Mi permetto di affrontare nella rubrica sui “futuri possibili” il tema del ricorso alle strutture residenziali come alternativa, in specifiche condizioni di salute e di esigenze sociali, alla permanenza nella propria casa.
So bene che l’argomento è particolarmente delicato e suscita perplessità; ho ripensato a lungo prima di proporlo ai nostri lettori, però ho confidato nel senso di responsabilità di chi ci segue, come ho avuto occasione di verificare anche in altre occasioni. La problematica investe un numero crescente di nostri concittadini anziani e fragili; non può quindi essere trascurata in una comunità responsabile, che affronta i problemi con lucidità.
Alcune premesse indispensabili. I progressi delle scienze mediche e degli stili di vita hanno indotto in questi anni un forte prolungamento dell’aspettativa di vita; però, assieme a questo fenomeno, è aumentato anche il numero di persone che invecchiano in condizione di malattia e di perdita più o meno rilevante dell’autosufficienza. Di fatto, quindi, oggi come società godiamo della presenza di un maggior numero di concittadini di età avanzata ma, allo stesso tempo, dobbiamo provvedere ad assistere molti di loro in condizione di salute precaria. Questa realtà ha mutato profondamente i bisogni di cura; fino a qualche decennio fa le persone anziane erano colpite da malattie acute che le portavano rapidamente a morte. Per questo sulla collettività gravava un numero limitato di persone fragili; di fatto, quindi, non doveva affrontare problematiche assistenziali di grandi dimensioni. Oggi, invece, lo scenario, sia a livello dei singoli cittadini che delle comunità nel loro insieme, è completamente diverso. Peraltro, si deve rilevare che l’organizzazione sociale non ha avuto il tempo per adeguare i servizi a questo cambiamento, sviluppatosi in pochissimi anni. Di fatto, quindi oggi siamo carenti di supporto in molti settori della cura dell’anziano: dall’assistenza a casa ai servizi intermedi come i centri diurni, alla residenzialità (servizi che assumono nomi diversi delle regioni: RSA, case di riposo, centri servizi, ecc.). In questi anni, peraltro, abbiamo anche assistito ad un rilevante accorciamento delle degenze in ospedale; quindi, i periodi che una volta venivano chiamati di “convalescenza” gravano oggi sulla casa e sulla famiglia, con le relative conseguenze pratiche e psicologiche. In questo scenario le famiglie si trovano spesso in difficoltà, perché non ricevono al loro domicilio servizi adeguati alle condizioni dell’anziano, spesso gravemente ammalato e privo di autonomia. L’ideale sarebbe disporre di un’assistenza in grado di accompagnare senza interruzioni la famiglia impegnata nella cura del proprio caro. Purtroppo, invece, raramente i servizi sono in grado di assicurare livelli di cura che permettono all’anziano di continuare a vivere in maniera serena e tranquilla. Inoltre, la famiglia subisce lo stress e la fatica di organizzare l’assistenza, potendo contare solo sulle proprie forze. Concretamente è doveroso fornire adeguate cure mediche e garantire l’accompagnamento nei diversi momenti della giornata: igiene, alimentazione, stimolazione, posizionamento fuori dal letto. Inoltre, sul piano psicologico di frequente la solitudine è la condizione che accompagna l’impegno a favore del proprio caro, per cui la vita è costituita da un rapporto a due, senza appoggi esterni e momenti di respiro. Una situazione di grande sofferenza!
In questa condizione il ricorso alle residenze diventa una soluzione quasi obbligata. Di fronte al carico di lavoro assistenziale la famiglia percepisce di non essere più adeguata e vive con ansia, e spesso con angoscia, i passaggi di cure complesse e stressanti. A questo proposito è doveroso sfatare una credenza senza fondamento: nella grandissima parte dei casi la famiglia vive con dolore il passaggio del proprio caro in una residenza. L’accusa di egoismo, mossa talvolta da persone esterne, non ha fondamento; anzi, se si approfondiscono le dinamiche che hanno portato alla decisione si rilevano momenti di grande incertezza, di vero dolore, di angoscia. Partendo da queste considerazioni deve quindi essere chiaro che oggi le residenze per anziani svolgono una funzione insostituibile. Anche nell’ipotesi in cui si potessero costruire con una bacchetta magica servizi di assistenza domiciliare più efficienti, in termini quantitativi e qualitativi, degli attuali, vi sono situazioni di gravità della condizione dell’anziano che possono ricevere risposte adeguate solo in residenze, dove la cura è prestata 24 ore su 24 senza interruzione, sono presenti operatori attenti alle difficoltà quotidiane, agiscono infermieri e medici in grado di rispondere alle esigenze cliniche, sia croniche che quando compaiono in forma acuta. La grande parte delle residenze è strutturata in modo da fornire servizi come quelli descritti, in un’atmosfera di competenza, di dedizione, frequentemente creando atmosfere non lontane da quelle famigliari, con operatori, in particolare gli OSS (operatori socio sanitari), di rilevante competenza tecnica e sensibilità umana. Purtroppo, i mezzi di informazione riportano invece solo casi di trattamenti inadeguati, di mancato rispetto per la dignità dell’ospite, fino ad atteggiamenti violenti. Sono eventi che non si devono nascondere, ma non mettono in crisi il settore, dove la grandissima maggioranza di chi fornisce assistenza è persona non solo competente, ma anche di grandi qualità umane.
Chi scrive non vuole nascondere alcune situazioni di crisi, che vanno affrontate senza reticenze e con determinazione. Tuttavia, allo stesso tempo, sente il dovere – in base a conoscenze dirette e alla propria professionalità – di garantire alle famiglie che i loro cari, quando sono ospiti di una residenza, vivono in condizioni migliori – sotto l’aspetto della salute e del benessere -, di quelle che avrebbero potuto ricevere a casa: ciò deve cancellare qualsiasi pensiero negativo o senso di colpa! Il loro caro era in condizioni di salute che richiedevano interventi di qualità clinico-assistenziale che solo una residenza per anziani può adeguatamente fornire; la scelta è stata, quindi, la più responsabile e dettata dall’affetto.
dal numero 50&Più Ottobre
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