Gli esperti Giorgio Castellan e Frine Cardone lanciano l’allarme: «Questi abissi sono il polmone blu del Mediterraneo, ma l’80% dei detriti che li soffoca arriva dalle attività umane»
Nel Mediterraneo, fra i 300 e i 500 metri di profondità e oltre, esistono delle vere e proprie foreste sommerse che offrono rifugio a specie marine tanto preziose quanto delicate. Il Canyon Dohrn nel Golfo di Napoli, oggetto della recente campagna oceanografica Demetra coordinata dall’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Ismar), ha svelato la presenza di una scogliera corallina finora sconosciuta, che comprende coralli bianchi, neri, spugne e altri organismi di grande importanza ecologica.
Questa spedizione scientifica fa parte del progetto europeo LifeDream per il ripristino della barriera corallina di acque profonde e rimozione di rifiuti nel Mediterraneo, e ha coinvolto direttamente anche la Stazione Zoologica Anton Dohrn, l’Università Politecnica delle Marche, l’Università Federico II di Napoli e l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro.
«La missione, insieme ad altre che si sono svolte in Italia, Grecia e Spagna, è parte del progetto europeo LifeDream, nato con l’obiettivo di aumentare le conoscenze sugli habitat marini profondi che oggi subiscono l’impatto dei cambiamenti climatici ma soprattutto dell’attività umana – spiega a 50&Più Giorgio Castellan, capo missione della campagna Demetra e ricercatore del Cnr-Ismar di Bologna -, dobbiamo immaginare che a queste profondità ci siano zone a basso tasso di biodiversità ma anche luoghi particolari per conformazione dove la biodiversità si concentra, che dobbiamo proteggere».
Come si opera negli ambienti marini profondi?
Operare in queste situazioni richiede l’utilizzo di veicoli a controllo remoto che impieghiamo per esplorare i fondali, effettuare gli interventi di restauro e poi monitorarli. Nel corso della campagna Demetra abbiamo installato delle camere che raccolgono immagini a intervalli regolari e ci consentono di aumentare la conoscenza di siti dei quali si sa ancora poco.
Quali sono le peculiarità degli ambienti marini profondi?
Parliamo di ambienti molto dinamici, complessi e tridimensionali dove c’è un fondo, una colonna d’acqua, delle correnti, una moltitudine di organismi. Proteggerli è molto più difficile rispetto a un parco terrestre, dove si possono apporre delle barriere fisiche. Di conseguenza gli impatti del cambiamento climatico e dell’azione dell’uomo sono ancora più difficili da gestire. Si tratta di habitat che impiegano migliaia di anni a formarsi: i coralli, ad esempio, crescono fra i 5 e gli 8 millimetri l’anno nelle loro migliori condizioni, mentre possono essere distrutti in tempi velocissimi.
Qual è l’importanza di questi habitat, non solo per la conservazione di specie preziose come i coralli ma per tutto l’ecosistema?
Questi spazi di biodiversità hanno un ruolo chiave nella regolazione del clima: si parla spesso di aumento della CO2, e il mare svolge un’azione tampone nel suo assorbimento. I coralli prelevano l’anidride carbonica dall’acqua, formando quel carbonato di calcio che gli consente di svilupparsi. In pratica questi organismi chiudono il ciclo di un gas che non è più dissolto in acqua ma diventa materiale inerte.
Nell’ambito della campagna, la Stazione Zoologica Anton Dohrn ha coordinato quello che viene definito come “passive restoration”, o restauro passivo, ossia la ripulitura di questi habitat profondi dai rifiuti, che nel Golfo di Napoli ha interessato la secca dei coralli neri che si trova fra i 200 e i 300 metri di profondità.
«È un ecosistema estremamente prezioso perché caratterizzato da un’elevata densità di coralli neri di estrema longevità – racconta a 50&Più Frine Cardone, ricercatrice del Dipartimento di Ecologia Marina Integrata della Stazione Zoologica Anton Dohrn -, basti pensare che la più antica formazione finora conosciuta è stata rinvenuta nel Pacifico e datata oltre 4mila anni. A poche miglia dalla costa di Napoli abbiamo questa secca caratterizzata da coralli neri afferenti a diverse specie, dove trovano riparo e si riproducono tantissimi altri organismi».
Che tipo di rifiuti interessano questo habitat?
L’80% dei rifiuti presenti nella secca è rappresentato da attrezzi da pesca, come lenze, cime e reti, che intrappolano e si impigliano sulle colonie di corallo nero. Questi materiali agiscono meccanicamente sul tessuto degli organismi, creando abrasioni, riducendone la capacità riproduttiva e portandoli alla morte. La foresta sostiene una catena alimentare molto lunga al cui vertice ci sono i grandi predatori come lo squalo capopiatto. Il fatto di aver contato un numero elevato di esemplari femmine ci fa pensare che il sito sia un’area nursery per la specie, e in generale per tutti i pesci cartilaginei. Sono habitat fondamentali per sostenere tutto l’ecosistema mare, e spesso non si pensa all’impatto dell’inquinamento nelle grandi profondità, semplicemente perché non lo vediamo. Ma i sistemi come questo sono purtroppo il destino finale dei rifiuti.
Quali sono gli strumenti di intervento?
Ad oggi lo strumento più efficace che abbiamo è il ROV, Remotely Operated Veichle, un veicolo filoguidato che abbiamo allestito ad hoc con una lama da taglio e che può prelevare o tagliare. Non sempre la rimozione è la soluzione migliore, perché potrebbe causare ulteriori danni, e deve essere valutata caso per caso. È una strada lunga, abbiamo appena cominciato, lavorando anche in sinergia con i pescatori, che per primi conoscono l’importanza di preservare il sistema. Agire non significa solo salvare le specie marine, ma fare in modo che i rifiuti non continuino ad arrivare nei nostri piatti.
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