Il rapporto del Cnel rivela che oltre seicentomila ragazzi hanno lasciato il Paese dal 2011, portando altrove competenze e futuro. Dalle storie di Anna, Giulia e Pierpaolo emerge il ritratto di un sistema che non valorizza il merito: «All’estero non siamo risorse da sfruttare, ma persone da far crescere»
Tra il 2011 e il 2024, oltre 600mila giovani – 18-34enni – hanno lasciato il Paese. Un flusso costante, segno di un distacco profondo tra le aspirazioni delle nuove generazioni e le risposte di un sistema che fatica a rinnovarsi. Una perdita di valore in capitale umano stimata attorno ai 160 miliardi di euro – il 7,5% del Pil – che gli ingressi (scarsi) dei giovani provenienti da Paesi avanzati non riescono a compensare, lasciando invece spazio a cittadini di Nazioni economicamente più povere, in cerca di migliori opportunità.
A fornire questa fotografia del Paese è il rapporto L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) che, nell’analizzare tale fenomeno, ha messo in luce anche l’importante esodo di giovani italiani qualificati verificatosi negli ultimi anni, per raggiungere destinazioni come Regno Unito nel 26,5% dei casi, Germania (21,2%), Svizzera (13%), Francia (10,9%) e Spagna (8,2%). Attraverso alcuni sondaggi, sono stati presi in esame disagi, motivazioni e aspirazioni che li hanno spinti a prendere questa decisione. Per comprendere meglio questo fenomeno, abbiamo intervistato tre giovani che, per motivi di studio o lavoro, hanno deciso di “cercare futuro” altrove.
Anna è una giovane donna di 27 anni, diplomata. Per lei, partire è stata l’unica strada percorribile per migliorare la propria posizione lavorativa. Impiegata da tempo presso una nota multinazionale, ha deciso di raggiungere la Spagna per cogliere l’unica opportunità di crescita professionale che la sede italiana tardava ad offrirle. «Dopo tre anni di attesa – racconta -, ho dovuto prendere atto che l’unica opzione concreta era candidarmi in una sede estera, pur sapendo che questo avrebbe significato allontanarmi da amici, famiglia e dalla mia quotidianità. Una scelta difficile, ma necessaria». Diverse le ragioni che hanno spinto Giulia – 24 anni, laureata e impiegata a Londra presso un’importante associazione umanitaria – ad espatriare. «Andare oltreconfine offre maggiori opportunità – afferma convinta -. L’attenzione alla progressione della persona e il salario minimo garantito delle aziende estere consentono di raggiungere l’indipendenza».
Il concetto di stabilità in Italia sembra ancora molto legato all’idea del “posto fisso”. Una convinzione che ha portato spesso a preferire contratti a tempo indeterminato alle opportunità di crescita e ricollocamento offerte dal mercato estero. Secondo Pierpaolo – 23 anni, laureato e attualmente impegnato in uno stage a Bruxelles -, non è più una conditio sine qua non. Oggi i giovani preferiscono cambiare impiego e accumulare esperienze che possano renderli più appetibili sul mercato del lavoro, interno ed esterno. Anche per Giulia si tratta di una tendenza che sta man mano scomparendo. Per lei, stabilità equivale a ricoprire una posizione lavorativa che rispecchi la formazione acquisita negli anni di studi, ottenendo al contempo un’entrata sufficiente a mantenersi nel luogo in cui ha scelto di vivere. Anna, invece, ritiene che la cultura del lavoro in Italia sia ancora fortemente legata al concetto del “posto fisso”: «Aspettare anni solo per ottenere un contratto a tempo indeterminato è una dinamica che in Italia ho visto e vedo ancora – racconta -. All’estero la situazione è diversa, se non sei soddisfatto, non sei obbligato a restare perché le opportunità esistono».
Dai sondaggi effettuati dal Cnel è emerso che la libertà di metodo e il rapporto diretto con il management, così come una migliore qualità della vita e servizi più efficienti, sono tra i fattori più apprezzati da chi decide di trasferirsi. Anna ne è convinta. La sua esperienza all’estero le ha fatto apprezzare una cultura più orientata al rispetto della persona e della dignità professionale, oltre che un funzionale sistema di servizi, trasporti in primis: «Il fatto di potersi muovere facilmente, di non dover perdere tempo in procedure inutilmente complesse – afferma -, incide direttamente sul benessere personale e sull’equilibrio tra vita privata e lavoro». Pierpaolo si sofferma soprattutto sull’aspetto del “work-life balance” (equilibrio vita-lavoro, n.d.r.), che ritiene fondamentale, affermando che: «È necessario lavorare, certo, e performare nel proprio ruolo, ma questo non significa annullarsi. I Paesi nordici sono maestri in questo». Rispetto al sistema di servizi è fortemente convinto che sia un tassello su cui gli altri Paesi scommettono, riuscendo a garantire una qualità di vita molto elevata. A fargli eco è Giulia che, dopo aver vissuto in Francia e Inghilterra, si è resa conto di quanto una rete di servizi efficiente possa fare la differenza, soprattutto a livello di trasporti, ambito che definisce “fonte di forte stress” nella realtà italiana.
Alla luce delle esperienze positive di Anna, Giulia e Pierpaolo, abbiamo chiesto loro cosa dovrebbe cambiare nel mercato del lavoro italiano per convincerli a riportare le loro competenze in Italia. Pierpaolo ritiene sia necessaria una profonda revisione del welfare aziendale e degli stipendi medi. Secondo Giulia, le aziende dovrebbero puntare su un effettivo ricambio generazionale, offrendo opportunità di crescita reali e salari che permettano di vivere con dignità. Dello stesso parere è Anna, convinta però che prima delle condizioni economico-contrattuali dovrebbe cambiare la cultura stessa del lavoro: «Servirebbero reali opportunità di crescita, rispetto della meritocrazia e delle persone. Finché il lavoratore sarà visto come una risorsa da sfruttare più che da valorizzare, sarà difficile per molti giovani rientrare per scelta professionale».
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