Sto leggendo un bel libro, si intitola L’amore è tempesta e parla della forza rivoluzionaria del sentimento amoroso a partire dalla celeberrima tragedia di Romeo e Giulietta. William Shakespeare. Ve la ricordate la trama? Due appassionati sedicenni, innamorati l’uno dell’altra, e tutti e due dell’amore come capita sotto i trent’anni, si oppongono alle loro famiglie. Tutti e due sono consapevoli che la passione colpisce anche più forte se l’amore è contrastato. Il loro lo è per il cognome che portano, Montecchi l’uno e Capuleti l’altra. Una faida senza giustificazione, che viene presentata così dall’autore: “L’azione si svolge nella bella Verona, / dove fra due famiglie di uguale nobiltà/per antico odio nasce una nuova discordia/che sporca di sangue le mani dei cittadini/da questi nemici discendono due amanti/che, nati sotto una contraria stella/dopo pietose vicende, con la loro morte/annientarono l’odio di parte”. Questo è il prologo, nella bella traduzione di Salvatore Quasimodo.
L’evolversi della storia lo sappiamo.
Romeo e Giulietta, morendo innamorati e perseguitati per il loro amore, sono assurti a simbolo dell’appassionato candore dei giovani contro la cieca e stupida violenza repressiva degli adulti.
Mi sono chiesta, leggendo: è ancora così? Genitori vendicativi e figli innocenti? O siamo riusciti a sporcare anche l’adolescenza dei nostri (pochissimi) figli?
Certo, a giudicare dalla quantità di crimini commessi per noia da minorenni, parrebbe di sì. Tutto sembrano fuorché innocui.
Questo mondo diviso in vincenti e perdenti precipita nell’ansia i più fragili (che non sono i vecchi, come tutti credono, bensì i ragazzini), mentre le aspettative di genitori vanitosi, abituati a considerare i figli parti pregiate di sé stessi, minano l’equilibrio interiore degli adolescenti.
Hanno paura dell’amore, secondo una mia amica psicoanalista che preferisce restare anonima, hanno paura di essere lasciati (i maschi), di non essere scelte (le femmine).
Come sempre, come ai miei tempi.
La novità è questa: oggi i giovanissimi hanno paura di deludere babbo e mamma che li trattano “da capolavori” (a questo proposito, vi segnalo un altro bel testo, Non siamo capolavori, di Marco Rovelli – Laterza).
Parecchi decenni fa, negli anni Ottanta del secolo scorso, riflettendo in modo sinceramente autocritico sulla mia abitudine di frequentare soltanto persone che la pensavano come me, di sinistra come me, antifasciste come me, appassionate di letteratura come me e via specchiandomi, scrissi un racconto così concepito: Giulietta ha sedici anni e frequenta il liceo Mamiani. Sua madre gestisce una piccola libreria, suo padre è regista e sceneggiatore. Sono colti, disincantati e radicali. Non sono ricchi e considerano volgare e senz’anima chi spasima dietro ai soldi, ma stanno bene. La portano alle manifestazioni di piazza fin da quando era nella culla, le parlano. A scuola Giulietta conosce Romeo, figlio di un rivenditore di auto di lusso e di una ex miss Campania. Tutti e due votano Berlusconi e lo considerano un modello da imitare. Sono ricchi e aspirano a diventarlo sempre di più.
La famiglia di Romeo detesta quella di Giulietta, la famiglia di Giulietta disprezza apertamente quella di Romeo. Ma Romeo trova adorabile Giulietta e Giulietta trova molto attraente Romeo. Né all’uno né all’altra frega qualcosa dei padri e delle madri, ma sono stanchi di essere ostacolati, schierati a forza e manipolati. Perciò scappano di casa.
Insieme.
Passano i giorni, e una coppia di ragazzini viene trovata in fondo a un burrone.
I quattro genitori si ritrovano all’obitorio con il terrore di dover riconoscere nei due cadaveri i propri figli.
Non sono loro, per fortuna, le madri si abbracciano e piangono di sollievo. I padri decidono di aiutarsi a vicenda, prendere un investigatore privato, battere tutti i centri sociali e quando i figli tornano accettano le loro condizioni. Libertà assoluta di amarsi come e quando vogliono. E soprattutto quanto vogliono.
C’è il lieto fine, d’accordo, ma anche parecchia coraggiosa amarezza, su quanto siamo incapaci di accettare chi non ci somiglia.
Sì, a distanza di secoli, Giulietta e Romeo potrebbero ancora andare in scena, sulla scena della vita, in un dramma credibile.
Pensate che cosa accadrebbe se un quindicenne palestinese perdesse la testa, ricambiato, per una coetanea israeliana.
Che cosa accadrebbe se una graziosa adolescente ucraina si innamorasse di un giovane soldato russo mandato in guerra contro la sua volontà, a morire per niente. Come tanti.
No, l’amore non vince mai.
O quasi mai. Sicuramente non adesso.
I conflitti si moltiplicano e si radicalizzano.
Spuntano ovunque Montecchi e Capuleti, come funghi velenosi.
Non puoi esprimere un’opinione senza essere incasellato fra i nemici. Non puoi criticare gli eccessi di violenza di Netanyahu senza essere considerata antisemita o filo-nazi. Il mondo scoppia di violenza. La incamera continuamente e la espelle senza remore. Ogni giorno, più volte al giorno, si contano i morti. In guerra (ce ne sono 58 in corso), sul lavoro, per disastri climatici, affogati nel Mediterraneo nel tentativo di sfuggire a miseria e dittature. Non proviamo più pena, ci siamo abituati. Ma c’è posto per la forza irrazionale dell’innamoramento in questo nero scenario d’ansia? Dalla paura possiamo davvero distrarci soltanto con l’indifferenza? Chi lo trova il buonumore sufficiente e necessario per aprire un discorso d’amore? I giovani che sono pochi, giustamente preoccupati per il futuro, chiacchierati da tutti e capiti da pochi? Oppure noi, io e voi, che siamo, come si dice “avanti con gli anni”, e perciò affetti da un’implacabile lucidità?