Sono oltre 5,5 milioni, rappresentano il 9,4% della popolazione e contribuiscono a ringiovanire una popolazione che invecchia: sono gli stranieri residenti in Italia, fotografati dal 36° Dossier Statistico Immigrazione 2026, realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con il Centro Studi Confronti e l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”.
La loro presenza è distribuita praticamente in tutto il Paese: su quasi 7.900 comuni italiani, soltanto 20 non hanno residenti stranieri. Lavorano, pagano le tasse, mettono al mondo figli, frequentano le scuole e contribuiscono alla vita economica e sociale del Paese. Nonostante questo, faticano ancora a essere riconosciuti come risorsa e vivono spesso in condizioni di precarietà abitativa e lavorativa e povertà economica e sociale.
La fotografia scattata da Idos sul fenomeno migratorio in Italia, in Europa e nel mondo restituisce un’immagine complessa di un fenomeno troppo spesso raccontato attraverso semplificazioni e stereotipi.
L’immigrazione in un Paese che emigra e che invecchia
In un’Italia in cui nascono sempre meno bambini, aumenta la popolazione anziana e tanti giovani se ne vanno, la presenza straniera rappresenta un contributo importante, anche se non sufficiente a invertire il declino demografico. Tre numeri lo dimostrano chiaramente: primo, nel 2025 i residenti stranieri sono aumentati del 3,5%, raggiungendo quota 5 milioni e 559.000, secondo i dati provvisori. Secondo, il 13,4% dei bambini nati in Italia ha entrambi i genitori stranieri. Terzo, nell’anno scolastico 2024/2025, gli alunni senza cittadinanza italiana nelle nostre scuole erano oltre 936.000. Di questi, quasi due su tre (il 64,5%) sono nati nel nostro Paese.
E c’è anche un altro numero, che ci parla di una presenza, per lo più giovane, che tende a radicarsi e vorrebbe quindi integrarsi: tra il 2021 e il 2025 le acquisizioni di cittadinanza sono state quasi un milione, di cui oltre 196.000 soltanto nell’ultimo anno. E quasi 4 nuovi cittadini su 10 hanno meno di 21 anni.
Dal punto di vista economico, l’immigrazione per l’Italia è un “buon affare”: secondo le elaborazioni riportate dal Dossier, le entrate pubbliche riconducibili agli immigrati – tra tasse e contributi – ammontano a 40,7 miliardi di euro. Al tempo stesso, però, il 33,7% delle famiglie con componenti stranieri è a rischio povertà.
Il nodo degli ingressi regolari e delle frontiere
Arrivare in Italia regolarmente però non è facile. Nel 2024, sono state quasi 721.000 le domande di assunzione presentate attraverso il decreto flussi e circa 147mila quote previste, eppure le richieste di permesso di soggiorno si sono fermate a 24.858: il 16,9% delle quote programmate. Segno che qualcosa nel meccanismo si inceppa, ostruendo il canale regolare degli ingressi. Per Idos, si tratta di un vero e proprio “fallimento strutturale”: da una parte ci sono imprese che cercano lavoratori, dall’altra persone disponibili a lavorare in Italia. Ma poi ci sono procedure che non funzionano. E così domanda e offerta non riescono a incontrarsi. Così come non funziona il diritto d’asilo, che prescinde dai flussi e appartiene alla sfera dei diritti umani internazionali. Di fronte a 117,8 milioni persone costrette a lasciare la propria casa (a causa di guerre, persecuzioni e violenze), nel 2025 in Europa le domande d’asilo sono diminuite del 26,4%, fermandosi a circa 672mila. In Italia le richieste complessive sono state 135.485: il 14,6% in meno rispetto all’anno precedente. Diminuiscono le richieste d’asilo e diminuiscono anche gli arrivi attraverso il Mediterraneo: nei primi otto mesi (gennaio-agosto) del 2026 sono scesi da circa 86mila a poco più di 51mila. Nello stesso periodo, però, sono aumentate le morti accertate durante la traversata: da 1.248 a 1.733. Gli arrivi via mare sono calati del 41%, le morti in mare sono aumentate del 39%.
L’assistenza domiciliare e i lavoratori stranieri che invecchiano
Il nostro Paese ha bisogno dei lavoratori stranieri: lo dice chiaramente Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS. Ne ha bisogno per due motivi almeno: il primo è «il contenimento del declino demografico. Ma questo contributo rischia di ridursi progressivamente, perché gli stranieri che vivono stabilmente in Italia finiscono per adottare le stesse abitudini riproduttive della popolazione italiana, con un graduale allineamento dei tassi di natalità», spiega Di Sciullo.
Il secondo motivo è il lavoro di cura ed è, per il nostro Paese, un’urgenza da non sottostimare: «Avremo una popolazione sempre più anziana, con un numero crescente di persone sole e non autosufficienti. Crescerà quindi anche il bisogno di assistenza domiciliare, oggi affidata per lo più a lavoratori e lavoratrici stranieri», osserve Di Sciullo. Raramente si pensa, però, che «stanno invecchiando anche coloro che oggi garantiscono gran parte di questa assistenza: molte hanno già tra i 50 e i 60 anni e non c’è un adeguato ricambio generazionale».
Il rischio è dunque quello di una doppia crisi: da una parte una domanda di assistenza in continua crescita, dall’altra un’offerta di lavoratrici e lavoratori sempre più insufficiente. «La situazione rischia di diventare esplosiva se non cambiamo il passo e anche il segno delle politiche migratorie, per il bene non soltanto degli stranieri, ma dell’intero sistema Paese», avverte e conclude Di Sciullo.