Uno dei quattro eroi che nel 1976 portarono la prima Coppa Davis in Italia si racconta tra i campi della sua Roma. Dalle vittorie storiche su McEnroe e Borg alla sfida quotidiana come coordinatore della scuola tennis. «A noi non restano i milioni, ma l’orgoglio di aver reso popolare questo sport. La mia medaglia più bella è vedere crescere i campioni di domani»
Tonino Zugarelli è uno dei nomi che ci riportano alla mente la storia del tennis italiano, al pari di Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e Corrado Barazzutti. Sono loro i ‘moschettieri’, con Nicola Pietrangeli capitano non giocatore, che nel 1976 vinsero per l’Italia la prima Coppa Davis. Tutti e quattro parteciparono al percorso che portò alla conquista della prestigiosa ‘insalatiera’ nella storica finale con il Cile all’Estadio Nacional di Santiago, ma a Zugarelli, quello tra i quattro con le maggiori propensioni a giocare sui campi veloci, va il merito della vittoria nella semifinale con la Gran Bretagna sui campi in erba di Wimbledon. Ancora oggi Tonino, dopo 76 primavere, vive di tennis come responsabile della scuola giovani del Foro Italico, a Roma. Proprio lì lo abbiamo incontrato, tra una lezione e l’altra, per parlare della sua storia di giocatore della racchetta, che lo portò ad occupare la 19ª posizione del ranking mondiale, e per scoprire quali sono i segreti da trasmettere ai campioni di domani.
Con quale spirito insegna oggi il tennis ai giovani?
Diciamo che il Foro Italico è un po’ la mia casa. Lo è stata da giocatore e da dieci anni lo è da coordinatore della scuola tennis, a cui sono iscritti ragazzi dai 9 ai 18 anni. Ora la sfida è non più vincere una partita, ma insegnare ai giovani qualcosa di positivo non solo dal punto di vista tecnico, ma anche umano, essere per loro un modello. Anche questo vuol dire continuare ad essere protagonisti.
Il suo è stato un tennis a cavallo tra uno sport per pochi eletti, rigorosamente in bianco, con un pubblico discreto che non applaudiva agli errori, e quello di oggi fatto di grande entusiasmo sugli spalti.
Da un punto di vista dei riconoscimenti sarebbe stato meglio gareggiare oggi che 50 anni fa. Il tennis è cambiato radicalmente. Una volta era, anche ai massimi livelli, uno sport dilettantistico, in cui l’unica soddisfazione era la conquista di una coppa o di una medaglia. Oggi c’è un professionismo esasperato. Allora non c’erano guadagni significativi. Se avessi avuto gli introiti di oggi, ora non mi alzerei presto tutte le mattine per insegnare tennis. Lo faccio perché per me è ancora una passione. Stare sul campo insieme ai bambini è una grande soddisfazione e mi fa sentire vivo. Tirarli su, seguirli giornalmente mi fa piacere e sono orgoglioso di dare loro una mano, affinché un giorno abbiano successo.
Dal punto di vista prettamente tecnico, che tipo di tennis si insegna oggi rispetto a qualche decennio fa?
Ci sono grossi cambiamenti. Ad esempio, oggi ad un bambino è più semplice insegnare il rovescio a due mani che quello classico ad una mano. Il colpo fondamentale è il dritto, il rovescio ad una mano non si insegna quasi più.
Lei ha iniziato a calcare i campi in terra rossa da raccattapalle, per poi arrivare da giocatore tra i top 20 e ad incontrare i più grandi campioni dell’epoca.
Ho avuto nella mia carriera la fortuna di gareggiare con i giocatori più forti del mondo, come McEnroe, Borg, Laver e tanti altri. Molti di loro li ho anche battuti. Questo è un ricordo prezioso: essere stato un tennista di alto livello. Ma la cosa più bella è di avere avuto come amici queste leggende dello sport mondiale.
Nel 1977, qui al Foro Italico, ha disputato la finale degli Internazionali purtroppo perdendo contro Vitas Gerulaitis. Che ricordo ha di quella partita?
Quel giorno ho avuto la sensazione di essere entrato nella storia del tennis. Gli Internazionali del Foro Italico erano e sono, soprattutto per noi italiani, un appuntamento importante nella stagione agonistica. Questa è un’altra delle differenze con il tennis di oggi in cui ogni settimana c’è un nuovo torneo, a parte quelli dello Slam, gli unici che si giocano ancora al meglio dei cinque set.
È solo un problema di numeri?
No, allora tutta la stagione era basata sulla Coppa Davis (più impegnativa e ben diversa nel regolamento da quella che si gioca oggi). Nel programma di Davis si inserivano i tornei, soprattutto quelli europei: Roma, Montecarlo, Parigi, Amburgo, Wimbledon. Negli Stati Uniti e in Australia non andavamo quasi mai per motivi economici, dato che le trasferte dovevamo pagarcele da noi.
Grazie a lei e agli altri italiani però il tennis è passato da sport di élite a sport popolare, con un sensibile aumento di praticanti.
Sì, le nostre vittorie hanno contribuito ad accrescere il numero degli appassionati. Se oggi esistono scuole di tennis per tutte le età, tra le quali questa del Foro Italico, un po’ di merito sicuramente è di Panatta, Bertolucci, Barazzutti e mio. Il nome di Tonino Zugarelli è nella storia di questo sport e questo mi emoziona ancora oggi.
Che cosa si porta dentro della Coppa Davis vinta nel 1976?
Dal punto di vista agonistico, le vittorie sull’erba di Wimbledon contro i forti britannici, nella finale continentale, e poi l’aver portato per la prima volta il prestigioso trofeo in Italia. A noi giocatori venne consegnata una miniatura dell’insalatiera. La mia mi è stata rubata dai ladri, ma quella vittoria la porto nel cuore e qui nessuno può portarmela via.
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