C’è un sottile filo rosso che unisce chi sta chiuso in stanza e chi in casa non sta mai, ma passa le giornate tra strade e marciapiedi, a volte con fare minaccioso, a volte con condotte violente. C’è un sottile filo rosso che passa attraverso una minicar con a bordo due ragazzi che, per divertirsi, rischiano di uccidere colpendo vittime a caso. Quel sottile filo rosso lo chiamiamo “disagio giovanile”. I ragazzi e le ragazze che non escono – o escono pochissimo – da casa li chiamiamo hikikomori. Quelli che ci fanno paura in strada, li chiamiamo “maranza”. Quelli che viaggiano a bordo di costose microcar li chiamiamo “annoiati”.
Sono fenomeni apparentemente distanti ma, a ben vedere, espressioni diverse di un disagio giovanile che, specialmente negli ultimi anni, si sta facendo sempre più evidente e allarmante. Forse non dovremmo stupirci: parliamo della generazione che è stata chiusa in casa per mesi, inchiodata davanti a uno schermo, per arginare una pandemia mondiale. La stessa generazione che, poco dopo, ha visto scoppiare una guerra dietro casa, quella in Ucraina, e poi altre guerre, che arrivano nelle loro stanze grazie a connessioni sempre più veloci e immagini sempre più cruente. La stessa generazione che oggi si confronta con le promesse e le minacce dell’intelligenza artificiale, con i cambiamenti climatici e l’impoverimento economico delle famiglie. Forse il disagio giovanile è la reazione a problemi che altri – gli adulti – hanno consegnato al loro presente e al loro futuro.
Le pareti del ritiro: l’ansia sociale e la trappola delle aspettative
L’isolamento, innanzitutto. L’associazione Hikikomori Italia stima «almeno 200mila casi di ritiro sociale severo e cronico: parliamo di diversi mesi di autoisolamento o perfino molti anni, non di qualche settimana», spiega Marco Crepaldi, fondatore e presidente dell’associazione, che dal 2017 raccoglie richieste di aiuto da tutto il Paese. «Attualmente i nostri soci sono oltre 700 e si ritrovano mensilmente in circa 80 gruppi di auto mutuo aiuto». Sono ragazzi e ragazze, ma anche genitori e familiari, perché «l’hikikomori è un problema sistemico: senza un coinvolgimento diretto della famiglia, è difficile che un ragazzo riesca davvero a uscirne».
Ma perché ci si isola? «La causa principale è l’ansia sociale, legata alla paura del giudizio e alle aspettative di una società sempre più competitiva». E poi c’è la famiglia: «La denatalità – particolarmente forte in Italia come in Giappone – favorisce quello che chiamiamo overparenting, un eccesso di protezione dei pochi figli, che rischia di renderli più fragili e impauriti dalle responsabilità della vita adulta». E c’è un altro elemento: «Il ritiro sociale è possibile soprattutto nelle società più ricche, dove esiste una terza via tra studio e lavoro: quella dell’inattività. Sono anche le società in cui le aspettative sono più alte e il fallimento è stigmatizzato. Laddove invece lavorare è indispensabile per sopravvivere e le aspettative sono minori, questa possibilità non esiste. E l’isolamento è meno diffuso».
La strada e la piazza: l’evoluzione del fenotipo maranza tra stigma e periferie
Al capo opposto di questo filo rosso del disagio giovanile, ci sono quelli che oggi molti chiamano “maranza”. Al contrario degli hikikomori, passano la maggior parte del tempo in strada e sono accomunati da un determinato look e un certo atteggiamento. Se ne sente parlare tanto in questi giorni, tanto che questa espressione indica ormai anche dei testi normativi: i decreti noti come “anti maranza”.
Come nasca e cosa indichi questa parola ce lo spiega Gabriel Seroussi, autore del libro La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza, pubblicato da Agenzia X. «La parola maranza si usava, soprattutto a Milano, fin dalla seconda metà degli anni Ottanta. Jovanotti fu tra i primi a farne uso, per indicare un giovane strafottente e disimpegnato, che frequentava le discoteche, disinteressato ai temi sociali. Una connotazione classista, potremmo dire».
La connotazione razziale arrivò invece molto dopo, nel 2008, «nelle scritte contro i marocchini che apparvero nel quartiere di Corvetto. E questa è l’origine di una credenza molto diffusa, per cui maranza sarebbe la crasi tra marocchino e “zanza”, che in milanese significa ladro». Perché l’espressione diventi “virale”, occorre però attendere il Covid: allora, «su Twitch e TikTok, tanti ragazzi la utilizzano per parlare di giovani per lo più figli di stranieri, soprattutto nordafricani, che ascoltano rap, vestono in un certo modo e hanno un atteggiamento provocatorio».
È solo più tardi che anche gli adulti fanno propria questa espressione: «Nell’estate del 2021 alcuni raduni e atti vandalici tra il lago di Garda e Riccione vengono imputati a gruppi di giovani con le caratteristiche dei “maranza”. A questo punto il termine esplode e invade anche i media, incrociandosi con quel senso di insicurezza del post Covid: la fobia dei maranza e delle “baby gang”». Da allora, la strada sembra segnata: «La narrazione mediatica e politica continua a criminalizzare le seconde generazione, usandole spesso come capro espiatorio, anziché interrogarsi sull’origine del disagio che queste persone in effetti esprimono: le diseguaglianze, la povertà economica e sociale, gli ostacoli al riconoscimento e alla piena integrazione».
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Foto: Associazione Hikikomori Italia
Tratto dal numero della rivista 50&Più novembre