Il servizio civile si avvia verso il cambiamento. Il 27 ottobre il Senato ha approvato definitivamente la legge delega sulle politiche giovanili e il Servizio civile universale (qui il pdf del testo definitivo), promossa dal ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi. Un provvedimento che punta a mettere ordine in un quadro normativo frammentato, semplificare le procedure e rafforzare gli strumenti di partecipazione delle nuove generazioni.
La legge, composta da sei articoli, interviene su due fronti. Il primo riguarda le politiche giovanili nel loro complesso: il governo dovrà riordinare le disposizioni esistenti, migliorare il coordinamento tra Stato, Regioni ed enti locali e definire una strategia nazionale per i giovani di durata almeno quinquennale. Tra gli strumenti previsti ci sono le Comunità Giovanili, per promuovere opportunità educative e di partecipazione nei territori, e un Osservatorio permanente per le politiche giovanili.
Il secondo ambito di intervento è appunto il Servizio civile: un istituto che affonda le sue radici nell’obiezione di coscienza al servizio militare, riconosciuta in Italia nel 1972. Proprio a partire da questa scelta di difesa civile non armata, nel 2001 nasce il Servizio civile nazionale, aperto su base volontaria anche alle donne. Nel 2017 viene istituito il Servizio civile universale: un’opportunità rivolta ai giovani tra i 18 e i 28 anni, che possono dedicare alcuni mesi ad attività di solidarietà, assistenza, tutela dell’ambiente, educazione e cooperazione, in Italia o all’estero.
Servizio civile: verso la riforma
Una riforma del Servizio civile era auspicata da tempo, soprattutto per semplificare le procedure e valorizzare un’esperienza che, in un contesto internazionale segnato dal riarmo, continua a rappresentare uno strumento di educazione alla pace e alla cittadinanza attiva. La legge delega approvata prevede la possibilità di raccogliere le norme in un testo unico, semplificare l’accreditamento degli enti e la presentazione dei progetti, migliorare la programmazione, i controlli e la valutazione dei risultati. Si punta inoltre a favorire progetti sperimentali e a valorizzare le competenze acquisite dai volontari, anche attraverso la loro certificazione, utile per il successivo inserimento nel mondo del lavoro.
La legge, però, non introduce nuovi finanziamenti; la clausola di invarianza finanziaria impone infatti di realizzare gli interventi senza ulteriori oneri per lo Stato. Resta quindi aperta la questione dell’universalità: nel 2026, a fronte di circa 147.000 candidature ricevute, i posti disponibili erano meno di 65.000. La riforma, inoltre, non è ancora operativa in tutte le sue parti. Il governo avrà sei mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare i decreti legislativi che dovranno tradurre gli obiettivi generali in disposizioni concrete. Sarà questa la fase decisiva per capire come cambieranno effettivamente il Servizio civile e le politiche rivolte alle nuove generazioni.
Le novità viste dai giovani
Intanto, cosa ne pensano i diretti interessati? Lo abbiamo chiesto a Francesco Colaianni e Rosa Melfi, due rappresentanti nazionali degli operatori volontari del Servizio civile universale, rispettivamente per la macroarea Nord e per la macroarea Estero. Entrambi riconoscono alcuni passi avanti, ma segnalano anche le questioni rimaste irrisolte.
«Di buono nella riforma approvata c’è sicuramente lo snellimento di una normativa attualmente molto complessa e frammentaria – osserva Colaianni – Bene anche l’ammodernamento generale delle procedure, che renderà più flessibile e incisivo l’ingresso di nuovi operatori volontari nel sistema per i prossimi anni». Anche Rosa Melfi apprezza il riordino delle norme e l’attenzione alle competenze. «Un testo unico contribuirebbe sicuramente a migliorare il sistema. E credo sia molto positiva anche la certificazione delle competenze acquisite durante il Servizio civile. Si tratta di un elemento di novità che potrebbe agevolare l’occupabilità dei giovani, soprattutto in un periodo in cui l’ingresso nel mercato del lavoro è particolarmente complesso», spiega
Restano però alcune questioni aperte, a cui la riforma non offre per ora risposte efficaci: prime fra tutte, l’assegno mensile e la rappresentanza. «Sarebbe necessario prevedere delle norme per rivedere al rialzo il contributo mensile di 519 euro corrisposto ai ragazzi e adeguarlo ai continui aumenti del costo della vita», osserva Melfi. Un altro aspetto da migliorare riguarda il Servizio civile all’estero, «un’esperienza poco valorizzata dall’attuale impianto normativo». spiega ancora Melfi.
Il nodo della rappresentanza
Ma è soprattutto sulla partecipazione dei giovani alle decisioni che si concentrano le osservazioni dei due rappresentanti. «A mancare alla riforma, come a tutto il decreto, è la costruzione della politica giovanile direttamente dal basso e dai diretti interessati», afferma Colaianni. Melfi richiama, a questo proposito, la composizione dell’Osservatorio permanente per le politiche giovanili previsto dalla legge. «Considerando coloro i quali oggi ricoprono le cariche che dovrebbero comporre l’organo, nessuno ha un’età inferiore a 30 anni».
Perciò, anche per lei «sarebbe stata necessaria una riforma del sistema fatta con i giovani e con tutti gli attori del sistema, attraverso meccanismi partecipativi e un coinvolgimento attivo delle giovani generazioni. La vera sfida per le nostre classi dirigenti è proprio rendere i giovani attivamente partecipi delle politiche, e non farne dei semplici destinatari di norme», riflette.
La partita, però, non è ancora chiusa. Dopo l’approvazione della legge delega, sarà il Governo a dover tradurre gli obiettivi generali in disposizioni concrete, attraverso i decreti legislativi. Ed è proprio in questa fase che i giovani chiedono di essere maggiormente coinvolti.