Quando si parla di dignità e riconoscimento dei più piccoli, il punto di partenza è l’approvazione da parte delle Nazioni Unite, il 20 novembre 1989, della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: una rivoluzione copernicana nel campo dei trattati internazionali. Per la prima volta, infatti, il bambino non è più considerato un semplice oggetto di protezione o di tutela passiva, ma diventa un soggetto di diritto autonomo, titolare di diritti civili, sociali, economici, culturali e politici.
Il testo lega tra loro sviluppo, educazione e pari opportunità. L’articolo 27 riconosce il diritto di ogni fanciullo a un livello di vita sufficiente per il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale; l’articolo 28 impegna gli Stati a rendere l’istruzione primaria obbligatoria e gratuita e a garantirla a tutti sulla base dell’uguaglianza delle possibilità.
Diritti universali e fondamentali ma che per moltissimi, troppi di loro sono ancora disattesi.
Oltre il reddito: l’insidia invisibile della povertà educativa
E non si parla solo di minori che vivono in aree del mondo disagiate.
Sfatiamo subito uno stereotipo: la povertà educativa non è soltanto una questione di reddito. È piuttosto la mancanza di occasioni per apprendere, sperimentare, scoprire talenti e immaginare un futuro. Una scuola inaccessibile, uno sport fuori portata, una casa senza libri, una connessione internet assente, un genitore mai presente: sono carenze che si sommano e che, nel tempo, decidono le traiettorie di vita.
È proprio questa dimensione invisibile della povertà a rendere centrale la questione dei diritti. Un bambino cresce con le opportunità che gli vengono offerte, con la cura che riceve, con la forza delle sue relazioni e la libertà di scegliere il proprio domani. E quando quelle condizioni mancano, non è soltanto il suo benessere presente a essere compromesso, ma la sua capacità di diventare ciò che potrebbe essere.
La spaccatura italiana: numeri, divari territoriali e il circolo vizioso delle disuguaglianze
La povertà educativa, infatti, non è solo un problema dei Paesi fragili. Una riprova in questo senso la offre proprio l’Italia.
I dati più recenti dell’Istat mostrano un lieve miglioramento, ma non una svolta. Nel 2025 la povertà assoluta coinvolge 1 milione e 136mila minori, pari al 12,5%: un calo rispetto al 13,8% del 2024, quando erano 1,28 milioni i bambini e gli adolescenti coinvolti. Nel Mezzogiorno l’incidenza sale al 15,2%, e colpisce in particolare gli immigrati: il 31,4% delle famiglie di stranieri vive in condizioni di povertà assoluta, contro il 7,8% di quelle composte da soli cittadini italiani. Il nostro Paese ha ratificato la Convenzione nel 1991, con la legge n. 176. Da allora, il riferimento normativo è rimasto stabile, ma la sua traduzione concreta in servizi universali – nidi, scuola dell’infanzia, sostegno alla genitorialità, attività extrascolastiche, welfare territoriale – è rimasta disomogenea e fortemente condizionata dal luogo di nascita.
Lo abbiamo già detto: la povertà educativa non coincide con la povertà economica. Ma – lo si vede dai dati peggiorativi delle fasce più deboli (famiglie del Sud e immigrate) – si alimentano a vicenda. Un nesso di causa-effetto riconosciuto dallo stesso Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che sul sito Minori.it sottolinea come la carenza di mezzi culturali e di reti sociali riduca le opportunità lavorative, mentre le ristrettezze economiche limitino l’accesso alle risorse culturali ed educative. Una mancanza che si misura con l’impossibilità di frequentare un museo, praticare uno sport, partecipare a un viaggio scolastico, avere un posto tranquillo dove studiare, ricevere aiuto nei compiti, accedere a un computer o trovare uno spazio sicuro dopo la scuola.
Il risultato è un circolo che si riproduce nel tempo: chi nasce in una famiglia povera ha meno occasioni educative; chi ha meno occasioni educative ha maggiori probabilità di incontrare difficoltà scolastiche, di interrompere gli studi e di entrare da adulto in condizioni di fragilità economica.
L’emergenza globale: povertà estrema, guerre e diritti rimasti sulla carta
Se in Italia la povertà educativa si manifesta soprattutto come disuguaglianza di opportunità, nelle crisi internazionali assume forme più radicali. Unicef denuncia che 412 milioni di minori vivono in povertà estrema e oltre 473 milioni crescono in aree interessate da conflitti, privi di beni essenziali come l’istruzione, l’acqua potabile e un alloggio adeguato.
Oggi, quasi un bambino su cinque a livello globale sopravvive con meno di tre dollari al giorno. Un altro dato fa riflettere: l’Africa subsahariana e l’Asia meridionale, pur rappresentando solo circa la metà della popolazione infantile globale, ospitano insieme quasi nove minori su dieci tra quelli che vivono in povertà estrema. Ma la povertà infantile non si limita alle aree più vulnerabili del Pianeta. Se nei Paesi a reddito medio-alto applicassimo una soglia di povertà più elevata (8,30 dollari al giorno), risulterebbe che quasi due bambini su tre in tutto il mondo – 1,4 miliardi – vivono in condizioni di povertà monetaria.
Va peggio nei Paesi a reddito basso e medio, dove oltre un bambino su cinque – 417 milioni – soffre per gravi carenze in due o più dei seguenti ambiti: istruzione, salute, alloggio, nutrizione, acqua potabile e servizi igienico-sanitari. Il quadro rischia persino di peggiorare. Unicef avverte che i tagli ai finanziamenti per l’educazione in emergenza potrebbero far salire il numero di bambini fuori scuola da 272 a 278 milioni: l’equivalente della chiusura di tutte le scuole primarie di Germania e Italia messe insieme.
Il 20 gennaio 2015, la Somalia è diventata il 194° stato ad aver ratificato la Convenzione sui diritti dell’infanzia, che risulta essere il trattato sui diritti umani più ratificato nella storia. Eppure, ad oggi, non siamo ancora in grado di garantire le condizioni minime – ma necessarie – per offrire un futuro all’infanzia.
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Foto: Shutterstock/Domenichini Giuliano
Tratto dal numero della rivista 50&Più Novembre