Dopo l’uragano Helene del 2024 che ha devastato il Sud-Est americano la riparazione dei danni è costata quasi sessanta miliardi di dollari. Solo una minima parte è stata coperta da fondi pubblici
La principale contraddizione del cambiamento climatico viene da un’America colpita come mai prima d’ora da eventi climatici estremi. Incendi, uragani, siccità e alluvioni: la ricostruzione post-catastrofi sta diventando un motore dell’economia americana.
Gli analisti hanno già cominciato a parlare di “economia dei disastri” come uno dei settori più floridi di questo secolo.
Ogni volta che un uragano rade al suolo una città o un incendio trasforma una contea in cenere, si mette in moto una macchina perfettamente oliata. Chi toglie i detriti? Chi asciuga il fango? Chi pulisce? Chi riattiva le connessioni internet e telefoniche per le emergenze? Camion di imprese private arrivano prima ancora dei soccorsi, squadre di tecnici bonificano, riparano, ricostruiscono. È la nuova industria americana: quella che prospera nella crisi climatica.
Dopo l’uragano Helene del 2024, che ha devastato il Sud-Est americano, la riparazione dei danni è costata quasi sessanta miliardi di dollari. Solo una minima parte è stata coperta da fondi pubblici: il resto è confluito nelle mani di società private specializzate nella gestione delle emergenze. Bloomberg (azienda multimediale di informazione finanziaria, ndr) ha analizzato le cento principali aziende del settore – le ha battezzate “il complesso industriale del disastro” – e ha scoperto che negli ultimi dieci anni hanno registrato profitti superiori del 6,5% rispetto all’indice S&P 500 (il più importante indice azionario statunitense, ndr). In altre parole, investire nel disastro rende più che investire nell’economia ordinaria. Solo nel 2025, gli Stati Uniti hanno già contato perdite per oltre 100 miliardi di dollari dovute a eventi climatici estremi. Quaranta miliardi provengono dagli incendi che hanno devastato Los Angeles, mentre altre decine si devono a tempeste e alluvioni sempre più violente. Eppure, questi disastri invece di frenare la crescita economica, la sostengono: secondo le stime di Bloomberg, più di un terzo dell’aumento del Pil americano dal 2000 – circa 7.700 miliardi di dollari – è legato alle spese di ricostruzione e bonifica dopo eventi estremi. Del resto, perché investire per costruire quando puoi investire per ricostruire? È il paradosso perfetto di un capitalismo che non teme il collasso, ma lo incorpora come un’opportunità di profitto.
A guidare questa trasformazione ci sono i grandi fondi di private equity, che hanno fiutato il potenziale economico dell’instabilità climatica. Dal 2020 almeno settantadue società attive nella gestione delle emergenze sono state acquisite da investitori privati. Tra questi spicca Blackstone, il colosso da mille miliardi di dollari che finanzia allo stesso tempo progetti legati ai combustibili fossili e aziende di riparazione post-disastro come Servpro, la più grande rete di franchising per la bonifica degli Stati Uniti. Il meccanismo funzionerebbe così: i fondi guadagnano sia dalle cause del disastro che dalle sue conseguenze.
Dietro la patina di ‘resilienza’ e innovazione si nasconde però una catena di sfruttamento brutale. Le grandi opere di ricostruzione si reggono sul lavoro di decine di migliaia di migranti, assunti tramite subappalti temporanei e costretti a spostarsi da un disastro all’altro. Spalano macerie, respirano polveri tossiche, vivono in condizioni precarie e vengono pagati pochi dollari l’ora. L’agenzia federale Osha ha registrato quasi duecento violazioni gravi in aziende controllate dai fondi tra il 2015 e il 2022, ma le organizzazioni dei lavoratori ritengono che il numero reale sia molto più alto. E questa non è solo una deriva del capitalismo predatorio americano: il gap di 300 miliardi tra le risorse disponibili e quelle necessarie per l’adattamento climatico, unito al crollo verticale del settore della cooperazione internazionale, rischia di aprire un’era in cui le cosiddette imprese della ‘ricostruzione’ si diffonderanno ovunque, imponendo i propri prezzi e le proprie regole. Con il rischio, decisamente elevato, di esportare questo modello nel Sud globale, trasformando la ricostruzione in una nuova forma di dipendenza.
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