Dopo anni di rinvii causati dalla scomparsa di due pilastri del gruppo, esce finalmente Blooom. Alex Neri ripercorre le tappe di un’elaborazione durata anni: «Abbiamo ricominciato a scrivere nel silenzio del Covid, ritrovando la forza spirituale per andare avanti grazie a chi non c’è più»
«La nostra matrice, il nostro dna parte un po’ dal concetto della musica dance degli Anni ’80, quando gruppi come i Depeche Mode o i New Order erano dance, ma non facevano musica solo per ballare, facevano musica.» È chiarissimo Alex Neri, tastierista e deejay, uno dei fondatori del progetto Planet Funk, che dal 1999 rappresenta in Italia e in Europa il pop ballabile di matrice eighties suonato con i sintetizzatori e sempre aggiornato con una pacata versatilità.
Li aspettavamo da diversi anni a un nuovo album di brani inediti, annunciato e poi rimandato più volte, considerato che prima di oggi il loro precedente cd, The Great Shake, è datato 2011. Ma l’uscita del nuovo Blooom, quinto lavoro della formazione completata da Marco Baroni, tastierista e programmatore di suoni, e dai cantanti e chitarristi Dan Black e Alex Uhlmann, è stata rallentata da motivazioni che vanno al di là della sua realizzazione artistica.
«È molto semplice e molto umano – continua Neri -. Abbiamo avuto due perdite importanti. Abbiamo iniziato a scrivere questo album nel 2016 e avremmo dovuto uscire nel ’18, poi è morto Sergio Della Monica, un colpo duro dal punto di vista umano e da quello del gruppo, quindi abbiamo rimandato tutto. Abbiamo ricominciato a scrivere durante il Covid e, dopo il Covid, si è ammalato un altro del gruppo, Gigi Canu, e abbiamo perso un altro amico, un fratello. Poi, come spesso succede nella musica, quando passa il momento non sai se quello che hai fatto e fai va bene o non va più bene e rimetti tutto in discussione. Abbiamo un po’ rivisto, rimissato, ritoccato le cose già buttate giù e abbiamo scritto dei brani nuovi. Il ritardo è stato dovuto a problemi personali che non sono dipesi da noi, ma dal destino beffardo».
Qual è stata la forza che vi ha spinto a continuare dopo due colpi così pesanti?
Un lutto è sempre un momento drammatico quando ti investe, però lo studio di registrazione, dove lavoravamo insieme, ti lega talmente tanto che sei in un rapporto quasi più intimo di quello tra marito e moglie. Lo vivi tutti i giorni, ridi, piangi, litighi, subentra una confidenza tale che è difficile da spiegare. Quando perdi un compagno di vita così è veramente un trauma. Ti salgono delle paranoie, hai un contatto diretto con la morte. Da elaborare è stata dura, però sappiamo che l’origine del nostro gruppo è stata diversa da quella di tanti altri. Noi siamo un po’ una piattaforma creativa e abbiamo sempre invitato gente a fare musica con noi. Quel dna rimane e sappiamo che Sergio e Gigi avrebbero voluto che continuassimo. Sentiamo da parte loro la spinta ad andare avanti anche dal punto di vista energetico e spirituale e così abbiamo fatto.
Blooom è un album che brilla di luce propria, confermando i Planet Funk come stelle polari nell’evoluzione del suono elettronico. Più di tutto fa sensazione la freschezza che possiedono i nuovi brani – in particolare quelli con la voce femminile ospite di Sabina Sciubba e la “revisione” del classico dei Moody Blues Nights In White Satin – e l’abilità con cui il quartetto non è rimasto ancorato ai grandi successi (citiamo Stop Me e Another Sunrise, finiti in celebri spot pubblicitari, Static, utilizzata nel videogioco FIFA08, la ripresa morriconiana Chase The Sun, che è tuttora l’inno cantato dal pubblico durante i tornei inglesi di freccette, We-people, destinato alla campagna globale di Save The Children contro la mortalità infantile) ma ha seguito uno spontaneo impulso evolutivo.
«In Italia quando si dice dance si pensa a deejay Albertino e a proposte simili, che in realtà non rappresentano quella che nel mondo è la dance, che di fatto è la musica ritmata. Noi facciamo musica che possiede un appeal dance, però europeo, con gruppi di riferimento come i Massive Attack. Partiamo da ritmi che sono molto dance, ma poi la nostra musica si contamina con le armonie Anni ’80 per fare fondamentalmente le nostre canzoni, che si prestano a far ballare, ma non sono solo musica dance».
I testi di questo cd sono da un lato un po’ pessimisti e dall’altro parlano di spiritualità e speranza…
Sì, perché i fatti che abbiamo vissuto, così immediati e così veri, mettono a contatto con la vita. Ti fanno rendere conto che viviamo un periodo in cui siamo così bombardati da messaggi da tutte le parti che rischiamo di perdere il percorso autentico della vita. Già per un artista è difficile vivere il qui e ora, perché è abituato a viaggiare con la testa, a programmare, però questi drammi ti riportano alla realtà e condizionano le canzoni che scrivi. In più noi abbiamo sempre scritto riflettendo molto da un punto di vista sociale sul periodo in cui viviamo. E molti nostri testi sono rivolti ai giovani, alla generazione nuova, perché siamo tutti padri di famiglia e affrontiamo tanti interrogativi, analizziamo la società. Li capiamo e capiamo i loro disagi. Sono testi che fanno riflettere, possibilmente senza schierarci, perché la verità non ce l’ha in mano nessuno».
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