La solitudine, oggi definita da molti sociologi come la vera “epidemia silenziosa” del nostro secolo, non è solo una condizione psicologica, ma un fattore che incide profondamente sulla salute fisica e sulla tenuta del tessuto sociale. In questo contesto, l’iniziativa del “badante di condominio” promossa dal Comune di Roma non rappresenta soltanto un nuovo servizio assistenziale, ma una vera e propria visione politica e culturale che mette al centro il valore della partecipazione.
Il cuore pulsante di questo progetto risiede nel superamento del modello di assistenza “uno a uno”, spesso isolante e focalizzato sulla malattia, per approdare a un modello comunitario. Come sottolineato da Nella Converti, presidente della Commissione politiche sociali del Comune di Roma, in una intervista che trovate nelle pagine di questo numero, non si tratta di “sanitarizzare” l’anziano, ma di promuoverne l’autonomia attraverso la condivisione. Quando un operatore sociale agisce all’interno di un condominio, lo spazio privato smette di essere un guscio di isolamento e diventa un luogo di incontro.
La lotta alla solitudine passa infatti per gesti quotidiani che, se condivisi, cambiano segno: fare la spesa o andare in farmacia non sono più incombenze solitarie, ma occasioni di relazione. Questa “socialità di prossimità” genera un benessere che la scienza medica conferma da tempo: stare insieme rallenta il decadimento cognitivo, riduce lo stress e restituisce alle persone un senso di utilità e appartenenza.
Ma c’è un aspetto ancora più profondo: lo stare insieme trasforma i condomini in veri e propri laboratori di idee. Quando le persone anziane escono dal cono d’ombra dell’isolamento, la loro esperienza e il loro tempo libero diventano risorse per la comunità. Un gruppo di anziani che si ritrova grazie a un facilitatore condominiale può dare vita a forme di mutuo aiuto, a scambi di saperi con le generazioni più giovani e a proposte per il miglioramento del quartiere.
Iniziative come queste, già presenti in altre città italiane, agiscono come un catalizzatore di energie sopite e dimostrano che la coesione sociale non è un concetto astratto, ma un legame che si rigenera ogni volta che si crea lo spazio per un dialogo. Abitare lo stesso tetto non significa più solo condividere un indirizzo, ma tornare a far parte di una storia comune, dove la fragilità di uno diventa la forza del gruppo e dove l’innovazione sociale nasce dalla riscoperta della solidarietà più antica: quella del vicinato. In un’epoca che troppo spesso confina la fragilità ai margini, queste occasioni ci ricordano che la vera cura risiede nel sentirsi parte di un tutto: sono la dimostrazione che, abbattendo le mura dell’indifferenza, il condominio può smettere di essere un semplice insieme di abitazioni per tornare a essere il luogo dove la vita si protegge e si progetta insieme.
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