Il 48% delle e-cig in circolazione in Europa sfugge ai controlli. Uno studio dell’istituto tedesco Fraunhofer IIS mette a nudo un sistema di traffici da miliardi di euro, alimentato dalla Cina e dai vuoti normativi dell’Ue.
Il mercato sommerso delle sigarette elettroniche in Europa
Il mercato europeo delle sigarette elettroniche ha una faccia oscura, e ora i numeri la mettono in piena luce. Secondo un recente studio commissionato dalla società SKR AG e condotto dall’istituto di ricerca tedesco Fraunhofer IIS, quasi la metà dei dispositivi in circolazione nel continente (il 48%) appartiene al cosiddetto mercato irregolare. In termini economici, stiamo parlando di 6,6 miliardi di euro sottratti ogni anno al commercio legale. E la proiezione per il 2030 è ancora più preoccupante: quel volume potrebbe salire fino a 10,8 miliardi, con un tasso di crescita stimato dell’8,6% annuo.
“Per la prima volta siamo riusciti a mappare il mercato sommerso delle sigarette elettroniche in Europa, sulla base di analisi commerciali e della catena di approvvigionamento, statistiche doganali e segmentazione del mercato”, ha spiegato Uwe Veres-Homm, responsabile dell’analisi dei rischi presso il Fraunhofer IIS. Le sue analisi mostrano che circa il 90% dei dispositivi presenti in Europa arriva direttamente dalla Cina, e che il 72% della produzione cinese si concentra a Shenzhen, dove ha sede il 70% dei produttori mondiali di questi dispositivi.
Grigio, nero e import privato
Non tutto ciò che rientra nel computo del 48% è uguale. Lo studio distingue categorie ben precise all’interno del mercato irregolare. Il 35% è chiaramente riconducibile al commercio illegale in senso stretto: prodotti che violano le normative fiscali, i requisiti di etichettatura o le norme di omologazione, oppure la cui origine non è tracciabile.
AUn ulteriore 13% è composto da importazioni private di prodotti non approvati o non tassati. Acquisti diretti dall’Asia da parte di consumatori finali, spesso facilitati da piattaforme online che sfruttano le differenze normative tra i diversi Paesi membri dell’Unione europea.
Le perdite fiscali sono concrete e misurabili. Nella sola Germania, nel 2024, la stima ammonta a 119 milioni di euro. Un dato che, moltiplicato su scala europea, restituisce l’immagine di un settore che erode in modo sistematico le entrate degli Stati. Germania, Paesi Bassi e Belgio fungono da hub di distribuzione: da lì, le spedizioni vengono smistate su camion e viaggiano tra i Paesi Ue approfittando dei controlli meno stringenti rispetto alle frontiere esterne dell’Unione.
Un meccanismo rodato, difficile da intercettare.
Il problema dei pacchi per le dogane
C’è un dato che spiega chiaramente la portata del fenomeno. Secondo la Commissione europea, lo scorso anno sono arrivati nell’Unione europea circa dodici milioni di pacchi al giorno provenienti dalla Cina. Un volume superiore rispetto ai due anni precedenti e in costante crescita. Controllare tutto è materialmente impossibile.
“Nessuna autorità doganale al mondo è in grado di controllare ogni giorno milioni di pacchi senza errori”, ha sottolineato Rico Back, managing partner di SKR AG, che ha commissionato lo studio. La soluzione, per Back, passa attraverso la tracciabilità digitale: rendere le catene di approvvigionamento trasparenti, collaborare più strettamente con i Paesi di origine, e far confluire i dati in un sistema centralizzato.
Horst Manner-Romberg, amministratore delegato di MRU Beratungs- und Verlagsgesellschaft, ha aggiunto che questi prodotti irregolari “eludono i controlli di qualità e di tutela dei consumatori e sono estremamente redditizi per i produttori”. Le differenze di prezzo tra i mercati interni europei, ha precisato, “creano incentivi al contrabbando e alle reimportazioni dai Paesi confinanti, mettendo sotto enorme pressione i fornitori legali”.
Tre misure concrete per invertire la rotta
Lo studio non si limita a fotografare il problema: propone anche alcune soluzioni operative, indipendenti dagli equilibri politici contingenti.
La prima è l’uniformazione delle definizioni e classificazioni dei prodotti. Oggi, prodotti identici vengono registrati, classificati e tassati in modo diverso a seconda del Paese membro. Questo genera distorsioni di mercato che il traffico illegale sfrutta con facilità.
La seconda misura riguarda la tracciabilità digitale: tecnologie come la serializzazione basata su blockchain o la valutazione dei rischi supportata dall’intelligenza artificiale potrebbero distinguere i flussi di merci legali da quelli illegali. I dati dovrebbero confluire in una piattaforma internazionale centralizzata che colleghi produzione, importazione, consumo e violazioni delle normative, consentendo una sorveglianza olistica.
La terza misura è forse la più ambiziosa: una cooperazione strutturata con i Paesi di origine, soprattutto la Cina. Il controllo più efficace, sostiene Veres-Homm, si esercita prima dell’esportazione, non dopo l’importazione.
Vietare non basta
Un punto che lo studio mette in evidenza con particolare forza riguarda l’efficacia di un eventuale divieto totale delle sigarette elettroniche, ipotesi che circola nel dibattito pubblico europeo. Secondo i ricercatori, eliminare i canali di distribuzione legali avrebbe un effetto paradossale: spingerebbe una quota ancora maggiore di mercato verso il circuito illegale, senza ridurre i consumi né migliorare la tutela dei consumatori.
“Standard uniformi per le licenze, la qualità dei prodotti e la tassazione potrebbero contribuire a ridurre le perdite fiscali e rafforzare la tutela dei consumatori”, ha precisato Veres-Homm. La via, dunque, sembra essere quella della regolamentazione armonizzata e della cooperazione, non quella dell’interdizione.
Un approccio che richiede tempi lunghi e volontà politica condivisa tra gli Stati membri: risorse non sempre disponibili, ma che in questo caso sembrano difficilmente sostituibili.
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