L’Italia dispone di uno dei patrimoni abitativi più grandi d’Europa in rapporto alla popolazione, con 35,6 milioni di case e 26 milioni di famiglie. Eppure, un milione e mezzo di nuclei familiari vivono in condizioni di grave disagio abitativo, perché spesso l’offerta non è disponibile dove servirebbe, a condizioni economiche accessibili a tutti, e diversificata in base alla complessità di una popolazione fatta anche di lavoratori precari, anziani soli, studenti fuori sede.
A dirlo sono i dati contenuti nel Rapporto “Abitare l’Italia di domani”, curato dal Centro Einaudi per Assonime e Confindustria Assoimmobiliare, che analizza lo stato dell’abitare nel nostro paese, in rapporto a prezzi di acquisto, canoni di locazione e redditi disponibili.
Acquisto e locazione
Il 78,9% degli italiani ritiene che sia diventato più difficile comprare casa, e le famiglie con un reddito medio destinano più del 28% delle loro entrare ai costi abitativi, con una pressione economica più elevata nelle grandi città. Nonostante i prezzi delle case in Italia siano aumentati in modo contenuto rispetto alla media europea (+16,2% contro 61,9%), la domanda abitativa è frenata dai redditi, sia nell’acquisto che nelle locazioni.
“Oggi gli italiani hanno per il 70-80% un alloggio di proprietà, e quindi si è pensato erroneamente che il mercato avrebbe dovuto trovare una soluzione alla parte residua che vive in affitto – spiega Stefano Chiappelli, segretario generale nazionale del Sunia, Sindacato Unitario Nazionale Inquilini ed Assegnatari – o peggio ancora si è pensato che queste famiglie potessero trovare una soluzione abitativa per conto proprio. Negli ultimi anni sono state drasticamente ridotte le risorse statali per recuperare il patrimonio pubblico esistente e aumentare l’offerta di edilizia sociale. D’altro canto, gli incentivi sono stati dirottati sull’acquisto di una casa, ma oggi purtroppo abbiamo, fra i nuovi poveri, i tanti lavoratori precari che comunque non possono accendere un mutuo. Se questa drammatica situazione non viene affrontata con politiche strutturali, rischia di sfociare in situazioni sociali non definite.”
I giovani precari e gli studenti fuori sede
In Italia i giovani restano a casa delle famiglie d’origine solitamente fino ai 30 anni, a fronte dei 26,2 della media europea. Più che culturale, il fenomeno è legato alle condizioni economiche che incidono sulla capacità di accesso al mercato abitativo: nel 2023 il tasso di disoccupazione fra i 15 e i 24 anni era del 22,7% (la media Ue era del 14,5%) e la quota di Neet, giovani che non studiano e non lavorano, raggiungeva il 16,1% (con una media Ue dell’11,2%). Anche fra i lavoratori nella stessa fascia di età, si rilevano contratti a termine nel 34,3% dei casi, e retribuzioni basse, che spesso non consentono nemmeno di pagare un canone d’affitto.
C’è poi la questione degli studenti fuori sede, e degli alloggi universitari insufficienti a soddisfare la domanda: a fronte degli oltre due milioni di iscritti nei diversi atenei italiani, nell’anno accademico 2024/25 i posti letto dedicati si fermavano a 83 mila. Un dato che rende lo “student housing” uno dei segmenti a maggiore carenza, che costringe gli studenti a rivolgersi al mercato, con un progressivo aumento dei prezzi concentrato nelle principali città universitarie come Milano, Roma, Torino e Bologna.
“Oggi non c’è una risposta al disagio abitativo degli studenti, gli stessi che in questi giorni stiamo vedendo davanti a Montecitorio con le tende – dice Chiappelli – negare il diritto all’alloggio significa compromettere anche quello allo studio. Periodicamente riscopriamo che c’è un problema abitativo in Italia, ma non è da oggi che un milione e mezzo di famiglie non riescono a sopperire alle spese per la casa. Come Sunia sono anni che denunciamo questa situazione, e che chiediamo alle istituzioni e alla politica di mettere seriamente in agenda questo tema. Casa, sanità, welfare e salari sono scelte fortemente politiche.”
L’edilizia residenziale pubblica
L’edilizia residenziale pubblica in Italia rappresenta solo il 2,7% del totale del patrimonio abitativo, pari a circa 875 mila alloggi, contro il 17% della Francia e il 29% dei Paesi Bassi. Secondo la Relazione annuale sui servizi pubblici 2026 del Cnel, il 9% di queste unità immobiliari non è nemmeno assegnabile perché richiede manutenzioni straordinarie, mentre decine di migliaia di persone restano in lista d’attesa.
“Si sono ridotte drasticamente tutte le risorse pubbliche – continua Chiappelli – e si è pensato che le famiglie attualmente in affitto, fra i quattro milioni e mezzo e i cinque milioni, fossero comunque una percentuale residua rispetto alla composizione sociale. Il problema è che oggi spesso non basta più lavorare per pagarsi un tetto, se il canone di locazione supera il 40% del proprio reddito. Siamo in una situazione di insostenibilità assoluta. Gli ultimi dati del Ministero dell’Interno sugli sfratti dicono che c’è stata una riduzione, ma restano comunque 62mila richieste di esecuzione con la forza pubblica. Abbiamo un fabbisogno abitativo pubblico di 650 mila persone che avrebbero bisogno di una casa popolare: di questi, 350 mila sono famiglie, o singoli cittadini, che hanno fatto domanda e sono in attesa da anni. Eppure, non ci sono agevolazioni che intervengano a favorire il partenariato pubblico – privato a favore del sociale, e che non incentivino solo i fondi immobiliari. Per questo domani saremo anche noi in piazza per la manifestazione nazionale “La via Maestra”, a fianco di chi vive il dramma abitativo, perché la battaglia contro le disuguaglianze è comune.”