Con 153 voti favorevoli, 105 contrari e 4 astenuti, la Camera ha approvato il ddl presentato dal Governo per il riconoscimento e la tutela del caregiver familiare, definito come colui che “assiste e si prende cura dei propri cari”.
La legge richiede necessariamente un legame di parentela o unione formale espresso dall’articolo 1 del testo: coniuge, parte di un’unione civile, convivente di fatto o parente/affine entro il secondo grado (o terzo grado nei casi speciali previsti dalla Legge 104/92). Gli amici o i conoscenti che prestano assistenza volontaria non rientrano nell’ambito di applicazione della norma.
Per la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, “Questo è un punto fermo per la dignità della vita e del compito di cura di ogni familiare. Da qui non si tornerà più indietro, ma si potrà solo andare avanti”. Sul fronte dei requisiti, il presidente della Commissione Affari sociali, Ugo Cappellacci, ha rivendicato l’innalzamento della soglia Isee da 15mila a 25mila euro per l’accesso ai contributi.
Critiche le associazioni e la minoranza che la definiscono “un’occasione persa” soprattutto per la dote finanziaria: 257 milioni di euro per il 2027 e 260 milioni annui a decorrere dal 2028, a fronte di una stima di fabbisogno indicata in almeno 940 milioni all’anno.
Chi sono i caregiver familiare e quali requisiti servono
La legge individua come caregiver familiare la persona che assiste e si prende cura del coniuge, della parte di un’unione civile o del convivente di fatto, di un parente o affine entro il secondo grado; nei casi previsti dall’articolo 33, comma 3, della legge 104 del 1992, anche di un parente entro il terzo grado. Restano fuori, quindi, gli amici o i conoscenti che prestano assistenza volontaria: il legame di parentela o l’unione formale è un requisito essenziale.
La persona assistita deve trovarsi in almeno una condizione tra quelle indicate dal testo: disabilità grave ex legge 104, titolarità dell’indennità di accompagnamento, non autosufficienza accertata nella nuova valutazione di base delle persone con disabilità o da altri strumenti certificativi, oppure non autosufficienza riconosciuta secondo la riforma dell’assistenza agli anziani.
L’attività di caregiver familiare è definita non professionale e atecnica: comprende l’aiuto nella vita quotidiana, nella mobilità, nella relazione e negli atti di base o strumentali, come igiene, alimentazione, cucinare, lavare, accompagnare, gestire farmaci e denaro. Non include le prestazioni sanitarie proprie dei professionisti.
Sul piano territoriale, la procedura richiede che persona assistita e caregiver risiedano nello stesso comune oppure in comuni distanti non più di 25 chilometri. La convivenza non è richiesta per tutti i profili, ma diventa decisiva per accedere al profilo del caregiver convivente “prevalente” e quindi al contributo economico.
Come richiedere il contributo caregiver familiare
Il beneficio economico più concreto previsto dal ddl è un contributo caregiver familiare esentasse fino a 400 euro al mese, quindi fino a 1.200 euro a trimestre. Non si tratta però di una misura universale. Il sostegno è riservato al caregiver convivente con la persona assistita, con basso reddito e un carico di cura di almeno 91 ore settimanali. La soglia ISEE richiamata durante l’esame parlamentare è salita da 15mila a 25mila euro, come rivendica il presidente della Commissione Affari sociali, Ugo Cappellacci.
Il primo beneficio, in realtà, è il riconoscimento formale: la procedura INPS caregiver attribuisce la qualifica di caregiver familiare e rilascia un certificato che attesta anche il profilo. La domanda va presentata tramite piattaforma telematica, con autodichiarazione dei requisiti caregiver familiare, e la procedura dovrebbe concludersi entro 30 giorni. È un passaggio importante perché collega il riconoscimento della figura a misure economiche, formative e di supporto, ma anche perché rende verificabile la platea effettiva dei beneficiari.
Quali tutele prevede la legge sul caregiver familiare
Il ddl non si limita al contributo. Per i caregiver conviventi con almeno 30 ore settimanali di assistenza, nei profili “prevalente” e “convivente”, riconosce il diritto alla rimodulazione dell’orario di lavoro, all’accomodamento ragionevole, al lavoro agile o, con priorità, alla trasformazione del rapporto in part-time. Sono tutele caregiver lavoro pensate per chi fatica a conciliare cura e occupazione, un nodo che riguarda soprattutto la cosiddetta “sandwich generation”, la fascia tra i 45 e i 64 anni che spesso si trova a gestire insieme genitori anziani, figli e lavoro.
Per i genitori caregiver, dal 2027 i congedi parentali potranno essere fruiti fino alla maggiore età del figlio, anziché fino a 14 anni, ferma restando la durata complessiva del congedo. Il testo prevede anche il riconoscimento delle competenze maturate nella cura ai fini del reinserimento lavorativo o della qualifica di operatore socio-sanitario, agevolazioni per caregiver studenti e universitari, la possibilità per i colleghi di cedere riposi e ferie, la partecipazione del caregiver familiare alla valutazione e alla costruzione del progetto di vita o del PAI e una tutela antidiscriminatoria legata alla disabilità del congiunto.
Chi resta escluso: la platea beneficiari
Le esclusioni sono il punto più delicato della riforma e spiegano perché la platea beneficiari sia molto più ristretta rispetto ai sette milioni di caregiver stimati in Italia. La prima esclusione riguarda chi presta meno di 10 ore settimanali di assistenza: non rientra in nessuno dei quattro profili previsti dall’articolo 2. La seconda è economica e riguarda la convivenza: anche chi assiste per oltre 91 ore settimanali non ha diritto al contributo se non è convivente con la persona assistita o se non rientra nella fascia di basso reddito prevista dalla norma.
Restano fuori dal contributo caregiver familiare i non conviventi, anche se assistono per molte ore; i conviventi con un carico tra 30 e 90 ore settimanali; quelli con un carico tra 10 e 29 ore; i familiari che non rientrano nei rapporti previsti, salvo i casi della legge 104 caregiver per il terzo grado. C’è poi un’esclusione funzionale: se il familiare è assunto con contratto di lavoro retribuito per assistere la stessa persona, può conservare le altre tutele ma non può percepire il contributo durante il rapporto di lavoro.
Quante risorse prevede il ddl caregiver e perché è contestato
Il testo ha avuto il voto favorevole di Lega-Salvini Premier, Forza Italia, Noi Moderati e gruppo Misto-Futuro Nazionale Vannacci. Hanno votato contro Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, MoVimento 5 Stelle, Italia Viva-Casa Riformista, Azione-Popolari Europeisti Riformatori-Renew Europe. Con 153 voti favorevoli, 105 contrari e 4 astenuti, la Camera ha approvato in prima lettura il disegno di legge, che riconosce il valore sociale dell’assistenza prestata ai propri cari e introduce nuove tutele.
La ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, ha parlato di «un punto di partenza da cui non si torna indietro», sottolineando l’obiettivo di garantire dignità a chi assiste i propri familiari 24 ore su 24. Sul fronte delle risorse legge caregiver, il Governo indica una dotazione di 260 milioni di euro a decorrere dal 2027, definita come finanziamento permanente, di cui 257 milioni nel 2027 e 260 milioni annui dal 2028.
Le opposizioni e parte delle associazioni parlano però di un’occasione persa: la stima di fabbisogno indicata dalle minoranze è di almeno 940 milioni all’anno. Dal 2013 al 2025 si sono susseguite circa 30 proposte di legge sul tema, nessuna arrivata all’approvazione definitiva.
Quando entra in vigore la legge
Il ddl approvato alla Camera è destinato a diventare la prima legge nazionale organica dedicata al riconoscimento e alla tutela del caregiver familiare. Fino a oggi il caregiver era stato toccato da norme frammentarie: la legge 104 del 1992 tutelava soprattutto la persona con disabilità e i suoi familiari, mentre la legge di bilancio del 2018 aveva introdotto una definizione di caregiver e un Fondo nazionale di sostegno. Il nuovo testo pone invece al centro la persona che assiste, ne definisce il ruolo, distingue quattro profili in base all’intensità della cura e collega il riconoscimento a misure economiche, formative e di supporto.
La partita si sposta ora a Palazzo Madama, dove le opposizioni promettono battaglia per allargare le coperture e modificare i criteri di accesso prima del varo definitivo. Secondo le stime più recenti, i caregiver familiari sono oltre sette milioni, ma non esiste un censimento nazionale e le definizioni cambiano da fonte a fonte. È comunque un numero destinato a crescere con l’invecchiamento della popolazione.
Quella del caregiving si può definire ormai come una vera e propria stagione della vita. Spesso chi assiste è costretto a sacrificare il lavoro e la vita privata, con il rischio di arrivare al burnout: un impegno che finora non ha avuto un riconoscimento organico a livello nazionale. Il testo riconosce il valore sociale dell’attività di cura e introduce sostegni differenziati in base all’intensità dell’assistenza.