«Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo». Lo ha detto forte e chiaro Malala Yousafzai, intervenendo alle Nazioni Unite nel 2013. Per difendere il diritto all’istruzione nel suo Paese aveva quasi perso la vita: l’anno prima, ad appena 15 anni, i talebani le avevano sparato perché si batteva per il diritto delle ragazze ad andare a scuola in Pakistan. Nel 2014, a 17 anni, diventò la più giovane persona a ricevere il Premio Nobel per la pace.
«Gli Stati parti riconoscono il diritto del fanciullo all’educazione»: questo è invece l’articolo 28 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Pakistan l’ha ratificata, così come Afghanistan, Israele, Ucraina, Colombia e tanti altri: in tutto 196 Stati che si sono assunti l’impegno di assicurare a tutti i bambini e le bambine una scuola in cui imparare e crescere.
La realtà, però, ci racconta un’altra storia: quella di oltre 270 milioni di bambini che, in tutto il mondo, non possono andare a scuola. Parliamo di un bambino su 6. La situazione è ancora peggiore nelle cosiddette “aree di crisi”, dove un terzo dei bambini in età scolare è escluso da un sistema di istruzione regolare. È la prova di quanto ci sia ancora da fare perché quel diritto scritto sulla carta trovi riscontro nella vita quotidiana dei bambini e delle bambine di tutto il mondo.
L’istruzione sotto attacco: la mappa dei conflitti e delle violazioni
Osservare e raccontare è un primo passo per realizzare questo impegno. Ed è quello che fa la Global Coalition to Protect Education from Attack, che recentemente ha pubblicato il suo ultimo report, Education under Attack.
«Abbiamo registrato un incremento del 50% degli attacchi contro l’istruzione e dell’uso militare delle scuole e delle università negli ultimi due anni, superando i 9.000 incidenti documentati», spiega Lisa Chung Bender, direttrice esecutiva della GCPEA. «In questa categoria rientrano non solo gli attacchi alle strutture scolastiche, ma anche quelli a studenti e personale scolastico, come pure atti di violenza sessuale e di genere all’interno o durante il tragitto. E poi ci sono il reclutamento di minori e l’occupazione militare delle scuole, che vengono di fatto trasformate in caserme. Conoscere i numeri è importante, perché permette di «individuare i rischi e quindi promuovere la prevenzione: sono tutti fenomeni che vediamo drammaticamente aumentare».
Tra i Paesi che in questo momento destano più preoccupazione ci sono l’Ucraina e Haiti, che «hanno registrato il maggiore aumento di attacchi all’istruzione: in un solo anno, oltre 1.000 in Ucraina e più di 570 ad Haiti. Nel paese caraibico, il crescente controllo territoriale delle bande armate ha portato alla chiusura di almeno 1.600 scuole e ha costretto circa un bambino su quattro ad abbandonare gli studi».
Ma i numeri non raccontano tutta la storia: per esempio, «gli attacchi in Afghanistan sono diminuiti, ma perché alle ragazze è stato vietato l’accesso alla scuola. La continua persecuzione di genere nei loro confronti porterà a una crisi generazionale: nessuna futura insegnante, dottoressa o ingegnere. E le donne saranno sempre meno presenti nella vita pubblica», osserva Chung Bender. Un altro numero impressionante riguarda gli attacchi a studenti e personale scolastico: tra il 2024 e il 2025 sono stati almeno 10.600 quelli colpiti, di cui 2.400 solo in Palestina.
Ricostruire la speranza: gli strumenti per salvare il futuro
Per difendere l’istruzione dagli attacchi, nel 2015 è stata elaborata la Safe Schools Declaration, oggi sottoscritta da 123 Stati, tra cui l’Italia, i quali si impegnano ad «adoperarsi per garantire la continuità dell’istruzione durante i conflitti armati e sostenere il ripristino delle strutture scolastiche».
Perché garantire la scuola nei contesti di crisi significa proteggere i bambini e le bambine, oltre che tutelare un loro diritto fondamentale. Ce lo spiega il presidente di UNICEF Italia, Nicola Graziano: «Quando un’emergenza stravolge la vita di un bambino, ogni sua certezza viene meno: la casa, la quotidianità, i riferimenti abituali. In questi contesti più ancora che in altri, poter continuare a studiare significa ritrovare stabilità, sentirsi al sicuro e ricevere il sostegno necessario per affrontare il futuro».
Ma quali sono, concretamente, gli strumenti e le strategie che UNICEF mette in atto per proteggere il diritto all’istruzione laddove è “sotto attacco?”. «Costruiamo spazi di apprendimento sicuri, a misura di bambino e dotati di servizi idrici e igienico-sanitari, alimentazione, assistenza e servizi di protezione. Forniamo anche kit educativi progettati per essere utilizzati rapidamente: la “School-in-a-Box”, per esempio, contiene quaderni, matite e tutto il necessario per le attività scolastiche di circa 40 bambini e un insegnante. E poi ci impegniamo nella formazione degli insegnanti, fornendo materiali didattici e sostenendo i governi nell’integrazione delle risposte educative alle emergenze. Perché sappiamo che la scuola, oltre a essere un diritto fondamentale, è un luogo che salva e protegge le vite dei bambini».
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Foto: Robic Upadhayay