Novant’anni fa usciva nelle sale il capolavoro del cinema che consacrava la resistenza dell’uomo alla meccanizzazione
Oggi Tempi moderni compie 90 anni. Il 5 febbraio del 1936 nelle sale cinematografiche americane fece il suo ingresso un film che avrebbe cambiato per sempre il modo di raccontare il rapporto tra l’uomo e il lavoro. Sullo schermo riappariva, per l’ultima volta, il personaggio inconfondibile di Charlot, il vagabondo con bombetta storta, baffetti sottili, bastone da passeggio, l’aria comica e insieme malinconica. L’opera era destinata a scuotere le coscienze e a ridefinire il concetto di dignità nel mondo del lavoro; un’azione che continua ancora oggi. Tempi Moderni non è solo un titolo cinematografico, ma un manifesto filosofico che si interroga su cosa significhi restare umani in una società dominata dalla velocità delle macchine.
L’ultimo valzer del muto
Il film arrivò in un momento particolare della storia del cinema. Il sonoro aveva ormai conquistato Hollywood, eppure Chaplin scelse deliberatamente di rimanere fedele al linguaggio del muto che aveva reso immortale il suo personaggio. Una scelta che dimostrava quanto il regista britannico credesse nella forza espressiva del corpo e del gesto. La genialità di Chaplin risiedeva nella sua capacità di osservare gli esseri umani con una profondità rara. Lui stesso amava ripetere che senza una conoscenza approfondita della natura umana la sua arte non sarebbe mai esistita. E in effetti guardando Tempi Moderni si percepisce proprio questa sensibilità: ogni gesto, ogni sguardo, ogni movimento racconta la condizione umana.
Un capolavoro nato dalla crisi
Quella di Tempi moderni è l’America della Grande Depressone. Un paese in cui la disoccupazione dilagava e le fabbriche, spinte dalle politiche del New Deal, cercavano la ripresa attraverso una meccanizzazione spinta e ripetitiva. Chaplin, durante i suoi viaggi in Europa, aveva osservato la miseria e discusso a lungo con intellettuali del calibro del Mahatma Gandhi. Proprio con il leader indiano aveva condiviso i timori legati a un’industrializzazione selvaggia, capace di trasformare la tecnologia in una catena anziché in uno strumento di liberazione. Quelle riflessioni si trasformarono nelle sequenze iconiche dei Tempi Moderni, dove il protagonista diventa un ingranaggio tra gli ingranaggi, vittima di un sistema che non ammette pause o errori.
L’operaio che sfida il ritmo delle macchine
Nella trama, ambientata in una fabbrica dove i bulloni dettano il battito del cuore, Charlot lavora senza sosta, sorvegliato da un padrone onnipresente che ordina di accelerare i ritmi. La scena della macchina che imbocca gli operai per eliminare la pausa pranzo è l’emblema dell’efficienza portata all’assurdo. Ma il corpo umano non è fatto di metallo: sotto la pressione costante, la mente del protagonista cede, portandolo a un esaurimento nervoso che lo trascina in una serie di avventure tra carcere e libertà. In questo vagabondare incontra una ragazza, interpretata da Paulette Goddard. Insieme sognano una casa, un lavoro onesto, una vita normale. Ma la società continua a respingerli, indifferente ai loro desideri lotta per la sopravvivenza.
Far ridere raccontando la tragedia
Qui si manifesta il genio assoluto di Chaplin: la capacità di far sorridere mentre ci mostra il dolore. Le scene sono spesso esilaranti, il corpo elastico di Charlot si muove in modo buffo, le situazioni diventano paradossali, eppure sotto scorre un fiume di angoscia vera. Vediamo la disperazione operaia, la violenza del carcere, il terrore della fame, ma non riusciamo a smettere di ridere. La risata diventa uno strumento per aprire le coscienze, per toccare i cuori senza cadere nella retorica. Le immagini restano impresse per sempre. L’apertura colpisce immediata: un gregge di pecore che corre veloce, poi la dissolvenza incrociata su una folla di operai diretti in fabbrica. Gli uomini ridotti a numeri, ingranaggi sostituibili del capitalismo industriale. Poi arriva la sequenza in cui Charlot viene inghiottito dalla macchina, metafora dell’individuo divorato dal sistema.
Il prezzo della verità
Il pensiero critico verso il capitalismo industriale che attraversa tutto il film non passò inosservato. Chaplin pagò carissimo il suo coraggio intellettuale: venne accusato di simpatie comuniste, subì campagne diffamatorie feroci, divenne bersaglio di persecuzioni ingiuste. L’America del dopoguerra, in piena caccia alle streghe maccartista, non perdonò a questo artista di aver osato mettere in discussione il sistema. Eppure, non si piegò mai, continuò a difendere la centralità dell’essere umano contro ogni forma di sfruttamento. Il tempo gli ha dato ragione: Tempi Moderni viene oggi riconosciuto universalmente come uno dei vertici assoluti della settima arte.
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