Da Sankt Moritz alle Olimpiadi invernali: la storia della disciplina più audace dei Giochi
Tra le specialità che animano Milano Cortina 2026 ce n’è ancora poco conosciuta: lo skeleton. Uno sport invernale individuale in cui gli atleti scendono lungo una pista ghiacciata su una slitta dotata di pattini, sdraiati in posizione prona, con la testa in avanti e i piedi indietro, sfiorando velocità che possono superare i 130 chilometri orari. La sua nascita risale alla fine dell’Ottocento, in un’epoca in cui la Svizzera stava diventando la meta prediletta dell’aristocrazia europea in cerca di svago e cure termali. St. Moritz, località già celebre per le sue acque benefiche, divenne il teatro di un’intuizione geniale che avrebbe cambiato per sempre il panorama degli sport invernali.
La scommessa che ha fatto la storia
Nel 1885 Caspar Badrutt, lungimirante albergatore svizzero, si trovò di fronte al problema di attirare clienti anche durante i mesi meno frequentati dell’anno. Badrutt lanciò una sfida ai suoi ospiti abituali, prevalentemente inglesi: se si fossero annoiati durante il soggiorno nella sua struttura, avrebbero ricevuto vitto e alloggio completamente gratuiti. Una promessa che lo obbligò a escogitare intrattenimenti sempre più coinvolgenti. Fu così che nacque l’idea della Cresta Run, una pista naturale di 1212,5 metri che ancora oggi rappresenta uno dei tracciati più emozionanti al mondo. Inaugurata proprio in quegli anni, questa discesa ghiacciata divenne rapidamente il punto di ritrovo per gli appassionati di slittino, ma sarebbe stata la creatività degli ospiti britannici a trasformarla nella culla dello skeleton.
L’audacia di Mr. Cornish
La svolta arrivò nel 1887, durante il Grand National, una competizione annuale di slittino che richiamava partecipanti da tutta Europa. Un certo Mr. Cornish, un inglese evidentemente temerario, decise di tentare qualcosa di completamente nuovo: invece di scendere seduto come facevano tutti, si lanciò per tre volte consecutive in posizione prona, con la testa rivolta verso il traguardo. Gli spettatori descrissero le sue discese come piuttosto maldestre, eppure quel gesto improvvisato innescò una rivoluzione. L’idea piacque talmente tanto che già nel 1890 tutti i partecipanti al Grand National adottarono quella posizione. Quello che poteva sembrare un semplice esperimento si trasformò rapidamente in uno standard, aprendo la strada a una nuova disciplina. Paradossalmente, questa posizione head first riduce il vantaggio aerodinamico rispetto ad altre discipline su slitta, rendendo lo skeleton il più “lento” tra gli sport simili, ma sicuramente non il meno spettacolare.
Dalla gabbia toracica alle piste olimpiche
Il nome skeleton arrivò solo qualche anno dopo, precisamente nel 1892, quando venne introdotta una nuova slitta metallica dalla struttura così essenziale da richiamare la gabbia toracica umana. Quella forma scheletrica, funzionale ma visivamente impressionante, diede il nome definitivo allo sport. La slitta, priva di freni e meccanismi di guida sofisticati, richiede agli atleti un controllo del corpo millimetrico e un coraggio fuori dal comune. Da St. Moritz la popolarità dello skeleton si espanse rapidamente verso l’Austria e altri territori alpini, conquistando una cerchia sempre più ampia di appassionati. Nel 1923 venne fondata la Féderation International de Bobsleigh et Tobogganing, che adottò ufficialmente le regole elaborate proprio sulla Cresta Run. L’organizzazione, successivamente rinominata International Bobsleigh & Skeleton Federation, sancì la legittimazione definitiva di questo sport a livello internazionale.
Uno sport che sfida la gravità e la paura
Quello che rende lo skeleton particolarmente affascinante è la combinazione di elementi apparentemente contraddittori. Da un lato richiede una preparazione fisica straordinaria: gli atleti devono sviluppare una potenza esplosiva per la fase di spinta iniziale, quando corrono accanto alla slitta prima di lanciarsi su di essa. Dall’altro lato, una volta in discesa, serve una sensibilità quasi intuitiva per controllare la traiettoria attraverso impercettibili spostamenti del peso corporeo. La posizione prona amplifica ogni sensazione: il ghiaccio scorre a pochi centimetri dal volto, le curve laterali della pista diventano pareti vertiginose, e il minimo errore può trasformarsi in una caduta. Una combinazione di rischio calcolato e adrenalina che continua ad attrarre nuovi praticanti in tutto il mondo.
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