Dalle “barche fantasma” rimosse dai fondali al monitoraggio delle microplastiche. Davide Poletto, direttore esecutivo di Venice Lagoon Plastic Free: «Scienza e attivismo possono convergere per proteggere il patrimonio Unesco»
Venezia non è solo un museo a cielo aperto, ma un ecosistema fragile che combatte ogni giorno contro un nemico silenzioso: la plastica. In questo scenario unico al mondo, Venice Lagoon Plastic Free (VLPF) non si limita alla denuncia, ma trasforma la Laguna in un laboratorio per l’innovazione. Fondata nel 2019, l’Organizzazione non governativa unisce rigore scientifico e attivismo per ripulire le acque e monitorare la salute del sito Unesco, affrontando sfide che vanno dal turismo di massa al recupero delle imbarcazioni abbandonate. A presentare l’impegno di VLPF è Davide Poletto, direttore esecutivo, che vanta un dottorato europeo su ambiente e sviluppo sostenibile con esperienza decennale di servizio nel settore Scienza presso l’Ufficio Regionale UNESCO di Venezia.
Quando è nata Venice Lagoon Plastic Free e come è strutturata oggi l’organizzazione?
È stata fondata nell’aprile del 2019 da un gruppo eterogeneo di amici e colleghi con competenze diverse. Oggi possiamo contare su circa 150 volontari registrati e un team operativo più ristretto di 7 persone, che porta avanti le attività quotidiane e i progetti di ricerca.
Qual è la mission principale della vostra ONG?
Interpretiamo il sito UNESCO “Venezia e la sua laguna” come un laboratorio sperimentale. Il nostro obiettivo è sviluppare, testare e scalare soluzioni innovative per monitorare e rimuovere i rifiuti marini (macro e microplastiche). Lavoriamo in sinergia con centri di ricerca, università e aziende, inserendo molte delle nostre attività nei progetti Horizon dell’Unione europea, in particolare afferenti alla missione “Restore our Ocean and Waters by 2030”.
Avete sviluppato anche strumenti tecnologici propri, corretto?
Esattamente. Abbiamo già lanciato tre applicazioni digitali. Queste app servono a monitorare le macroplastiche spiaggiate secondo gli standard europei, a gestire i clean-up (le giornate di pulizia), a calcolare l’impronta plastica (plastic footprint) e a identificare le imbarcazioni a fine vita abbandonate in natura.
Uno dei vostri progetti più noti è “Ghost Boat”. Di cosa si tratta esattamente?
È un programma permanente partito a fine 2021 per affrontare un problema sommerso, letteralmente. I residenti spesso abbandonano imbarcazioni a fine vita, molte delle quali in vetroresina. Queste “barche fantasma” rilasciano resine, vernici e metalli pesanti. Grazie a Ghost Boat, ed una filiera sviluppata nel quadro dei progetti Horizon, abbiamo già recuperato 37 imbarcazioni, per un totale di oltre 12 tonnellate di materiale rimosso e avviato al riciclo. Stiamo attualmente lavorando in cooperazione con la Regione Marche (AMAP) per avviare azioni similari fuori dal Veneto e nei mesi prossimi lanceremo una cooperazione in tale ambito anche con Portsmouth in Inghilterra, in particolare l’autorità di Langstone Harbours, ma colloqui sono attivi anche con la Regione Sicilia per Lampedusa.
Tra le iniziative di citizen science di maggior rilievo c’è senz’altro MICRO (2.0) – Microplastics Investigation for Comprehensive Research and Observation – che realizzate in collaborazione con le scuole. Di cosa si occupa principalmente?
Il progetto MICRO1&2.0 nasce con l’obiettivo di approfondire il fenomeno delle microplastiche, frammenti ormai onnipresenti nei sistemi marini e costieri ma ancora poco compresi nella loro ubiquità e caratteristiche così come nei loro impatti. Venice Lagoon Plastic Free e l’Istituto Montani hanno sviluppato un modello di citizen science che unisce formazione, ricerca e analisi di laboratorio, permettendo agli studenti di partecipare attivamente alla raccolta e interpretazione dei dati. Anche nel 2025 il progetto ha mantenuto le sue quattro fasi principali: preparazione tecnica, campionamento e ricerca sul campo, analisi di laboratorio, diffusione dei risultati ottenuti.
Qual è lo stato di salute attuale della laguna, secondo i vostri dati?
Purtroppo, il trend dell’inquinamento da plastica monouso è in crescita, alimentato dal turismo di massa ed azioni poco virtuose dei residenti. Ma non ci fermiamo alla denuncia: la nostra attività è sviluppata in stretta collaborazione con l’Istituto Montani di Fermo (Marche) e pubblicata su riviste internazionali scientifiche ad alto impatto (come Materials o Science of the Total Environment), dove analizziamo il chemical fingerprint delle barche abbandonate e la presenza di microplastiche e nanoparticelle nelle acque superficiali della laguna. Proseguiamo in modo continuativo le attività di monitoraggio attraverso campagne stagionali dedicate alla misurazione delle macroplastiche lungo spiagge e barene, affiancate da analisi delle microplastiche, con particolare attenzione alla correlazione tra le due componenti. Parallelamente, implementiamo azioni concrete di mitigazione, tra cui attività di clean-up e iniziative di sensibilizzazione rivolte ai turisti, con l’obiettivo di promuovere comportamenti più responsabili e prevenire la diffusione delle plastiche monouso. In questo contesto si inserisce anche un nuovo programma avviato lo scorso anno in collaborazione con Trafalgar, finalizzato a rafforzare le strategie di riduzione e gestione dei rifiuti marini.
Cosa posso fare io?
Non restare indifferenti
Non ignorare l’abbandono e lo sversamento di rifiuti in natura ma denunciarli sempre alle autorità competenti. Anche un piccolo gesto conta: raccogliere i rifiuti plastici ma non solo, senza timore o imbarazzo, significa evitare che si frammentino in micro e nanoplastiche, con impatti duraturi sull’ambiente.
Ridurre l’uso di plastica monouso
Sostenere l’utilizzo dell’acqua pubblica e ridurre il consumo di bottiglie in plastica. Numerosi studi scientifici dimostrano che le bottiglie d’acqua possono rilasciare centinaia di migliaia di microplastiche e nanoplastiche per litro, destinate a entrare nel nostro organismo, con potenziali effetti negativi sulla salute. È inoltre importante evitare il riutilizzo delle bottiglie di plastica per pratiche di refilling: con l’uso ripetuto, il rilascio di questi microframmenti tende ad aumentare in modo significativo.
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