Il celebre couturier si è spento a 93 anni nella sua residenza romana. Dalla provincia di Voghera alle passerelle internazionali, la storia dello stilista che ha inventato il rosso più iconico del mondo e ridefinito l’eleganza del Novecento.
L’ultimo “imperatore della moda”
Roma si ferma per dire addio a Valentino Garavani. Lo stilista si è spento lo scorso lunedì 19 gennaio nella sua abitazione sull’Appia Antica, circondato dagli affetti più cari. Aveva 93 anni e una carriera che ha attraversato sette decenni, lasciando un’impronta indelebile non solo sulla moda ma sull’intero costume italiano.
Con Valentino se ne va l’ultimo vero “imperatore della moda”. Perché pochi come lui hanno saputo incarnare quell’idea di eleganza assoluta, di bellezza quasi aristocratica, che oggi appare lontana anni luce dai ritmi frenetici delle fashion week. Lo chiamavano “The Chic” gli americani, oppure semplicemente “Mr. V.”. Ma per il mondo intero restava Valentino, e bastava quel nome per evocare visioni di abiti da sogno, feste leggendarie, un rosso inconfondibile.
Da Voghera al mondo
Valentino Clemente Ludovico Garavani nasce l’11 maggio 1932 a Voghera, in provincia di Pavia. La famiglia gli garantisce una vita agiata: il padre Mauro gestisce un’attività commerciale nel settore elettrico, la madre Teresa cresce lui e la sorella maggiore Wanda. Ma il piccolo Valentino ha la testa altrove.
Passa le giornate a riempire quaderni di disegni, sognando abiti e tessuti invece di studiare. L’illuminazione arriva prestissimo, come lui stesso racconterà anni dopo. Ha appena sei anni quando dalla radio annunciano il fidanzamento di Maria Francesca di Savoia. La principessa indosserà un abito di lamé verde. Due parole magiche che accendono qualcosa dentro quel bambino: lamé, verde. Da quel momento la moda diventa un’ossessione.
Milano arriva presto, con il corso di figurino all’Istituto Santa Marta. Ma è Parigi a cambiare tutto. Nel 1949, a soli 17 anni, Valentino lascia l’Italia per la capitale francese e si iscrive all’École des Beaux-Arts e alla Chambre Syndicale de la Couture Parisienne. Nella sua classe ci sono altri due ragazzini che diventeranno leggende: Yves Saint Laurent e Karl Lagerfeld. Vincono tutti e tre il concorso Woolmark Prize.
Valentino però non finisce da Balenciaga o Dior come i colleghied entra nell’atelier di Jean Dessès, dove resta cinque anni imparando ogni segreto della couture. Poi passa da Guy Laroche. Lavora, studia, assorbe, ma soprattutto capisce che vuole tornare a casa, in Italia, per costruire qualcosa di suo.
Il “rosso Valentino”
Nel 1959 apre il primo atelier in via Condotti, a Roma; la città è nel pieno della Dolce Vita, Cinecittà attira star da tutto il mondo. Valentino però ha un problema: i costi sono altissimi, il suo amore per il lusso non aiuta, i soci cominciano a tirarsi indietro. La maison rischia la bancarotta prima ancora di decollare. Poi, una sera d’estate del 1960, in un caffè di via Veneto, incontra Giancarlo Giammetti, uno Studente di architettura di 22 anni ed è amore a prima vista, ma soprattutto è l’inizio di un sodalizio che cambierà la storia della moda italiana. Giammetti abbandona l’università, entra nella società e si occupa di tutto ciò che Valentino detesta: finanze, strategie commerciali, pubbliche relazioni. Valentino può finalmente concentrarsi su quello che sa fare meglio, ovvero creare bellezza.
Il debutto vero arriva nel 1962 a Firenze, nella Sala Bianca di Palazzo Pitti. L’ultimo slot disponibile, l’ultima ora dell’ultimo giorno. I buyer normalmente se ne vanno prima, ma qualcuno fa passare parola. Bisogna restare, c’è un giovane prodigio da scoprire.
Da quel momento Valentino diventa uno dei couturier più richiesti al mondo e nel 1967 presenta la collezione interamente bianca che lo consacra definitivamente. È un azzardo, in piena “epoca hippie” e psichedelica eliminare il colore.
C’è però un altro colore che definisce la sua estetica più di ogni altro: il rosso. Non un rosso qualsiasi, ma una tonalità precisa tra carminio, porpora e rosso di cadmio. Il “rosso Valentino”, registrato come Pantone 2035.
La folgorazione avviene durante una serata all’Opera di Barcellona, circondato da dame elegantissime vestite di rosso; in quel momento capisce che quel colore dona a tutte le donne, sempre. Diventa così la sua firma, il suo manifesto.
Le muse, le dive e le regine della moda
Valentino non ha semplicemente vestito donne famose, ha costruito con loro rapporti di amicizia profonda che le hanno trasformate in icone vere e proprie. Jacqueline Kennedy diventa una delle sue muse più care quando nel 1968 sceglie un abito bianco Valentino per sposare Aristotele Onassis, tanto che la collezione total white di quell’anno le viene dedicata interamente. Jackie e Valentino restano legati per tutta la vita, e lui raccontava spesso con affetto l’episodio degli occhiali dimenticati nella sua villa al mare e ritrovati dentro una busta piena di sabbia, spediti da lei con quella delicatezza che la rendeva così speciale.
Elizabeth Taylor indossa Valentino per il suo ottavo matrimonio con Larry Fortensky nel 1991, mentre altre dive come Sophia Loren, Audrey Hepburn, Jane Fonda scelgono i suoi abiti per i momenti più importanti della loro vita. Perfino la regina di Giordania e la principessa Margaret si affidano al suo gusto, così come Farah Diba che fugge dalla rivoluzione iraniana avvolta in un cappotto Valentino di cachemire e zibellino. Nancy Reagan, first lady americana, lo sceglie come stilista ufficiale e Hollywood letteralmente lo adora: ben sei attrici ritirano l’Oscar vestite da lui, tra cui Julia Roberts, Jessica Lange, Cate Blanchett, Mercedes Ruehl, Sophia Loren e Jessica Tandy. Julia Roberts fa la storia nel 2001 quando sale sul palco per ritirare la statuetta indossando un Valentino vintage del 1982, un abito che diventa leggendario e viene immortalato nelle cronache della moda.
L’addio e i passaggi di proprietà
Nel 1998 arriva però la decisione che cambia tutto. Valentino e Giammetti vendono l’azienda al gruppo Hdp per 540 miliardi di lire. Mantengono la direzione creativa, ma da quel momento inizia un lungo valzer di proprietà. Nel 2002 subentra il Gruppo Marzotto per 240 milioni di euro. Nel 2007 il fondo Permira lancia un’Opa.
Valentino decide che è arrivato il momento di lasciare. Il 4 settembre 2007 annuncia il ritiro dopo 45 anni di carriera. Prima però celebra con una festa che Roma ricorda ancora oggi. Tre giorni di eventi tra il 6 e l’8 luglio: una mostra all’Ara Pacis con 240 abiti storici, una sfilata di alta moda nel Complesso di Santo Spirito in Sassia, un galà tra le colonne del Tempio di Venere con il Colosseo sullo sfondo. Scenografie curate da Dante Ferretti, concerto di Annie Lennox, mille invitati tra capi di Stato, principi, star. Una festa che non era solo un addio, ma il testamento di un’epoca.
Gli succede Alessandra Facchinetti, che però lascia dopo appena due stagioni. Arrivano allora Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, che lavoravano già in maison sugli accessori. Erano la scelta di Valentino fin dall’inizio.
Dal 2024 il direttore creativo è Alessandro Michele.
Un’icona senza tempo
Dopo il ritiro Valentino si dedica a una vita più riservata ma non smette mai di creare, continuando a disegnare costumi per l’opera che resta una delle sue grandi passioni. Nel 2016 lavora alla Traviata diretta da Sofia Coppola, mentre sui social resta attivo e viene scoperto e amato dalle nuove generazioni che imparano a conoscere il suo straordinario lavoro.
Oggi quel rosso continua a vivere sulle passerelle, nei musei e nei cuori di chi almeno una volta si è emozionato davanti a una sua creazione. E Roma, la città che ha amato più di ogni altra, lo saluta come si saluta un re: con discrezione, con affetto sincero e con quella gratitudine profonda che si riserva solo a chi ha davvero reso il mondo un po’ più bello.
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