Dall’ex questura trasformata in doposcuola all’ambulatorio popolare, nel quartiere nasce un laboratorio di resistenza alla desertificazione. Viaggio nella borgata romana tra abbandono istituzionale e riscatto sociale
A Roma c’è una borgata risalente agli anni Quaranta che, nonostante le difficoltà dovute a un costante abbandono del territorio da parte delle istituzioni e il senso di avvilimento scaturito negli abitanti, si è trasformata nel tempo in un laboratorio sociale, politico e culturale a cielo aperto. Quarticciolo è anche questo, la volontà di rispondere allo spopolamento e alla “desertificazione” di servizi e dell’economia locale con progetti e azioni, che riqualifichino e riattivino il quartiere dal basso.
Di pomeriggio, tra i palazzi di edilizia popolare che si affacciano su via Ostuni, il quartiere si rianima di mamme e bambini che si dirigono verso il doposcuola popolare, che ospita – in giorni stabiliti – i piccoli dai 3 anni in su, fino ai ragazzi delle scuole superiori. Uno spazio, all’interno dell’ex questura chiusa 30 anni fa, dove volontari e attivisti del collettivo Quarticciolo Ribelle si impegnano per contrastare la dispersione scolastica e costruire nuove possibilità per il futuro. «Il doposcuola è nato nel 2020 in piena emergenza Covid – racconta Matteo Tasca, giovane attivista del collettivo che si occupa dei bambini del doposcuola -. Il doposcuola, in quel periodo, è stato l’occasione per mettere a disposizione di tante bambine e bambini in difficoltà gli strumenti che avevamo, e permettergli di seguire la didattica a distanza». Un punto di riferimento che nel tempo ha visto crescere la partecipazione di bambini e famiglie che, abitando questi spazi e giocando sotto i portici del palazzo – dove si svolge il doposcuola e vivono famiglie e attivisti -, rendono più sicuro questo angolo di quartiere.
Proprio il tema della sicurezza ha trasformato il volto di Quarticciolo, rendendo nota la zona alla cronaca e alle forze dell’ordine come luogo di spaccio e allontanando tanti cittadini dal quartiere. «Ci sono zone in cui è concentrata la presenza sia dello spaccio che dei consumatori. La questione delle piazze di spaccio è indubbio che sia il problema, in questo momento. Anche perché a ricaduta ne provoca altri: le attività commerciali chiudono perché il quartiere è desertificato e le persone se ne stanno andando», spiega Michele Sugarelli, professore al liceo che abita da sei anni a Quarticciolo, e attivista nel comitato di quartiere. «Va ripensata complessivamente un’idea di quartiere, dove è possibile per le persone aprire le attività, dove gli spazi verdi sono accoglienti, dove le case vengono ristrutturate. Qui le persone se ne vanno anche perché crollano i solai quando piove, quindi non è solo lo spacciatore di crack sotto casa, ma un cumulo di cose che fa sì che questi quartieri diventino indesiderabili da vivere – prosegue Michele -. La desertificazione è vera, ma è anche vero che le persone ci sono e ci sono anche delle idee per cambiare questo quartiere».
Dallo sport alla salute, dall’economia locale alla manutenzione delle case popolari, questo e anche altro è contenuto nel Dossier sul Quarticciolo, un piano di riqualificazione pensato dagli abitanti del quartiere e dalle reti sociali attive sul territorio. “Abbiamo un piano”, questo il nome del dossier che è anche una risposta al Decreto Caivano che ha portato al commissariamento di Quarticciolo e che ha messo in moto cittadini e associazioni per creare un progetto che può fare rinascere il quartiere dal basso, da chi lo vive e lo conosce.
In attesa che questo piano di interventi venga pienamente attuato, negli ultimi dieci anni Quarticciolo ha visto nascere nuovi spazi comuni, là dove sorgevano luoghi lasciati all’incuria pubblica. Come la palestra popolare, che è un luogo accessibile a tutti dove «a volte capita che qualcuno lascia degli abbonamenti sospesi», dice Matteo raccontando i progetti del collettivo Quarticciolo Ribelle. La palestra, che ora sorge nella Casa di quartiere a pochi passi da altre realtà sportive chiuse da anni come la piscina comunale, aprì l’attività nel 2015 nell’ex locale caldaie in disuso della borgata. Uno spazio ampio dove da gennaio dell’anno scorso si trova la nuova sede dell’Ambulatorio Popolare Roma Est, una realtà che offre servizi di medicina integrata a tutti i quartieri del quadrante est di Roma. «Abbiamo vinto un bando per rimettere a posto questa sede. Il posto è bellissimo perché è molto grande, ma anche complesso perché è molto umido. Un passetto alla volta, un bando alla volta, stiamo rimettendo a posto. L’idea è fare diventare questo posto un luogo vivo», dice Francesco De Michele, medico volontario dell’ambulatorio, mentre mostra la grande sala dove a marzo si è svolta la seconda edizione del Festival della Salute, sul legame tra salute e diritto alla casa. «La nostra idea è quella di favorire l’accesso delle persone al Servizio sanitario nazionale. C’è chi non sa come prenotare una visita, o chi si è visto fissare un esame tra sei mesi, e noi cerchiamo di fare da tramite. Soprattutto, cerchiamo di dare spazio, perché la cosa che manca nella salute oggi è anche il tempo. Poi c’è lo sportello psicologico, che è la prima attività dell’ambulatorio, nato durante il Covid per l’ascolto telefonico. Il successo fu tale da trasformarlo in un’attività in presenza. Il nostro impegno è essere sia stampella per il territorio, sia un pungolo per le istituzioni. Come sul tema casa: se la casa è un posto insalubre, una prigione, in un quartiere che non riconosci come tuo, rischia di essere una casa che ammala. Ed è quello che vediamo qui», commenta Francesco.
Nella sua complessità, di condizioni e problematiche ma anche di reti creative, Quarticciolo sta diventando fonte di ispirazione per altre realtà in Italia. «Si è creato un tavolo permanente sul nostro piano di riqualificazione, e noi cerchiamo di rompere le scatole per avere sostegni. La cosa carina è che ci chiamano da tutta Italia dicendo “come avete fatto?”», chiosa con entusiasmo Francesco.
Un entusiasmo che ritroviamo anche in Marika e Simone, che raccontano i progetti per fare rinascere economicamente Quarticciolo, come il Laboratorio di Ristorazione che coinvolge nove donne del quartiere “con varie esigenze e varie vite”, spiega Marika, che è parte del progetto. «Cerchiamo di portare nel cibo il dialogo tra le persone. L’idea del laboratorio è che non deve essere solo un lavoro, ma qualcosa che ispira, che ti fa divertire e ti invoglia a dedicargli quel tempo», chiarisce Marika Pipitone che è impegnata anche nel comitato di quartiere. «Al momento ci appoggiamo al Birrificio di Quarticciolo, perché loro hanno già un luogo dove lavorare. Certo, le serrande chiuse a noi farebbero comodo», conclude Marika.
Tra le strade di Quarticciolo, le serrande chiuse sono quelle dei locali commerciali. Locali gestiti dall’Ater, spesso a costi d’affitto non proprio popolari. Così capita che un negozio avviato quarant’anni fa, stia per chiudere. «Qui la gente ha paura e non esce, e noi siamo al tracollo – dice Cristina, che da anni gestisce un negozio di abbigliamento e merceria che si affaccia sulla piazza del quartiere -. Due anni fa ci hanno portato la targa di negozio storico, e ho detto “vi ringrazio, ma se non fate qualcosa per aiutarci, storico rimarrà per poco, perché sto chiudendo”. Pago 850 euro e, senza clienti, sto indietro con l’affitto. Ho chiesto un appuntamento all’Ater, mi hanno risposto “Non serve. Se vuole chiudere, chiuda”».
Nella rete di sostegno c’è anche la parrocchia del quartiere, che lo scorso primo marzo ha ricevuto la visita di Papa Leone XIV, che ha incoraggiato il quartiere a non mollare di fronte alle difficoltà. “Una comunità portatrice di luce”, ha detto. Cristianamente e laicamente.
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