Con l’introduzione di un voucher, la Regione consolida un modello di cura che mette al centro la persona. Medde: «Il paziente vive spesso il dolore in solitudine, la possibilità di incontrare un professionista consente di aprire spazi di elaborazione»
Quando il corpo si ammala, la mente deve tener duro. Servono forza, fiducia e ottimismo per affrontare non solo il dolore fisico, ma la preoccupazione e lo spaesamento di fronte a una vita che si trasforma, mentre lo spazio e il tempo vengono stravolti, sottoposti e sottomessi all’esigenza delle cure.
Non solo chi si ammala, ma anche i suoi familiari hanno bisogno allora di un sostegno professionale, ma non tutti possono permetterselo: la psicoterapia costa e, specialmente quando il percorso è lungo, per molti è insostenibile. Perché nessuno debba allora rinunciare a questa possibilità, la Regione Lazio ha appena introdotto il Bonus Psiconcologia: i pazienti e i loro familiari possono richiedere un voucher di servizio del valore di 1.200 euro, corrispondente a 16 incontri di sostegno psicologico o psicoterapia (75 euro ciascuno). Gli interventi vengono erogati da professionisti iscritti all’Albo degli Psicologi del Lazio aderenti all’iniziativa.
L’iniziativa è destinata a pazienti oncologici residenti o domiciliati nel Lazio da almeno 6 mesi, con un Isee inferiore a 40.000 euro. Ne parliamo con la presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, Paola Medde.
A quale bisogno vuole rispondere questo bonus?
L’intervento in psiconcologia nasce come iniziativa realizzata in collaborazione con la Regione Lazio, che riconosce al supporto psicologico una funzione di cura al pari del trattamento medico. È ormai condivisa la consapevolezza che il cancro non colpisce soltanto il corpo, ma la persona nella sua interezza. In molti casi, inoltre, anche i familiari risultano indirettamente coinvolti da una malattia che interrompe i progetti di vita e richiama paure profonde e spesso indicibili.
Qual è l’impatto psicologico della malattia oncologica, sia sul paziente che sui suoi familiari?
Spesso il paziente vive il proprio dolore in solitudine, nel tentativo di non appesantire il coniuge o i figli. Allo stesso modo, i familiari, nel desiderio di trasmettere forza e sostegno, rinunciano ad ascoltare e riconoscere la propria sofferenza. Si innesca così un sistema di protezione reciproca, in cui però viene a mancare uno spazio in cui elaborare le emozioni e dare voce alle paure: questo silenzio, apparentemente protettivo, in realtà sottrae energia e alimenta la solitudine. La possibilità di incontrare un professionista in grado di ascoltare e accogliere queste esperienze emotive consente di aprire spazi di elaborazione, favorendo un processo di cura che riguarda non solo la malattia, ma la persona e il suo contesto relazionale.
Quali sono, generalmente, le persone su cui l’impatto psicologico è più forte?
Dipende. I bambini possono subire le conseguenze, spesso pesanti, di un “non detto” nel quale non si parla chiaramente della malattia, ma si percepisce che qualche cosa non va. Ecco allora che cresce l’ansia, aumentano l’insicurezza e la paura, della quale non si può parlare perché il mondo adulto nega che possa esserci un pericolo. Quando poi sono gli adulti a doversi confrontare con la malattia di un figlio, si trovano a fare i conti con la frustrazione di non riuscire a proteggerlo e il senso di impotenza che ne deriva. Nel caso del partner o dei caregiver familiari il dolore, vissuto in solitudine, crea stress: si deve continuare a portare avanti la propria vita e la propria routine ma, al contempo, si deve assistere, accompagnare alle visite, occuparsi di tutte quelle cose che prima della malattia erano svolte da chi oggi è malato. In generale, l’impatto è maggiore quando la malattia interrompe progetti di vita, ruoli significativi e legami affettivi fondamentali.
Chi immaginate che usufruirà maggiormente di questa opportunità?
È probabile che riceveremo molte richieste da parte dei familiari dei pazienti, i quali spesso non ricevono dalle strutture sanitarie spazi per l’assistenza psicologica. Diversamente, per il malato oncologico le strutture sanitarie in molti casi prevedono il sostegno psicologico per un numero limitato di incontri. È possibile quindi che il paziente, qualora lo ritenga utile, si rivolga al servizio del bonus in psiconcologia non nelle prime settimane dalla diagnosi, bensì più avanti. L’emergenza sanitaria nei primi tempi coinvolge il corpo: solo più tardi si inizia a pensare alla dimensione emotiva e relazionale.
Esistono esperienze simili in altre regioni?
Per quanto riguarda l’aspetto normativo anche altre regioni hanno affrontato la questione, ma il Lazio ha fatto da apripista prima con la legge 15/2022 – che ha istituito per legge i servizi di psiconcologia negli ospedali per i pazienti oncologici – e ora con il bonus psiconcologia, in sinergia con l’Ordine Psicologi Lazio. Oltre a garantire ai cittadini l’accesso a una platea di professionisti qualificati, questa collaborazione ha previsto l’istituzione di un osservatorio privilegiato che potrà fornire, nel tempo, informazioni sul numero di interventi effettuati, sulla loro tipologia e sul profilo dei soggetti coinvolti (professionisti e pazienti), utile a una migliore comprensione dei bisogni dell’utenza.
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