Sto leggendo un romanzo terribile. Si intitola Scrivo per restare umano, l’autore si chiama Muhammad al-Zaqzouq. Lo ha pubblicato Einaudi nella collana più prestigiosa. L’ho comprato subito, ma non l’ho subito letto. Volevo, avrei voluto, però avevo paura. È scritto con garbo e onestà, senza enfasi, semplicemente. Racconta la vita a Gaza dall’inizio di questa guerra univoca, assurda, crudele, che ha per obbiettivo la cacciata dei Palestinesi dalla loro terra, l’estinzione di un popolo. Muhammad è giovane, ha tre bambini piccoli, una moglie luminosa e un battaglione di parenti stretti, zii e cugini, nonni, suoceri, madre e padre. Ha amici che sono come fratelli e sono suoi i bambini di tutti. Bene: questa bella persona racconta le sue notti e i suoi giorni. Racconta gli spostamenti continui, dalla sua casa alla casa di una zia, di una suocera, di un amico, sempre seguendo il percorso della paura: man mano che si avvicinano gli scoppi, gli schianti, i bombardamenti Muhammad si sposta, con le valigie sempre pronte e i bambini in braccio e per mano. Torna nel campo profughi, riparte. Di notte, all’alba. Condivide con i lettori questa dromomania coatta.
In una notte particolarmente drammatica giura al suo bambino più piccolo, stringendolo al petto, che lo difenderà dall’orrore e dalla violenza, che non lo lascerà morire. Né nel corpo né nello spirito, che andrà tutto bene.
Non andrà tutto bene.
L’incubo è incominciato il 7 ottobre del 2023, nel romanzo l’incubo dura fino al 2024. Siamo nel 2026 , in ottobre, e ancora l’incubo non è finito.
Tregue fragili, ‘cessate il fuoco’ interrotti nell’indifferenza generale, morti che si accumulano, coloni assassini che aggrediscono gli abitanti della Cisgiordania…
Quanti dei personaggi che animano il romanzo-diario di Muhammad sono ancora vivi? Quanti hanno resistito aggrappati alla speranza?
La letteratura è evocativa, troppo.
Quando ho letto le poche righe che copio per voi ho pianto:
“La notte era già calata su Hamad, e gli alti condomini della zona residenziale erano immersi in un buio silenzioso. Tutti dormivano un sonno profondo, prostrati dalla stanchezza e dalla paura, e anch’io, alla fine, mi ero addormentato. Poi cominciarono i bombardamenti. I caccia scagliarono decine di missili sulle campagne che circondavano il quartiere e i bagliori delle esplosioni tinsero la notte di rosso e di giallo, come enormi lampi che sembravano poter irrompere nell’appartamento. Erano le due di notte, e Hamad rimbombava di suoni orribili, il fuoco e la polvere da sparo erano belve feroci che inghiottivano qualunque cosa incontrassero. Si svegliarono tutti, e insieme cademmo in un terrore senza precedenti. Andammo nel piccolo corridoio fra il salotto e la cucina e ci sedemmo per terra, esterrefatti e in preda al panico con gli occhi aperti nel vuoto. Che cosa stava succedendo?”.
Era l’inizio di un dramma che non riesce a finire. Come non riesce a finire la guerra in Ucraina. E anche lì: bambini uccisi, ospedali, scuole, mercati sotto le bombe. Una intera generazione mandata a morire al fronte. Ragazzi che non diventeranno mai grandi.
Vi confesso che sono sfiduciata sulle sorti dell’umanità come non sono mai stata nella mia lunga, lunga vita.
La crisi climatica incombe su di noi come la vendetta della natura.
La politica si è svuotata di senso.
La paura travolge tutti e ciascuno cerca di rimuovere come può, perché ci sentiamo tutti impotenti e l’impotenza degenera spesso in indifferenza, per autodifesa, per stanchezza, perché non basta un film, non basta un romanzo, non basta una manifestazione, non basta sfilare nelle piazze . E allora che cosa?
Che fare per restare umani?
Muhammad scrive, svela una situazione disumana, condivide con noi la sua angoscia e provoca il nostro dolore, provoca quel persistente senso di vergogna per essere ancora vivi, ancora tranquilli, con le nostre case comode e i nostri (pochi) bambini ben nutriti.
Muhammad ci è riuscito a restare umano: nel suo romanzo non c’è posto per l’odio o il desiderio di vendetta, il sentimento dominante è un addolorato stupore.
E noi?
Noi possiamo soltanto leggere romanzi che ci inquietano come Scrivo per restare umano, andare a vedere film come Naza, come La voce di Hind Rajab. Noi possiamo/dobbiamo non chiudere gli occhi. Possiamo/dobbiamo denunciare la folle dottrina distruttiva di Netanyahu. Ma soprattutto dobbiamo soffrire.
Dobbiamo cedere alla compassione e offrirla a chi vive nell’inferno di Gaza.
L’altra sera, chiacchierando dello stato di costante tristezza in cui ci ha precipitati la storia, ad un certo punto un tipo ha detto:
«Ma la compassione è di destra o di sinistra?».
Voleva fare lo spiritoso, certo, dato che la sinistra non esiste quasi più (in parecchi la stanno cercando) e la destra cambia pelle continuamente, ma la domanda, in sé, merita una risposta.
La compassione, in questi ultimi anni, è sentimento dominante fra le persone per bene. La compassione, la straziante empatia, la pena.
Sappiamo soltanto piangere e compiangere. Abbiamo tutti la coscienza spezzata, come un grande cuore sanguinante. Troppe vite distrutte. Troppe case sventrate. Ogni volta che ci mettiamo a tavola, che spalmiamo di burro e marmellata le tartine dei nostri bambini, non possiamo non pensare ai piccoli gazzawe che muoiono letteralmente di fame, ai piccoli cubani che subiscono una carestia aggressiva, voluta dagli Stati Uniti per piegarli e annetterli al proprio regno, fondando anche lì, come nella striscia di Gaza, un lungo mare di hotel a cinque stelle per le vacanze dei pochi ricchi, indifferenti come sempre, da sempre.
«La compassione – ho detto al tipo che aveva voglia di ridere – non è di destra né di sinistra. È l’inevitabile dolore di chi non vede il mondo diviso fra vincenti e perdenti, ma fra fragili e forti. E i fragili li vuole aiutare, accogliere, adottare. Sempre».
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