La parte della vita che eccede i 50 anni deve essere caratterizzata da alcuni comportamenti irrinunciabili se la persona desidera costruire un “mondo possibile”, collocandosi così in un tempo che può essere controllato e aiutato a crescere, invece che subirne le conseguenze in maniera passiva.
Nella vita di ogni giorno vi sono molti modi per esprimere attenzione. Il primo riguarda l’impegno a “vedere” la realtà, per comprenderne i particolari, le interazioni tra specifiche dinamiche, quelle che appaiono immediatamente e quelle che, invece, sono nascoste, talvolta anche per scelta di chi avrebbe bisogno di attenzione.
Il “vedere” la vita dell’altro e della comunità non è sempre facile, perché si intersecano fattori psicologici, di salute, sociali, ambientali; anche circostanze come la solitudine rendono difficile la comprensione della realtà, perché chi è solo ha perso nel tempo la fiducia nell’altro, premessa al dialogo, e quindi alla capacità di esprimere le proprie crisi per ricevere aiuto. L’approccio alle persone meno fortunate richiede maggiore pazienza e anche maggiore “acuità” nella visione, condizione che si allena attraverso l’abitudine a non soffermarsi sulla superficie di quello che si guarda. È un’attitudine che si acquisisce con il tempo e che subisce l’influenza positiva della generosità, virtù centrale per vedere, capire, intervenire. Oltre alla generosità, la capacità di vedere è guidata anche dalla tenerezza – cioè il desiderio profondo di fare in modo che l’altro non soffra – grazie alla vicinanza e a possibili specifici interventi.
Questa premessa sull’attenzione e sulla capacità di vedere è necessaria per impostare atteggiamenti che costruiscono un “mondo possibile”: è indispensabile non rinunciare mai a guardare e vedere con determinazione, anche se spesso si tratta di un impegno pesante, che richiede forte costanza e notevole sensibilità.
La vita di ciascuno è costituita da eventi di diverse dimensioni, durata, profondità, gravità soggettiva e oggettiva, la cui influenza sulla sua stessa qualità è molto diversa. Però dall’esterno non è possibile costruire una classifica dell’importanza dei diversi eventi: un dolore che non provoca un lamento verbale può disturbare gravemente le attività quotidiane, la tensione con un proprio caro può avvelenare una giornata (o un anno), l’impossibilità di assecondare un desiderio a causa di problemi economici induce una sofferenza pervasiva, una casa dove la persona vive male rispetto alle abitudini precedenti è luogo di sofferenza, l’impossibilità di godere di un cibo desiderato o di disporre di qualche minuto di riposo nel corso di un azione di caregiving. Non si tratta di capricci, come una certa insensibilità e piccolezza di cuore indurrebbe a pensare, ma di condizioni soggettivamente importanti e dolorose, che rendono la vita un “luogo” di difficoltà, di disagio, di tristezza. È doveroso dedicare attenzione a queste dinamiche che impediscono una vita piena, evitando di supporre che un certo intervento, pur di rilevanti dimensioni, risolva tutti le condizioni di sofferenza che, invece, continuano ad esercitare la loro azione nelle pieghe della giornata della persona alla quale non dedichiamo in modo sufficiente le nostre attenzioni. In questa prospettiva, la curiosità, cioè la madre dell’attenzione, diventa una virtù fondamentale; continua nel tempo a mostrare dove collocare un possibile atto di cura a favore dell’altra persona, anche, e soprattutto, nei difficili percorsi dell’età avanzata. Per evitare il rischio di una cura inadeguata, bisogna godere di una visione aperta della vita, senza pregiudizi su cosa ha valore, ma ritenendo che la guida principale dell’intervento è la soggettività del bisogno (che va identificata anche dietro eventuali sovrastrutture psicologiche). Nessuno è autorizzato a giudicare prima di aver osservato con tutti i sensi la realtà ed averne percepito le dinamiche; è doveroso leggerla con attenzione, come unica premessa dell’eventuale intervento, senza moralismi o giudizi personali, ma con apertura e generosità. Un particolare che non ha ricevuto attenzione può creare dolore, fatica di vivere; inoltre, è possibile che si rompa una relazione fondata sulla fiducia nella capacità dell’altro di vedere e di accompagnare. Rottura che può avere conseguenze di lunga durata e provocare di per sé ulteriore dolore.
L’attenzione è la base per una relazione tra le persone che permette la costruzione di un “mondo possibile”, anche in età avanzata. Ogni persona dovrebbe imparare ad essere attenta come condizione indispensabile per vivere bene, con uno stile aperto, curioso, responsabile. Chi è cieco, invece, non costruisce nulla per sé e per gli altri; quando prevale la cecità, il mondo continua a rappresentare nel tempo una brutta copia di sé stesso, non una realtà aperta alle possibilità della vita ad ogni età. Chi invece è attento ai particolari, in una prospettiva di insieme, sarà costruttore di “mondi solidali”, dove è possibile per tutti affrontare assieme gli anni della vecchiaia.
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