Il 15 settembre 2026 ricorrono vent’anni dalla scomparsa di Oriana Fallaci, morta nella sua Firenze a 77 anni per un tumore ai polmoni. Dalle trincee del Vietnam ai duelli verbali con i potenti del pianeta, la vita della più grande giornalista italiana del Novecento è stata un’ossessiva battaglia per la verità. Al contempo una parabola umana e intellettuale che continua a conquistare e a dividere i lettori contemporanei. Mai scontata, spesso scomoda. S Coerente con se stessa fino alla fine. L’8 settembre scorso, per Piemme, è uscita “La forza della passione – Lettere a Monsignor Fisichella”. Il volume raccoglie lo scambio epistolare inedito tra la scrittrice gravemente malata e il prelato che condivise con lei l’ultimo anno e mezzo di vita. Il rapporto nacque nel 2005 da una stima intellettuale reciproca, scaturita da alcuni articoli sul pensiero di Benedetto XVI. E si trasformò in un’intensa amicizia.
L’udienza segreta con Ratzinger
Sebbene la scrittrice si definisse “atea cristiana”, trovò nel vescovo un sostegno umano e spirituale negli ultimi mesi di malattia. Tutto iniziò per l’udienza privata con Joseph Ratzinger, organizzata da Fisichella. Lei voleva incontrare il Pontefice “zitta, zitta, lontano da occhi indiscreti”. L’incontro avvenne alla fine di agosto 2005 e durò oltre i canonici venti minuti. La Fallaci portò con sé una copia sottolineata di “Lettera a un bambino mai nato” e un libro di Ratzinger sull’Europa, pure annotato. Non cercava un avvicinamento formale alla Chiesa, ma il confronto con un intellettuale che condivideva la sua lettura della crisi europea: identità, radici cristiane, relativismo, futuro dell’Occidente. Coerentemente, scelse per sé un funerale laico.
L’Alieno
Con l’aggravarsi del cancro, “l’Alieno”, il rapporto si fece ancora più intimo. Anticipando stralci dal libro, Ansa riporta parte del testo di una lettera del 2 maggio 2006, diretta all’amico prelato. ” Ormai – scrive – è diventata un’impresa straziante anche cambiare il nastro di questa macchina. Tutto fluttua dentro la nebbia e in più, a stare seduta, mi manca il respiro, soffoco.” Poi aggiunge: “Era primavera, ricordi, quando ti scrissi per ringraziarti dell’intervista che avevi dato su me e sul Papa. Stavo già molto male. Ma con le tue lettere e le tue telefonate mi tenesti viva fino all’estate. E poi fino all’autunno. E poi fino all’inverno. E poi fino a questa primavera (… )” Fisichella le aveva detto: “Sei una donna forte, intelligente, determinata, ma alla fine rimani una bambina indifesa che ha solo il desiderio che qualcuno le tenga la mano”. Lei rispose: “Se è vero quello che dici, allora stringimi la mano”.
Mantenendo la promessa andò a trovarla poco prima della fine.
Il j’accuse all’Occidente decadente
Scrittrice, cronista e intervistatrice, Oriana Fallaci cresce in un quartiere popolare della Firenze degli anni Trenta. La famiglia ha ristrettezze economiche ma una forte passione per i libri. L’impegno politico parte da casa: il padre Edoardo è un attivo antifascista e a quattordici anni entra nella Resistenza come staffetta delle Brigate Giustizia e Libertà con il nome di battaglia “Emilia”. Trasporta munizioni e volantini nascosti nella spesa e attraversa l’Arno nei punti di secca mentre i tedeschi fanno saltare i ponti. A fine guerra il Ministero della Difesa le invierà un attestato. Lascia presto gli studi di Medicina per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Una scrittura “scomoda”. Dopo l’11 settembre 2001 Oriana Fallaci rompe un silenzio decennale per denunciare, con toni accesi, ciò che vede come una minaccia mortale all’Occidente: il fondamentalismo islamico e, al tempo stesso, la debolezza, l’autocondanna e il buonismo di una parte della classe politica, intellettuale e religiosa occidentale (in particolare europea e italiana), accusata di non difendere i propri valori e di favorire, direttamente o indirettamente, l’avanzata dell’integralismo.
La foto tra le stelle
Dalla seconda metà degli anni Sessanta diventa la prima inviata speciale donna italiana sui fronti di guerra. Tra il 1967 e il 1975 va in Vietnam dodici volte: documenta gli scontri sul campo, viaggia sui cargo militari e denuncia le coperture dei comandi americani insieme all’impatto del conflitto sui civili. Nel 1968 si trova a Città del Messico per coprire le proteste studentesche prima dei Giochi Olimpici e resta coinvolta nel massacro di Tlatelolco. Ferita gravemente, viene scambiata per morta e portata in obitorio, finché un sacerdote si accorge che respira ancora. Negli stessi anni segue il programma spaziale della NASA, intervistando gli astronauti e lo scienziato Wernher von Braun. Nel 1969, durante la missione Apollo 12, il comandante Pete Conrad porta sulla Luna una sua foto da bambina. Celebre la battuta concordata con la giornalista: “Whoopie! Man, that may have been a small one for Neil, but that’s a long one for me”. Più o meno, scherzando sulla sua altezza e l’impresa di Armstrong:” Uao!! Sarà stato un piccolo passo per Neil, ma per me è un passo lungo”.
L’intervista che fece tremare Kissinger
Tra gli anni Settanta e Ottanta firma per L’Europeo e il Corriere della Sera una serie di interviste ai leader mondiali che ridefiniscono il genere. Tra i suoi interlocutori: Golda Meir, Yasser Arafat, Deng Xiaoping, Indira Gandhi, Zulfiqar Ali Bhutto, Willy Brandt e Muammar Gheddafi. L’intervista a Kissinger allora Consigliere per la sicurezza nazionale di Nixon è forse la più famosa. Fallaci, la ricorda sulle pagine del Corriere della Sera. Lo descrive come un “uomo di ghiaccio”, calcolato, con una voce monotona “come la pioggia sul tetto”, ma anche come un timido che si protegge con l’autorità. La frase che fece più scandalo è quella del “cowboy solitario”: “Agli americani, le raccontò, piace il cowboy che guida la carovana andando avanti da solo sul suo cavallo…”. Una frase che apparve l’affermazione di un potere personale da eroe da film western, quasi extra-istituzionale. Kissinger era un giustiziere solitario che agiva senza consultare neppure il presidente degli Stati Uniti d’America. Lui stesso definì quell’incontro “la cosa più stupida della mia vita”. Altrettanto famoso fu il colloquio nel settembre 1979 con l’Ayatollah Ruhollah Khomeini. Durante il confronto contesta l’imposizione del chador definendolo un “cencio medievale” e se lo toglie davanti al leader iraniano.
Il metodo Fallaci
Incisivo, polemico, autobiografico, tagliente e fortemente emotivo. Il suo stile si basa su domande dirette, ritratti psicologici e la descrizione dei dettagli dei colloqui. Dagli anni Novanta la diagnosi di un tumore segna la sua produzione: il tema della malattia e della morte compare già in testi come ‘Lettera a un bambino mai nato’ e ‘Un uomo’, per poi legarsi alla polemica contro l’Islam radicale nei volumi pubblicati dopo l’11 settembre 2001 (La rabbia e l’orgoglio, La forza della ragione, L’Apocalisse). Sulla sua tomba ha voluto che fosse scritto “Oriana Fallaci – Scrittore”. L’essenza di tutta la sua vita. Famosa la sua definizione di approccio alla scrittura: “Risponderò in stile minigonna, cioè abbastanza lungo da coprire l’argomento e abbastanza breve da renderlo interessante”.