Parte da Milano il 29 febbraio e terminerà le sue rappresentazioni a Roma il 6 gennaio 2027 l’“opera popolare” che in Italia ha già avuto 4 milioni e mezzo di spettatori
Dopo che ha emozionato e coinvolto oltre 18 milioni di spettatori sembra quasi impossibile che l’“opera popolare”, come la chiama il suo autore Riccardo Cocciante, Notre Dame de Paris abbia avuto molte difficoltà a essere accettata dai produttori di eventi musicali. «All’inizio nessuno voleva rischiare – ricorda il cantautore di origine vietnamita, che ormai giustamente tutti chiamano maestro -, infatti non è un’opera musicale perché ci sono vari parlati, non è un’opera classica perché ha voci non impostate, non è una commedia musicale perché deve essere naturale dall’inizio alla fine.
Solo quando Charles Talar (storico produttore francese che ci ha lasciato nel 2020, ndr) è venuto in casa mia ad ascoltarmi mentre la cantavo tutta suonando il piano, la situazione si è sbloccata: “vado subito a prenotare un teatro” ha detto, ma poi la prima è stata al Palais des Congrès. Anche in Italia non è stato facile, dicevano che il genere non andava, nonostante Pasquale Panella avesse fatto un lavoro meraviglioso con i testi».
La storia della gitana Esmeralda, sacrificata dalla lussuria del decano della cattedrale Frollo e dalla vigliaccheria del militare Febo, di cui è innamorata, si potrà applaudire per tutto il 2026 – a partire dal 29 febbraio a Milano per terminare a Roma il 6 gennaio 2027 – nei teatri e nei palasport di tutta la Penisola e della Sicilia, e anche alla Reggia di Caserta e all’Arena di Verona. «La prima volta quasi non ci volevano. I puristi stortavano il naso perché inquinavamo un tempio della lirica. Poi il successo enorme ha convinto tutti».
Il successo è di nuovo in arrivo, visto che sono già stati prenotati 120mila biglietti, che si sommano ai 4 milioni e mezzo venduti in Italia nelle precedenti stagioni, una buona parte dei 18 milioni che sono stati staccati in tutto il mondo, sia nella versione iniziale in francese, sia nelle nove in lingue locali. «La sua bellezza è che in qualsiasi lingua viene capita, perché c’è qualcosa dentro di forte. E ci sono le melodie, che trasportano a tutti un messaggio».
La drammatica vicenda, scritta da Victor Hugo a inizio ’800 e ambientata nel basso Medioevo, sarà proposta da un cast vocale con “vecchie glorie” delle precedenti edizioni, in particolare Giò Di Tonno nei panni di Quasimodo il gobbo e Vittorio Matteucci in quelli di Frollo, e voci nuove come l’albanese Elhaida Dani (già apparsa però in Francia, Cina e Corea), che sarà la contesa Esmeralda, e la ligure Camilla Rinaldi, la sua avversaria Fiordaliso.
Molti dei temi affrontati sono ancora attualissimi, a cominciare dalla diversità.
Tutta Notre Dame de Paris è la storia della diversità umana, della difficoltà di vivere quando non si è catalogati in una categoria. Quasimodo è un diverso che viene estromesso, Esmeralda è una zingara che viene estromessa, Clopin è il simbolo e il capo dei clandestini, della Corte dei Miracoli e lancia questo messaggio: “quanto è difficile vivere quando non si è come gli altri”. È difficilissimo per i clandestini, i migranti andare in un mondo differente. Il primo contatto soprattutto è complicatissimo, perché per loro ogni situazione è sconosciuta. Però è essenziale che questo miscuglio possa avvenire, questa congiunzione, perché solo così la gente, il modo di pensare e quello di vedere il mondo si rinnovano.
Cosa ha provato quando è andata a fuoco la cattedrale?
Sono rimasto estremamente impressionato da quell’evento drammatico, un po’ come tutti credo. Per fortuna la cattedrale è stata rifatta bene, conservando tutta la ricchezza del passato. È rinata dalle ceneri e questo è il dono più bello che è stato fatto al mondo.
Notre Dame è uno spettacolo trasversale alle generazioni.
Fin dalla prima rappresentazione vediamo arrivare persone di tutte le età che si emozionano. Vediamo ragazzini, adolescenti e anche rockettari e persone della mia generazione, un pubblico eterogeneo che mi sorprende ogni volta. Non potevamo chiedere di più, perché non essere settorizzati crea il successo.
Cosa direbbe a chi non l’ha ancora vista?
Direi che la differenza fra Notre Dame e le altre forme musicali è che si canta dall’interno di sé stessi, insisto sempre con gli interpreti per ottenere questo, e poi che testi, arrangiamenti senza batteria e tutto il resto immergono in un mondo che non può essere posizionato nel tempo. Non avrei nemmeno sperato all’inizio di arrivare a 80 anni, che compirò nel 2026, senza cambiare nulla, neppure gli arrangiamenti, che sono gli stessi del 1998. Però Notre Dame si è rivelata magica per molti aspetti e la magia non invecchia e non si cambia.
Come cambia invece l’ispirazione con il trascorrere degli anni?
Ogni autore ha una maturazione naturale. L’importante è non ripetersi, non copiare il proprio passato. Io mi faccio cullare da quello che l’età mi porta a essere. Sono più consapevole di tutto e possiedo ancora una forza creativa. È una fortuna, perché ci sono persone che non riescono più ad averla. Ho già quasi finito il nuovo album, che uscirà nel prossimo anno. Ma di questo riparleremo.
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