il quale avvia un sodalizio artistico che durerà tredici anni e che raggiungerà il suo apice nel 1984 con Crêuza de Mä, un album rivoluzionario cantato in genovese antico, considerato dalla critica il miglior disco italiano degli Anni ’80. Nel 1998 il compositore trasforma gli ex Studi Regson, sui Navigli a Milano, nelle Officine Meccaniche, uno studio di registrazione ma anche un vero e proprio laboratorio dove si incontrano generazioni diverse di musicisti, come i Bluvertigo, gli Almamegretta, Massimo Ranieri, ma anche i Muse, per cui arrangia gli archi di City of Delusion. Nel gennaio 2020 un problema neurologico provoca a Pagani una perdita temporanea della memoria. All’improvviso dimentica il suo passato. Ma sa di essere un musicista e ricorda i suoi strumenti. È grazie ai suoi dischi e agli amici e colleghi che può ripercorrere la sua vita e la sua carriera. E può continuare a studiare, sperimentare e mettersi in gioco.
Presentato in anteprima alla ventesima Festa del Cinema di Roma, il 16, 17 e 18 febbraio arriva nelle sale, distribuito da Fandango, Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco, documentario (prodotto da Lumière & Co. e Luce Cinecittà, in collaborazione con Rai Documentari) diretto da Cristiana Mainardi. Attraverso le parole del suo protagonista, 80 anni il 5 febbraio, e le testimonianze di artisti italiani come Manuel Agnelli, Giuliano Sangiorgi, Marco Mengoni, Badara Seck, Mahmood, Dori Ghezzi, Ligabue, Arisa, Ornella Vanoni e la compagna di vita e lavoro Silvia Posa, il film racconta il percorso artistico e personale di uno dei più grandi talenti della musica italiana dagli anni Settanta a oggi.
Per Pagani questo documentario è stato una rinascita. «Mi ha colpito scoprire quante cose io abbia fatto, anche quelle che credevo marginali ho scoperto avere un peso. Per uno che si sente un fuggiasco è una posizione scomoda, ma fare questo film è stato un grande piacere e provo un’immensa gratitudine. L’aiuto di Cristiana e di amici e colleghi è stato fondamentale. Sono stati dei grandi compagni di viaggio che mi hanno aiutato a guardare dove non avevo mai guardato», racconta il polistrumentista, che ripensando alla sua carriera si sente fortunato di averla potuta condividere con tanti e importanti artisti.
Nella sua vita la musica ha avuto un significato profondo. E gli ha insegnato ad andare avanti, nonostante le difficoltà. «Dobbiamo ricordarci che siamo capaci di sognare. Anche se otteniamo solo metà di ciò che sogniamo, è già tanto», dice ancora. Per lui è fondamentale parlare. E a farlo, oggi, dovrebbero essere soprattutto i giovani: «Non possiamo più stare zitti. È ora di far sentire la nostra voce, anche di urlare se serve, essere scomodi, tornare per strada. Se aspettiamo che gli altri facciano le cose per noi, non otterremo nulla. Purtroppo viviamo un momento in cui la percentuale di mezze calzette è troppo alta. Ma io continuo a credere che siamo meglio di così e che ci meritiamo un mondo migliore, più bello, più giusto, più nostro. La cultura – conclude – non può essere considerata «solo come materiale di servizio, come merce da banco, con gli sconti sulle liquidazioni. Siamo più bravi, più profondi di così. In questo momento c’è qualcuno da qualche parte che sta scrivendo un brano. L’intelligenza è ancora viva. La musica è ancora viva».
Mainardi ha scoperto Pagani da piccola, quando in una cascina della Bassa Padana la madre le faceva ascoltare il 45 giri di Impressioni di settembre. L’incontro tra la produttrice e il compositore è avvenuto molti anni dopo, a Milano, nelle Officine Meccaniche. Poi è nata l’idea di realizzare un documentario su di lui, tra appunti e immagini che prendevano forma, e Pagani che l’ha convinta a dirigerlo. «Il film è la rielaborazione della stessa vita di Mauro, dopo quel vuoto temporaneo della memoria – spiega la regista, alla sua opera prima -. Ho assistito a quel processo e mi è sembrato straordinario, perché ho capito che al di là dei fatti, dei successi e dei decenni di carriera, ciò che conta è il significato che ne estraiamo. La memoria emotiva che resta nelle persone. Quello di Mauro è un racconto intimo, ma anche collettivo e sociale. Per rispettare la sua carriera non potevo ingabbiarlo solo in un periodo storico. Ho voluto attraversare la sua storia in totale libertà, senza seguire un filo cronologico».
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