Il due volte bronzo olimpico delle Fiamme Gialle si racconta in attesa di Los Angeles 2028. Da Terracina al Tevere l’atleta svela i segreti di una disciplina fatta di armonia e tecnica
Velocità, ma anche tenuta e fondo; equilibrio, tecnica, forza e, soprattutto, saper scivolare sull’acqua. Sono alcune delle doti che ogni atleta che si cimenta nel canottaggio deve avere. E Matteo Lodo le ha tutte, oltre ad un fisico da basket grazie alla sua altezza di quasi due metri. Nativo di Terracina, sul litorale sud del Lazio, e con un rapporto naturale con l’acqua, quella di mare, lo sport per Matteo ha sempre voluto dire remi e barca. Di tutto rispetto il suo palmares, in attesa di arricchirlo alle prossime Olimpiadi di Los Angeles 2028: due bronzi nella specialità “quattro senza timoniere” a Rio de Janeiro 2016 e Tokyo 2020, ma anche due ori e un argento ai mondiali e un oro e un bronzo agli europei. Incontriamo il canottiere delle Fiamme Gialle, il gruppo sportivo della Guardia di Finanza al centro di Roma, guardando, anche qui, l’acqua del Tevere ed entriamo subito in argomento.
Quanto è importante essere inserito in un gruppo sportivo ben organizzato per allenarsi al meglio e vincere?
È fondamentale. Comunque per me il rapporto con le Fiamme Gialle è iniziato già all’età di dieci anni, quando aderii al progetto scuole per i giovanissimi, lanciato dal gruppo sportivo della Finanza. E posso dire che, dopo tanti anni, sento di essere in una famiglia più che in un’organizzazione sportiva. Allenatori e tecnici mi hanno sempre accompagnato nel percorso agonistico, aiutandomi ad arrivare ai massimi livelli.
Quali atleti del canottaggio le hanno fatto da modello?
Beh, io ho un cugino, Alessio Sartori, che ha vinto le Olimpiadi. Poi, tutti i campioni che l’Italia vanta in questo sport, a cominciare dai fratelli Abbagnale. Loro si allenavano sul mare, io a Sabaudia posso praticare sulle acque sicuramente più calme del lago che si trova nelle vicinanze della cittadina laziale.
Lei ha praticato il canottaggio nelle specialità di coppia, a quattro e anche nell’otto. Cosa significa doversi amalgamare con altri canottieri, ognuno con le sue caratteristiche agonistiche?
Questo è uno degli aspetti più difficili del nostro sport, in particolare per il gruppo di atleti che fanno parte della nazionale. Diciamo che durante i raduni ci alleniamo insieme, mangiamo insieme, dormiamo insieme, insomma viviamo in gruppo e anche questo contribuisce a creare quell’armonia che poi esprimiamo in gara, dando vita a prestazioni che devono necessariamente essere equilibrate. Questo è fondamentale, perché oggi le specialità olimpiche prevedono il timoniere solo nell’otto, mentre nelle altre barche più piccole, il singolo, il due e il quattro, è uno dei canottieri a indirizzare la barca nella giusta direzione, grazie a un meccanismo che si manovra con i piedi.
Il canottaggio è uno sport prettamente maschile?
Diciamo che è nato come attività soprattutto per uomini, ma ormai le ragazze hanno raggiunto ottimi livelli e si vedono gare che quasi fanno invidia ai ragazzi, tanto che il canottaggio femminile già da diversi anni è stato inserito nei programmi olimpici. C’è insomma a livello internazionale una vera parità tra donne e uomini.
Non ci vuole solo forza nel canottaggio, ma particolari doti che consentono da far andare la barca sull’acqua senza strappi.
Sì, in tal senso ci sono varie scuole a livello internazionale. Alcune fanno della forza fisica l’aspetto preponderante, altre puntano sulla sensibilità e sulla fluidità del movimento, che si traduce poi in una scorrevolezza ottimale sull’acqua. In gergo si dice che, remando con le spalle alla direzione della barca, devi essere bravo a “tirare”, ma anche a “non frenare”. Ci sono tanti aspetti da considerare: i remi devono entrare e uscire dall’acqua nello stesso tempo, la barca deve essere sempre filante sul pelo dell’acqua e mai affossarsi. In pratica, la forza atletica ci vuole, ma non serve solo quella.
Il canottaggio è uno di quegli sport che scopriamo ogni quattro anni in occasione delle Olimpiadi, ma invece è un’attività agonistica che, oltre alle medaglie, porta con sé tanti valori che andrebbero promossi sempre.
Sì, purtroppo facciamo parte di quel gruppo di sport che, con una brutta parola, vengono definiti “minori”. Sicuramente meno conosciuto e meno visto, ma voglio dire che ogni attività agonistica ha la sua peculiarità ed è molto emozionante, quando si torna da gare importanti, essere visti come un modello dagli atleti più giovani. È un ruolo di cui vado molto orgoglioso e fiero: essere qualcuno da imitare per quelli, ce lo auguriamo, che saranno i campioni di domani. In loro rivedo il me stesso giovane che cercava motivazioni in quei campioni di cui avevo il poster in camera. Nei confronti degli atleti in erba bisogna essere un esempio, non solo agonistico, ma anche di comportamento fuori e dentro la gara. C’è la responsabilità di sentirsi modelli di correttezza in tutti i sensi.
Perché un giovane dovrebbe scegliere il canottaggio?
Perché è istruttivo allenarsi e gareggiare insieme, vincere insieme, perché lo sport vero non è divisivo, è inclusione, e perché il canottaggio è bello!
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