Cecilia Tomassini (Università del Molise), insieme a Elisa Cisotto (Università Cattolica del Sacro Cuore) ed Eleonora Meli (Istat), ha messo a punto un nuovo indice di misurazione, detto CILE (Care Involvement Life Expectancy) per Age-it
Quanti anni di vita dedichiamo alle attività di cura e quanti ne dedicheremo in futuro? Una risposta arriva da un nuovo indice di misurazione, detto CILE (Care Involvement Life Expectancy), messo a punto per Age-it da Cecilia Tomassini, docente all’Università del Molise, insieme a Elisa Cisotto (Università Cattolica del Sacro Cuore) ed Eleonora Meli (Istat).
In estrema sintesi, lo studio mostra come il tempo dedicato alla cura cresca insieme all’aumento dell’aspettativa di vita, con forti disuguaglianze di genere. Le donne tra i 25 e i 29 anni, infatti, hanno di fronte a sé in media 16-17 anni di caregiving: nel 1998 ne avevano circa 12. Per gli uomini, l’età della cura dura, all’incirca, 4 anni di meno: parliamo di circa 13 anni di caregiving previsti (nel 1998 erano circa 8 anni).
Alla luce dei dati, lo studio sottolinea come la sostenibilità dei sistemi di assistenza di lungo periodo dipenda dal riconoscimento e dal supporto ai caregiver, soprattutto femminili.
Professoressa Tomassini, iniziamo da un’immagine: quella della “generazione sandwich”, a cui appartengono molti cinquantenni, stretti tra cura dei figli piccoli e dei genitori anziani. L’indice CILE riesce a fotografarla?
L’indice CILE intercetta questa dinamica, ma con un limite importante: esso infatti misura in modo sistematico soltanto il lavoro di cura svolto al di fuori della famiglia convivente. Questo significa che la cura verso figli ed anziani conviventi resta esclusa (solo dal 2016 è stato possibile iniziare a integrare anche la cura intra-familiare). Per questo, se i numeri del CILE appaiono già elevati, va ricordato che rappresentano una stima prudente: il carico reale di cura sostenuto dagli italiani è con ogni probabilità ancora più ampio.
La vostra ricerca mostra un grande divario di genere tra il tempo di vita dedicato alla cura. Cosa si potrebbe fare per ridurlo?
Storicamente, il lavoro di cura è stato prevalentemente femminile, per via della minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. L’ingresso massiccio nel mondo del lavoro non ha però eliminato il carico di cura: per molte donne ha significato piuttosto comprimere il tempo personale, sommando lavoro retribuito e lavoro familiare. Ridurre questo divario richiede una maggiore condivisione dei compiti di cura all’interno della coppia e ruoli di genere paritari. Nei paesi del Nord Europa, dove uomini e donne partecipano in modo più equilibrato alla cura di bambini e anziani, il gap è infatti più contenuto. In Italia, segnali di cambiamento si vedono soprattutto tra le coppie con un alto titolo di studio, dove i ruoli tendono a essere più condivisi.
Con l’aumento della longevità, dobbiamo aspettarci un aumento degli anni di caregiving? E come dobbiamo eventualmente affrontarlo?
Dall’analisi storica condotta con l’indice CILE emerge un dato piuttosto netto: all’aumentare della longevità si associa una quota crescente della vita dedicata al lavoro di cura. Tuttavia, non credo sia sostenibile nel lungo periodo che, ad esempio, una donna arrivi a dedicare oltre il 30% della propria vita alla cura di persone esterne alla propria famiglia. Un carico di questo tipo rischia di produrre conseguenze rilevanti sul benessere individuale, sulle carriere lavorative e sull’equilibrio tra vita privata e professionale. Per questo è necessario ripensare il modello di cura in chiave più moderna e collettiva: dall’uso di tecnologie di monitoraggio e telemedicina, a soluzioni abitative e di comunità in cui gli anziani possano ricevere cure leggere, assistenza e sorveglianza in modo integrato. La sfida dell’invecchiamento non può gravare solo sulle famiglie – e in particolare sulle donne -, ma richiede risposte organizzative e sociali più ampie.
Il caregiving sta diventando una sorta di “stagione della vita”?
La cura è prima di tutto una forma di solidarietà familiare: prendersi cura dei propri genitori anziani è spesso anche un modo per reciprocare l’aiuto ricevuto nel corso della vita, compreso il supporto dato ai figli e ai nipoti. In questo senso, il caregiving può rappresentare una “stagione della vita” fatta di scambi e legami tra generazioni. Questo vale però soprattutto per episodi o fasi di cura. Quando l’impegno supera, ad esempio, le 20 ore settimanali, non siamo più di fronte solo a un gesto di solidarietà familiare, ma a un’attività che assume caratteristiche quasi professionali, con un forte impatto sulla vita lavorativa e personale di chi la svolge. A quel livello diventa necessario un riconoscimento formale: sia in termini pensionistici, sia attraverso permessi e tutele nel lavoro. In Italia ci si sta muovendo in questa direzione, ed è un passaggio importante. Riconoscere chi presta molte ore di cura significa riconoscere un contributo essenziale al benessere collettivo e alla sostenibilità del nostro sistema di welfare.
© Riproduzione riservata
