Una storia paradigmatica: l’emigrante che fa fortuna in America e torna a investire in patria. Calabrese e newyorkese, proprietario del colosso Mediacom, presidente della Fiorentina, è rimasto fino all’ultimo fedele alla “legge dell’umiltà”.
Umiltà. È la parola più utilizzata nei necrologi di Rocco Commisso, morto lo scorso 16 gennaio in una clinica del New Jersey. Noto in Italia per essere il presidente della Fiorentina, storica società del nostro calcio, aveva creato dal nulla, negli Stati Uniti, il colosso Mediacom, quinto gruppo nordamericano per importanza nel settore della televisione via cavo. La commozione che la sua morte – improvvisa per l’opinione pubblica, ma indotta da una lunga, e per ora ignota, malattia – ha suscitato sulle due sponde dell’Atlantico, testimonia l’amabilità dell’uomo e il carattere simbolico della sua parabola.
Il ragazzo di Marina di Gioiosa Ionica che conquistò l’America
Nato nel 1949 a Marina di Gioiosa Ionica, in Calabria, da una famiglia di umili origini, era emigrato in Pennsylvania a 12 anni, appresso al padre falegname deciso a tentare la fortuna oltreoceano. Il vero artefice della sua fortuna, lo considerava Rocco: lavoratore indefesso che gli aveva consentito un prestigioso percorso di studi, alla Columbia University di New York. Da sempre appassionato di calcio, proprio dal calcio gli era arrivato un sostegno indispensabile per portare a termine gli studi universitari. Sul finire degli anni Sessanta, entrato nella formazione della Columbia, era riuscito ad ottenere risultati tali da fruttargli una cospicua borsa di studio. Addirittura era stato visionato dalla nazionale di calcio statunitense per partecipare alle Olimpiadi del 1972. Titolare della maglia numero 5, un esemplare incorniciato della gloriosa casacca ha fatto bella mostra di sé, fino all’ultimo, nel suo studio privato.
Profilo di un leader: la carriera e la fondazione di Mediacom
Ma i talenti più spiccati del giovane Rocco erano altri. Alla Columbia, dopo la laurea in ingegneria industriale, aveva conseguito un Master in Business Administration; da un impiego alla Pfizer era passato nel reparto finanziario della Chase Bank di Manhattan (l’odierna JP Morgan Chase) e poi presso la Royal Bank of Canada ad occuparsi di prestiti alle compagnie televisive via cavo. Il settore lo aveva conquistato al punto da entrare, nel 1986, nel consiglio di amministrazione dell’azienda Cablevision. Poi, nel 1995, l’intuizione che gli cambiò la vita. Fondò Mediacom, la sua personale impresa di comunicazioni, inizialmente installata nella cantina di casa, rilevando piccoli impianti per la trasmissione televisiva via cavo con l’idea di raggiungere le aree più periferiche degli Stati Uniti, le più svantaggiate, poco e malamente servite. Nel 2000 Mediacom fu quotata in borsa ed è diventata col tempo il quinto operatore radiotelevisivo via cavo del Nord-America.
Dal Cosmos di Pelè alla Fiorentina del Viola Park
Sempre innamorato del calcio, nel 2017 Commisso acquistò, salvandolo dal fallimento, il Cosmos, lo storico club di New York che negli anni Settanta aveva ospitato il crepuscolo di Pelè e Beckenbauer. Nel 2019 è diventato proprietario della Fiorentina, grande nome della Serie A italiana in difficoltà finanziarie, che Commisso ha scelto per tornare in grande stile nella terra delle radici. In Italia ha cercato di trasferire quel “sogno americano” che l’aveva plasmato: non ce l’ha fatta con l’idea di uno stadio nuovo di zecca e privato, di proprietà della Fiorentina stessa, come succede per i club inglesi (e americani); ci è riuscito con la creazione del Viola Park, costruito alla periferia di Firenze fra il 2021 e il 2024: un centro sportivo unico in Europa, che porta il suo nome.
Sette anni di passione per la Fiorentina: l’era Commisso tra finali e valori
In sette anni di gestione Commisso la Fiorentina ha raggiunto due finali di Conference League e una di Coppa Italia (tutte e tre perse, purtroppo), mentre il patron è riuscito a farsi notare, e spesso amare, in tutte le sue incarnazioni: Rocco dall’italiano smangiato e storto, per via dell’accento calabrese, Rocco cervello fino di capitano d’industria e visionario nelle terre d’America, Rocco protagonista di una favola di successo, dolceamara come tutte le favole vere. La sua parabola, conclusa senza clamori, resta un monumento a una certa idea di fare fortuna e fare impresa, e in ultima analisi di promuovere il progresso individuale e collettivo. Impegno e sentimento, orgoglio e valori; l’impresa, e la società di calcio, intesa come una grande famiglia in cui il principio cardine è quello dell’appartenenza, dell’adesione sentimentale alla causa.
L’ultimo dei romantici: il lascito di umiltà di Rocco Commisso
In un’epoca di utilitarismo e finanza spietata Rocco Commisso ha rappresentato uno degli ultimi esponenti di una specie in estinzione, o forse, chissà, sulla via del ritorno. L’imprenditore dal volto umano, che imprime il suo tratto all’azienda, che resta fedele alla sua storia. È stata una storia di umiltà, quella di Rocco Commisso: umiltà dei natali, umiltà nella dedizione a una causa, nel rispetto degli altri, nell’attitudine da “mediano”, tenace “underdog”, la paziente e rigorosa ricerca del successo. Al di là dei beni materiali (un patrimonio stimato da Forbes intorno ai sei miliardi di dollari), è di umiltà – sincera, fiera, intelligente umiltà – anche il suo lascito.
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