Il progetto, ideato da Caritas Ambrosiana, unisce donne, riuso creativo e territorio. Maria Squillaci responsabile dell’iniziativa: «Il luogo dei luoghi una fucina di buone pratiche dove tutti gli obiettivi sono collegati tra loro»
Una cravatta può diventare una borsa o una collana. Dei ritagli di stoffa possono dare vita a oggetti per la casa unici, perché custodiscono storie e relazioni. Come le sarte che lavorano nella sartoria sociale Taivè, un progetto avviato nel 2009 da Caritas Ambrosiana a Milano con l’intento iniziale di offrire inclusione lavorativa alle donne rom del territorio, seguite nelle attività di monitoraggio e accompagnamento dalla Caritas. Un progetto che nel tempo è cresciuto, diventando un luogo aperto a donne provenienti da varie parti del mondo, anche italiane, in fasce di fragilità che vanno dalla violenza alla tratta o arrivate in sartoria da corridoi umanitari. Uno spazio dove, attraverso il riuso di tessuti, si cuce e si rammenda, e dove l’integrazione passa anche da un forte legame con il territorio. Quello del quartiere multiculturale di Casoretto, dove si trova il negozio Taivè, e quello più periferico della zona 8 di Milano, in via Uruguay, dove si trova il laboratorio sartoriale, nell’ex bar della parrocchia Regina Pacis chiuso dai tempi del Covid. Cambiamenti graduali, che hanno messo al centro la crescita professionale delle sarte e la sostenibilità del progetto.
«Taivè lo definisco il luogo dei luoghi, una fucina di buone pratiche dove tutti gli obiettivi sono collegati tra loro – commenta Maria Squillaci, responsabile del progetto Taivè, descrivendo la realtà della sartoria sociale della Caritas Ambrosiana che lei segue da cinque anni -. Inizialmente, il progetto prevedeva l’inserimento delle donne con un periodo di tirocinio di sei mesi, che poteva diventare un’assunzione a tempo determinato. Il progetto risponde ai bisogni concreti intercettati da Caritas: l’esigenza in questo momento è di formare bene le donne, ma anche dare la possibilità di avere un contratto di lavoro stabile che consenta di rispettare i tempi di crescita di ognuna di loro. Sono donne che non hanno mai avuto un’esperienza di lavoro anche per alcune barriere importanti, come la lingua». E prosegue, raccontando i più recenti cambiamenti: «Una delle criticità era proprio lo spazio, prima era un locale unico dove si faceva sia laboratorio sia negozio, aperto al pubblico. Poi abbiamo chiuso quel vecchio spazio e, nella zona storica di Casoretto, abbiamo lasciato il negozio dove lavora una sarta, dove c’è la presenza delle volontarie e dove negli anni abbiamo radicato relazioni molto importanti con le botteghe vicine. C’è la merceria, il biciclettaio, il gelataio, alcuni sono lì da 40 anni. E loro, come noi, conoscono i nomi di tutti i clienti che entrano. Nel Gallaratese, in via Uruguay, invece, abbiamo aperto il nuovo laboratorio per un’esigenza concreta, avere uno spazio a prezzi calmierati, e lo abbiamo trovato in uno dei locali inutilizzati della parrocchia Regina Pacis. Un laboratorio chiuso al pubblico, dove lavorano tre sarte».
Una formazione professionale di cui si occupa la maestra di bottega, una sarta italiana che collabora al progetto da due anni. Un “piccolo laboratorio di sartoria che vive la dimensione del negozio di quartiere”, come lo definisce Maria, che negli anni ha contribuito all’avvio di una collaborazione importante per una delle sue speciali sarte. «Mariam aveva già delle competenze, in Nigeria aveva una sartoria con la madre. Ha una storia molto travagliata, ma ha avuto una resilienza incredibile – ricorda Maria, senza nascondere l’emozione -. È stata con noi due anni e mezzo, e all’epoca non eravamo ancora pronte per stabilizzarla. Ma avevamo previsto una collaborazione con un noto marchio milanese, che appena l’ha conosciuta le ha fatto subito la proposta per l’indeterminato. Ora non fa passare più di sei mesi senza venirci a trovare».
Nella bottega sociale di Taivè si cuciono amicizie, relazioni sane dove “piccole e grandi criticità si affrontano con rispetto e correttezza”, e dove negli ultimi anni si è creata una collaborazione anche con i ragazzi, con percorsi di cittadinanza attiva. È il caso dell’esperienza di Service Learning con la facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica di Brescia, che da quattro anni fa incontrare gli studenti con le sarte di Taivè con uno scambio di esperienze che quest’anno li ha visti impegnati nel rammendo creativo. O la collaborazione con il Fai, con l’evento “Le Vie della Seta” che si svolge a Palazzo Moroni a Bergamo. Fino a condividere esperienze con ragazze provenienti da tutta Europa, con attività di volontariato della Caritas. Tracce di progetti che crescono, senza stravolgere i propri obiettivi, in cui ognuno è coinvolto ed è parte dell’impegno. Un progetto che punta ad autosostenersi e che adesso ha in programma nuovi tirocini e nuove assunzioni. «Da gennaio si è pensato di stabilizzare le nostre quattro sarte con un contratto a tempo indeterminato, e di inserire almeno dieci donne dando intanto la possibilità di un tirocinio. Poi speriamo che il lavoro aumenti – fa sapere Maria -. Procediamo a piccoli passi. Siamo un progetto che in questo momento cuce, fa cose molto belle e ha degli obiettivi piccoli, ma importanti».
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