Paul Thomas Anderson porta a casa sei statuette. Michael B. Jordan batte Chalamet e DiCaprio. Tra guerra, IA e stoccate politiche, la notte più lunga di Hollywood.
Anderson domina la notte del Dolby Theatre
Quando al Dolby Theatre di Los Angeles si è spenta l’ultima luce e la statuetta del Miglior film è andata a Una battaglia dopo l’altra, Paul Thomas Anderson ha scritto il capitolo più importante della 98esima edizione degli Oscar.
Il film, un ritratto lucido, e per certi versi spietato, dell’America contemporanea attraversata da conflitti sociali, estremismi e lotte identitarie, ha conquistato sei premi su tredici nomination. Miglior film, Miglior regia, Miglior attore non protagonista a Sean Penn, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior casting (categoria introdotta quest’anno per la prima volta) e Miglior montaggio.
Un trionfo netto, che ha consegnato ad Anderson un posto di rilievo nella storia della cerimonia. Sean Penn però non era in sala: secondo quanto riportato dal New York Times, l’attore si trovava in Ucraina al momento della premiazione.
Jordan supera Chalamet e DiCaprio
I peccatori di Ryan Coogler, horror-thriller vampiresco a ritmo di blues, capace di esplorare con forza l’esperienza della comunità afroamericana tra identità e razzismo, è stato il film più nominato di sempre nella storia degli Oscar, con sedici candidature. Ne ha portate a casa quattro, tra cui quella più attesa. Michael B. Jordan, nei panni dei fratelli gemelli Smoke e Stack, ha battuto Timothée Chalamet per Marty Supreme e Leonardo DiCaprio per Una battaglia dopo l’altra, diventando il sesto uomo afroamericano a vincere come Miglior attore protagonista.
Sul palco, visibilmente commosso, ha citato Sidney Poitier, Denzel Washington, Jamie Foxx, Forest Whitaker. E anche Will Smith, ancora bandito dall’Academy in seguito al celebre schiaffo a Chris Rock durante la cerimonia del 2022 (a Smith è stato imposto un divieto decennale). Ha ringraziato Coogler “per avergli dato lo spazio per essere visto” e i suoi genitori: il padre arrivato dal Ghana, la madre in prima fila accanto a Emma Stone, emozionata.
Dopo la cerimonia, Jordan ha festeggiato il primo Oscar della sua carriera con hamburger e patatine fritte da In-N-Out Burger, statuetta in mano, tra lo stupore dello staff e i fan in delirio fuori dalla porta.
A completare il bottino de I peccatori: Miglior sceneggiatura originale a Coogler, Miglior colonna sonora a Ludwig Göransson e Miglior fotografia ad Autumn Durald Arkapaw, prima donna in assoluto a vincere un Academy Award in questa categoria.
Le attrici, il norvegese e gli anime coreani
Jessie Buckley ha vinto come Miglior attrice protagonista per Hamnet – Nel nome del figlio di Chloé Zhao, in cui ha interpretato la moglie di William Shakespeare con una performance considerata tra le migliori della stagione. Amy Madigan si è aggiudicata il premio come Miglior attrice non protagonista per Weapons, regalando al pubblico uno dei discorsi più leggeri della serata: ha raccontato di aver pensato al possibile discorso di ringraziamento mentre si depilava le gambe il giorno prima, salvo poi presentarsi in pantaloni.
Sul fronte internazionale, il norvegese Sentimental Value di Joachim Trier ha vinto come Miglior film internazionale. Nel ritirare il premio, Trier ha sottolineato che “tutti gli adulti sono responsabili di tutti i bambini e questo dovrebbe orientare anche le scelte di voto”.
KPop Demon Hunters ha invece fatto la storia portando a casa due statuette: Miglior film d’animazione e Miglior canzone originale con Golden, primo brano in lingua coreana a vincere un Oscar. Il Frankenstein di Guillermo del Toro, pur senza premi nelle categorie principali, ha fatto incetta nei comparti tecnici: scenografia, costumi e trucco e acconciature.
O’Brien apre tra ironia e spettri del presente
A condurre la serata per il secondo anno consecutivo è stato Conan O’Brien, che ha aperto con una battuta apparentemente disarmante: “l’anno scorso Los Angeles bruciava, quest’anno va tutto bene”. Il “tutto bene” era ovviamente una finzione. La guerra aleggiava nell’aria senza che nessuno la nominasse direttamente e O’Brien l’ha sfiorata senza affrontarla, lasciando che fosse il pubblico a completare il ragionamento.
Poi è arrivato l’altro spettro: l’intelligenza artificiale. Il conduttore si è presentato come “l’ultimo essere umano a condurre gli Oscar”, con una stoccata che ha fatto ridere ma ha fatto sollevare qualche sopracciglio. Non ha risparmiato YouTube, la piattaforma che dal 2029 trasmetterà la cerimonia, simulando di essere interrotto da una raffica di spot pubblicitari mentre ne parlava, trasformando la gag in una critica puntuale al modello dei video online.
Non si “salva” neppure Epstein
Nemmeno il caso Epstein è rimasto fuori: O’Brien ha fatto notare che per la prima volta dal 2012 non c’erano attori britannici nelle categorie recitazione principali, e che il portavoce britannico avrebbe risposto citando la diversa gestione dei pedofili. Il riferimento, neanche troppo velato, era all’ex principe Andrea e all’ex ambasciatore Peter Mandelson, entrambi citati nell’inchiesta sul finanziere morto in carcere nel 2019. Il controcanto: negli Stati Uniti, nonostante i documenti pubblici citino decine di nomi legati a Epstein, nessuno è mai stato indagato dal Dipartimento di Giustizia.
Ha trovato spazio anche la polemica su Timothée Chalamet, che aveva dichiarato che l’opera lirica non interessa più a nessuno, scatenando le proteste dei teatri di tutto il mondo. “Questa sera la sicurezza è stata rafforzata: sono arrabbiati perché ha escluso il jazz”, ha scherzato O’Brien. Chalamet, seduto accanto alla fidanzata Kylie Jenner, ha riso di gusto.
Kimmel, Bardem e i messaggi politici della serata
Il momento più pungente è arrivato con Jimmy Kimmel, salito sul palco per assegnare i premi al documentario e al cortometraggio documentario. Ha parlato soprattutto di coraggio. Quello di raccontare storie che potrebbero costarti la vita. Ha elencato i Paesi in cui la libertà di parola è a rischio, dicendo di non poterli nominare. E poi ha citato la Corea del Nord e la Cbs, riferimento diretto alla decisione dell’emittente di bloccare la partecipazione del deputato texano James Talarico al Late Show with Stephen Colbert, dopo pressioni della Federal Communications Commission.
Ha successivamente alluso al documentario Melania, sul periodo precedente al secondo insediamento di Donald Trump, con una battuta affilata: “un uomo sarà furioso che sua moglie non sia stata nominata”.
Javier Bardem, sul palco per annunciare il Miglior film internazionale, aveva già detto tutto prima ancora di aprire bocca. Sull’abito, una spilla con scritto “No a la guerra” e un’altra a sostegno della Palestina. Le sue parole sono state brevi e dirette: “No alla guerra. Palestina libera”.
Il red carpet, del resto, aveva già anticipato il tono della serata. Molte star avevano indossato spillette Anti-Ice o distintivi Artists4Ceasefire. La costumista Malgosia Turzanska era arrivata con un abito interamente decorato da spille da balia, quasi un’installazione. La regista tunisina Kaouther Ben Hania aveva protestato per il bando imposto dal governo americano al protagonista palestinese del suo film, dichiarando che si trattava della cosa più razzista possibile.
Tributi, emozioni e qualche esclusione
Tra i momenti più intensi della serata, il tributo di Barbra Streisand a Robert Redford, scomparso lo scorso settembre a 89 anni. La grande artista ha ripercorso la carriera dell’attore, ne ha ricordato l’impegno per la libertà di stampa e l’ambiente, poi ha cantato The Way We Were con la voce rotta dall’emozione. Ha ricordato l’ultima telefonata e il biglietto finale firmato “Babs”.
Il segmento In Memoriam ha reso omaggio a Claudia Cardinale, Giorgio Armani, Robert Duvall, Diane Keaton e Catherine O’Hara. Billy Crystal ha invece omaggiato Rob Reiner. Non tutti però erano presenti: Brigitte Bardot, James Van Der Beek e Eric Dane sono rimasti fuori dalla lista, scatenando polemiche sui social. Un’ esclusione che ricorda quella, altrettanto discussa, di Alain Delon lo scorso anno.
Il premio al Miglior documentario è andato a Mr. Nobody Against Putin. Un ritratto di un insegnante russo che ha denunciato l’indottrinamento dei propri alunni in favore dell’invasione dell’Ucraina. Il co-regista Pavel Talankin, oggi in esilio in Europa, ha ritirato il premio insieme a David Borenstein. Quest’ultimo ha detto che” un Paese si perde attraverso innumerevoli piccoli atti di complicità”, e ha concluso chiedendo di fermare tutte le guerre.
Il Miglior cortometraggio documentario è andato ad All the Empty Rooms. Un racconto di bambini uccisi nelle sparatorie scolastiche attraverso le camere da letto dove non sono mai più tornati. Sul palco è salita Gloria Cazares, la cui figlia Jackie fu uccisa nella strage di Uvalde nel 2022, ricordando che la violenza armata è oggi la prima causa di morte tra bambini e adolescenti negli Stati Uniti.
Una notte lunga, densa, a tratti commovente. Con sei statuette in tasca, Paul Thomas Anderson ha sicuramente dominato. Ma la vera protagonista è stata l’attualità: quella che nessuno ha potuto tenere fuori dalla porta del Dolby Theatre.
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