Peter Magyar trionfa con un’affluenza record del 77,8% e conquista la maggioranza dei due terzi in Parlamento, ponendo fine a sedici anni di governo del premier Viktor Orbán.
L’Ungheria ha voltato pagina. Con una delle affluenze più alte della sua storia recente, il 77,8% degli aventi diritto, contro il 69,5% del 2022, oltre 8,1 milioni di cittadini ungheresi si sono recati alle urne domenica 13 aprile e hanno consegnato una vittoria netta e inequivocabile a Peter Magyar, leader del partito di opposizione Tisza.
La sua formazione ha ottenuto 138 seggi sui 199 del Parlamento, superando abbondantemente la soglia dei 133 necessari per la maggioranza dei due terzi, quella che in Ungheria consente persino di modificare la Costituzione.
Fidesz, il partito del premier uscente Viktor Orbán, si è fermato a 55 seggi.
Come funziona il sistema elettorale ungherese
Per capire la portata di questo risultato, è utile conoscere le regole del gioco. Il sistema ungherese assegna 106 seggi su 199 nei collegi uninominali con metodo maggioritario, mentre i restanti vengono distribuiti attraverso liste nazionali e quote proporzionali con meccanismi di compensazione. La soglia di sbarramento è fissata al 5%.
Tisza si è attestato al 51,98% dei voti di lista, contro il 39,38% di Fidesz e il 6,1% dell’estrema destra di Mi Hazánk. Una distanza enorme, costruita voto per voto in un Paese dove per anni il sistema mediatico e istituzionale ha parlato una sola lingua.
Magyar: “Abbiamo liberato l’Ungheria”
Dal palco allestito in piazza Batthyány a Budapest, Magyar ha parlato a una folla sempre più numerosa e festante. “Ce l’abbiamo fatta. Tisza e l’Ungheria hanno vinto le elezioni. Non con un piccolo margine, ma con un margine molto ampio. Insieme abbiamo liberato l’Ungheria”. Ha poi ricordato il percorso compiuto: “Siamo partiti in pochi, eravamo Davide contro Golia e alla fine, con il potere dell’amore, abbiamo ottenuto una vittoria storica”.
Il 45enne leader ha rivolto un appello anche a chi non lo ha votato, invocando “unità nazionale”. Ha quindi chiesto al presidente ungherese Tamas Sulyok, di conferirgli il mandato per formare il governo “il prima possibile”, invitandolo poi a dimettersi. A Orbán ha chiesto di “astenersi da qualsiasi misura che limiti il margine di manovra del prossimo governo”. Ha inoltre annunciato che il suo primo viaggio ufficiale sarà in Polonia, per “rafforzare un’amicizia millenaria”, seguito da Vienna e Bruxelles, “così possiamo portare a casa quei fondi Ue a cui gli ungheresi hanno diritto”.
Per le strade di Budapest, intanot, la notte è stata di festa. Intorno al Parlamento, in piazza Kossuth Lajos, migliaia di persone. Soprattutto giovani hanno ballato, sventolato bandiere, condiviso champagne direttamente dalle bottiglie. Dagli altoparlanti risuonava “My Way” di Frank Sinatra.
Orbán lascia, ma non si arrende
Viktor Orbán ha riconosciuto la sconfitta in un discorso breve e composto. “Un risultato doloroso ma chiaro — ha detto — La responsabilità e l’opportunità di governare non ci sono state date”.
Ha ringraziato i circa 2,5 milioni di elettori che hanno scelto Fidesz, promettendo di non deluderli mai. “Nei 30 anni alla guida del partito abbiamo vissuto anni difficili e facili, belli e tristi”, ha concluso, ribadendo che non si arrenderà mai. In precedenza aveva telefonato personalmente a Magyar per congratularsi.
L’Europa esulta, Mosca avverte
Le reazioni internazionali sono state immediate e quasi unanimemente entusiaste. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha scritto: “Il cuore dell’Europa stasera batte più forte in Ungheria. L’Ungheria ha scelto l’Europa. Un Paese riprende il suo cammino europeo. L’Unione si rafforza”. A Bruxelles si guarda con interesse concreto a uno dei primi possibili atti del nuovo governo: lo sblocco del prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina su cui Orbán aveva posto il veto.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiamato Magyar per congratularsi, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha espresso la sua “impazienza” a cooperare per “un’Europa forte, sicura e soprattutto unita”. Il premier britannico Keir Starmer ha parlato di “momento storico per la democrazia europea”. L’Ucraina, dal canto suo, ha subito revocato la raccomandazione ufficiale ai propri cittadini di non recarsi in Ungheria — misura imposta settimane fa dopo l’arresto di dipendenti di una banca statale ucraina a Budapest. Zelensky ha parlato di “vittoria schiacciante” e di disponibilità a una nuova stagione di cooperazione.
Dall’altra parte, Mosca ha risposto con toni apocalittici. Kirill Dmitriev, amministratore delegato del Fondo russo per gli investimenti diretti e inviato di Putin a Washington, ha scritto su X che la vittoria di Magyar “non farà altro che accelerare il collasso dell’Ue”, sfidando i lettori a verificare la sua previsione “tra 4 mesi”. Una reazione che, più che allarmare, dice molto sulle aspettative che il Cremlino riponeva nel governo Orbán.
Il dibattito in Italia
In Italia, la vittoria di Magyar ha riacceso il dibattito interno. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è congratulata con Magyar augurandogli “buon lavoro”, pur ringraziando nel medesimo post il suo “amico Viktor Orbán per l’intensa collaborazione di questi anni”.
Dal centrosinistra sono arrivate letture più nette. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha commentato che “il tempo dei sovranisti e delle destre nazionaliste è finito”, mentre Matteo Renzi ha ironizzato parlando di “effetto Trump” anche in Ungheria, ricordando come Meloni abbia sostenuto candidati anti-europeisti in Polonia, Spagna e Ungheria, uscendo sconfitta in tutti e tre i casi. Il vicepremier Matteo Salvini ha preferito una risposta sobria: “Siamo in democrazia: la gente vota, uno vince e uno perde”.
Ora la partita si sposta sul piano istituzionale. Magyar guida un Paese che ha bisogno di ricostruire relazioni istituzionali con Bruxelles, sbloccare miliardi di fondi europei congelati e ridefinire il proprio ruolo nell’alleanza atlantica. Un mandato pesante, costruito su una sera di champagne e bandiere sventolate lungo il Danubio.
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