Dal Medioevo a Hollywood, la passione che sfida il mondo diventa immortale
San Valentino è per antonomasia la ricorrenza che celebra l’amore vero, un sentimento eterno e bruciante, emulo di tutte le storie appassionate che hanno attraversato i secoli. Come in uno specchio ci immedesimiamo nei sospiri di Romeo e Giulietta e nella tragica fine di Antonio e Cleopatra, soffrendo per i tradimenti della Royal family britannica, e impariamo che l’amore non conosce ostacoli o, meglio, ne ha bisogno per mostrare la sua vera forza e il suo coraggio. A ben pensare, gli amori che più ricordiamo sono proprio quelli incompiuti e irraggiungibili. Un’idea celebrata nella letteratura medioevale con la nascita dell’amore cortese: il cavaliere ama da lontano una dama inaccessibile, quasi sempre sposata. La serve con devozione, compone versi, compie gesta eroiche per un semplice sguardo, senza mai cercare di possederla fisicamente. L’impossibilità non è un ostacolo da superare, ma l’essenza stessa di quell’amore: si ama perché l’oggetto di quel sentimento è inafferrabile. Tristano e Isotta bevono per errore il filtro d’amore destinato al re Marco, marito di lei, e sono condannati a una passione che li distruggerà. Lancillotto tradisce re Artù per amore della regina Ginevra, portando alla rovina Camelot. In entrambi i casi l’amore è assoluto proprio perché proibito, perché costa tutto. L’amore cortese aveva in fondo intuito una verità scomoda: il desiderio si alimenta della distanza, non della vicinanza.
Romeo e Giulietta rappresentano l’archetipo dell’amore impossibile: due adolescenti si innamorano sapendo che le loro famiglie si odiano da generazioni. Non cercano una via d’uscita diplomatica, non aspettano che gli odi si plachino. Si sposano in segreto e quando capiscono di doversi separare scelgono la morte. Ma la loro storia sopravvive da quattro secoli perché afferma una verità universalmente riconosciuta: l’amore vero non negozia, non scende a compromessi, non calcola le probabilità di successo. O è tutto, o non è nulla. Amor vincit omnia.
Poi arrivò il Romanticismo a portare alle estreme conseguenze quella intuizione. L’amore diventa passione travolgente che si oppone alle convenzioni sociali, alle famiglie, alla rispettabilità. Non più sublimazione spirituale ma rivolta esistenziale. Quando Goethe pubblica I dolori del giovane Werther nel 1774, racconta di un giovane che si innamora di una donna promessa a un altro e si suicida. Il libro scatena un’ondata di emulazioni e in molti si tolgono la vita imitando il protagonista. L’amore impossibile non nobilita più: distrugge. Emily Brontë, con Cime tempestose, porta questa logica all’estremo: Heathcliff e Catherine si amano in modo totalizzante e ossessivo, oltre la morte, ma le convenzioni li separano. Il Romanticismo fa dell’ostacolo sociale il vero nemico: matrimoni combinati, differenze di classe, ipocrisie.
Ma non sono solo i personaggi di fantasia a vivere di amour fou. Nel XII secolo, il filosofo Pietro Abelardo diventa precettore della giovane Eloisa. Si innamorano, lei resta incinta, lui la sposa in segreto. Lo zio di Eloisa, furioso, lo fa evirare: lui si ritira in monastero, lei prende i voti. Per il resto della vita si scriveranno lettere d’amore di un’intensità bruciante. Quelle lettere attraverseranno i secoli come la testimonianza di un amore mutilato ma non spento. Antonio e Cleopatra vivono una storia che costa un impero: il generale romano abbandona Roma per la regina d’Egitto. Quando capiscono di aver perso tutto si suicidano insieme. Nel 1936, Edoardo VIII abdica per sposare Wallis Simpson, americana divorziata due volte. Non può regnare e averla: sceglie lei. Il cuore della vicenda è sempre lo stesso: l’amore costa tutto – la vita, la gloria, il trono – ma consegna gli innamorati all’immortalità.
Il Novecento porta le passioni impossibili sul grande schermo. Via col vento racconta di come Rossella e Rhett si amino pur non riuscendo a dichiararsi, fino alla scena finale in cui lui si allontana e lei capisce troppo tardi cosa ha perso. In Casablanca Rick convince Ilsa a partire col marito, sacrificando la propria felicità. La rinuncia diventa qui il supremo atto d’amore. Il paziente inglese racconta una passione adulterina durante la guerra: il conte Almásy e Katharine si amano nel deserto mentre lei è sposata con un altro. Il cinema ha compreso che un grande amore lascia dietro di sé una ferita che non si rimargina, come nel caso di Jack e Rose che non possono sfuggire al destino del Titanic. E che l’amore distorto e pericoloso esiste, come impara a sue spese lo scrittore Paul Sheldon in Misery non deve morire.
C’è un filo rosso che lega tutte queste storie, vere o immaginarie. È l’idea che l’amore vero abbia sempre a che fare con l’impossibilità, come se amare davvero significhi desiderare più di quanto la realtà possa concedere. Al contrario, l’amore felice non diventa leggenda perché non ha nulla da raccontare: è compiuto, chiuso. L’amore impossibile invece resta aperto, incandescente, vibra nei secoli perché pone domande senza risposta. Cosa sarebbe successo se Tristano e Isotta non avessero bevuto il filtro? Se Giulietta avesse saputo della morte apparente di Romeo? E se Edoardo avesse scelto il trono?
Forse, allora, c’è un altro modo di festeggiare il 14 febbraio. Non come la festa degli amori riusciti, ma come il giorno in cui ricordare tutti gli amori che non hanno potuto essere. Gli amori impossibili della storia, della letteratura e del cinema non sono eccezioni romantiche, ma rappresentano la verità del sentimento, spogliato dalle convenzioni.
San Valentino ci ricorda che amare è sempre un atto di coraggio e a volte anche di follia. E che gli amori che sfidano il mondo, anche quando perdono, sono quelli che il tempo non riesce a cancellare.
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