Nel mondo, 181 milioni di bambini con meno di cinque anni vivono in condizioni di povertà alimentare, e 43 milioni si trovano già in una fase di malnutrizione acuta. Conflitti, eventi climatici estremi, povertà e difficoltà di accesso al cibo sono le cause di una situazione drammatica e purtroppo sempre più diffusa nei Paesi in guerra.
Quest’anno Save the Children ha lanciato l’iniziativa globale Every Child Nourished (Ogni bambino deve essere nutrito), un progetto triennale che ha l’obiettivo, entro il 2028, di intercettare 20 milioni fra donne e bambini con interventi di sanità per il contrasto alla malnutrizione. Nel frattempo, in Italia è partita la campagna Emergenza Fame, che fino al 15 novembre consente di donare attraverso il numero solidale 45583, da cellulare o rete fissa, per portare cibo terapeutico, acqua potabile e cure mediche ai più vulnerabili.
“Attraverso questa campagna – spiega Gianluca Ranzato, Humanitarian Strategist di Save the Children Italia – raccogliamo contributi individuali, piccoli ma importanti nel loro insieme per poter sostenere le nostre cliniche, laddove non siano coperte da fondi istituzionali, e raggiungere i bambini malnutriti. In Afghanistan, ad esempio, siamo riusciti a tenere aperte 10 cliniche solo grazie ai donatori, in un contesto di estremo bisogno.”
Quali sono i parametri di riferimento per definire la povertà alimentare e la malnutrizione?
Il punto di riferimento è la classificazione dell’IPC, Integrated Food Security Phase Classification, lo standard globale utilizzato dalle agenzie delle Nazioni Unite, guidate dalla Fao e dal World Food Program, per classificare la gravità dell’insicurezza alimentare nel mondo. Una situazione di livello 1 è sotto controllo, di livello 2 è al limite, di livello 3 è già di crisi: la malnutrizione comincia a manifestarsi, le famiglie riducono i pasti o mettono in atto delle strategie di “bad coping” o di maladattamento, tipo ritirare i figli da scuola per mandarli a lavorare, oppure acconsentire a matrimoni precoci.
Il livello 4 è di vera e propria emergenza alimentare, con malnutrizione severa che si diffonde progressivamente. Il 5 è quello che definiamo carestia, o famine in inglese, un livello catastrofico, nel quale due persone su 10 mila al giorno muoiono di fame.
Quali aree del mondo hanno raggiunto il livello 5?
Nel 2025 due zone del mondo hanno avuto la definizione di IPC 5, cioè di carestia: alcuni distretti di Gaza e la zona di El Fasher nel Darfur, in Sudan. In entrambi i casi si è arrivati alla totale assenza di qualunque possibilità di alimentarsi. Purtroppo, la definizione di carestia è anche politica, e spesso i governi non vogliono che se ne parli. Ma si tratta di dati oggettivi e misurabili.
Quanto pesa il taglio degli aiuti umanitari sulle situazioni di emergenza fame?
Il taglio degli aiuti umanitari pesa in maniera forte, soprattutto se si considerano le situazioni di partenza, con conflitti sempre più diffusi e di lunga durata, eventi climatici estremi sempre più frequenti e un aumento repentino dei prezzi.
Come Save the Children rischiamo di chiudere 1.100 strutture sanitarie nel mondo, che vuol dire un accesso alla salute per milioni di persone. E nelle strutture sanitarie in situazioni di crisi gravissima, spesso si fa il monitoraggio della malnutrizione, in modo da prevenire i casi acuti. Quello che accadrà sarà l’interruzione di quel lavoro che permetteva di intervenire in condizioni di stress alimentare, e di evitare lo scivolamento verso l’emergenza brutale, e l’aumento del numero delle morti. Nella Repubblica Democratica del Congo abbiamo chiuso 92 cliniche, che erano un punto di riferimento per 200 mila persone, in una delle crisi umanitarie più complesse del pianeta, dove si sommano un conflitto, il cambiamento climatico e l’Ebola.
Come si interviene?
Noi andiamo avanti, anche e soprattutto grazie ai donatori privati che ci sostengono. Continuiamo ovunque possibile fare interventi salvavita per i bambini, a lavorare sulla prevenzione e sulla costruzione della resilienza economica delle famiglie, assicurando un supporto quando il bilancio familiare va sotto stress, ad esempio a causa di un’alluvione.
In questo momento siamo molto preoccupati dall’ondata di malnutrizione che si abbatterà sui bambini tra la fine dell’anno e l’inizio del 2027, quando vedremo l’impatto de El Niño, che quest’anno è di particolare intensità. Il fenomeno porterà conseguenze devastanti sulle colture, sulla produzione alimentare e sull’accesso dei beni al consumo. E tutto questo si sommerà alla crisi di Hormuz: immaginiamone le conseguenze nei contesti già vulnerabili.
L’altra parte fondamentale del nostro lavoro, pertanto, è portare la voce dei bambini nei contesti istituzionali, affinché il contrasto alla malnutrizione sia sempre un tema condiviso e in primo piano.