In un 2025 dominato dalle piattaforme il grande schermo resiste trasformandosi in un’esperienza immersiva. Dal fenomeno Checco Zalone alle scommesse d’autore legate al territorio, ecco come il cinema continua a sedurre il pubblico
Crisi del cinema? Crisi del cinema italiano? Il Natale quale momento di ripresa e recupero del calo degli spettatori? Certo. Il cinema italiano, a dire il vero, è sempre stato in crisi. Anche quando incassava dieci volte tanto rispetto a oggi. Pensate che gli stessi fratelli Lumière, gli inventori del meccanismo di ripresa e proiezione cinematografici, sostenevano come il cinema fosse “una invenzione senza futuro”, ovvero una novità il cui fascino avrebbe ben presto esaurito ogni spinta e capacità di attrazione. Così non è stato, ma l’idea che il cinema sia una macchina talmente prodigiosa da bruciare all’istante il proprio potere seduttivo, non è mai venuta meno. Se così è, allora il cinema è condannato a un frenetico perpetuo rinnovamento. Immagine che si muove, sonoro, colore, schermo panoramico, suono stereofonico: la storia del cinema è il racconto di un inesauribile progresso tecnologico a scopo seduttivo se non ipnotico.
La questione del film visto in una sala cinematografica quale momento fatidico di fruizione dello spettacolo necessita quindi di una precisazione, ovvero la messa a fuoco del concetto di “sala”. Se discutete del problema con qualcuno di Netflix, per esempio, costui vi dirà che la stessa Netflix è una specie di sala. “Sala”, pertanto, non sarebbe più un luogo fisico, ovvero un cinema, delimitato da un perimetro di protezione, ossia muri e pareti, attrezzato con macchine predisposte alla funzione data, cioè proiettore e schermo. Oggi, “sala” sarebbe il campo di energia per mezzo del quale far vivere l’esperienza del cinema. Un telefono cellulare, attraverso cui vedere un film, adesso, è “sala”. Il monitor del computer, o lo schermo televisivo, su cui vediamo i film di Netflix, ebbene, quello “fa sala”. La parola d’ordine si chiama “esperienza immersiva”. Il prodotto audiovisivo, un film o una serie, deve coinvolgere lo spettatore nel profondo di un universo narrativo, da cui non è semplice uscire. Se il prodotto non riesce a far questo, allora non può funzionare. Anche in una sala cinematografica nuova bella e confortevole, spesso accadere che il film proiettato “non fa sala”: da cui zero spettatori. Il primo film a essere valutato un film-sala fu Nashville di Robert Altman, ed eravamo nel 1975. Chi lo ha visto, si diverta a comprenderne i motivi.
Come può una sala cinematografica, oggi, pertanto, “fare sala”? Immergere lo spettatore nell’esperienza del film? Le strategie ci sono, eccole di seguito:
– organizzare proiezioni a cui partecipano, fisicamente, attori e autori: accade che lo stesso identico film, immerso nell’evento con ospiti, faccia il pienone, e che programmato senza ospiti, lasci la sala vuota;
– predisporre rassegne di cinema del passato, per esempio la domenica mattina, alle ore 11.00, la commedia hollywoodiana degli Anni ’30 e ’40: l’esperienza immersiva del vintage, della nostalgia, è certo capace di “fare sala”;
– calibrare l’uscita del film: programmarlo inizialmente in poche sale selezionate, che possono essere riempite con maggiore facilità, per estendere l’offerta progressivamente a un numero maggiore di cinema, in modo che l’evento cresca nel tempo e si diffonda nello spazio.
Di recente, tale il caso del film italiano Le città di pianura – fatto uscire in poche sale in area veneta, ovvero la location in cui è stato girato e di cui racconta le persone e le atmosfere – e via via, tramite passa parola e annunci mirati, diffuso su territorio nazionale. L’immersione in un ambiente rigorosamente local, il Veneto e le sue realtà, ha prodotto in questo caso un piccolo evento comunicativo, che ha destato la curiosità generale. Altri film simili, piccoli e d’autore, altrettanto local, distribuiti immediatamente in un centinaio di sale, a tappeto, sono invece miseramente naufragati.
“Fare sala”, così, è un’azione verticale, di profondità, che mira a perforare il mare magnum di annunci e informazioni, promettendo l’immersione in un universo narrativo specifico, che sta un poco più sotto di tutto ciò che è visibile e udibile immediatamente. Un dubbio. Perché allora Checco Zalone “fa sala”? Dato che il nuovo film è uscito ovunque in centinaia di copie, sembra accadere invece il contrario. Provo a rispondere. Grazie a Checco Zalone, la sala cinematografica pare ancora immergersi in quel tempo in cui i film si vedevano solo e solamente in sala: una esperienza tanto super-vintage, di acuta estrema nostalgia, quanto di super attualità, l’occupazione quasi militare dello spazio cinematografico disponibile. Checco, attore e autore, corpo e immagine, segno e realtà, quale figura capace di produrre l’evento. Come se fossimo di nuovo immersi nell’età dell’oro del film, prima della televisione, età che a Natale riemerge all’improvviso per invadere tutte le immagini rimaste. E poi, a specchio: come se la nostalgia riemersa potesse dissolversi in un baleno, scomparire così come era venuta, nel nulla inebriante di tutte le immersioni senza futuro. Come il cinema è stato, e certo sempre sarà.
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