“Essere nel vento”: le parole di Bob Dylan per raccontare se stesso

Il Saggiatore porta in Italia l’autobiografia in forma di aforismi del “menestrello di Duluth”. Pensieri sulla vita, la musica e la fama, nella traduzione di Camilla Pieretti

“Essere nel vento”: le parole di Bob Dylan per raccontare se stesso
Bob Dylan – Essere nel vento

Nella mia mente Bob Dylan è legato a due immagini. Il giovane che canta Mr Tambourine Man al Festival Folk di Newport nel 1964, prima un po’ imbarazzato mentre si sistema di fronte a una piccola selva di microfoni e poi lucido ed emozionante mentre condensa la potenza di un’orchestra nel suo one man show; e, più di vent’anni dopo, il signore spaesato, letteralmente in trance, che biascica parole (e più probabilmente le mima) dentro il coro delle star impegnate a registrare We are the world. Con un po’ di ironia, e qualche equilibrismo mentale, ho sempre provato a tenere insieme queste due immagini, e adesso mi sembra di aver trovato la chiave per interpretarle nel piccolo e preziosissimo “Essere nel vento”, una raccolta di parole su se stesso che Bob Dylan ha pubblicato in America nel 2018 e che arriva ora in Italia, edita da Il Saggiatore, nella fresca traduzione di Camilla Pieretti. In una serie di interventi e interviste che spaziano dal 1963 al 2016 Dylan si mette a nudo a proposito della sua personalità, del rapporto con la musica, con la filosofia, col pubblico e con la protesta, per anni l’etichetta distintiva appiccicata sulla schiena del “menestrello di Duluth”.

Ne viene fuori un ritratto magnetico e sfuggente, fascinosamente contraddittorio di uno dei più grandi cantautori della scena “pop” (nel senso più ampio del termine), l’autore di inni generazionali del calibro di Blowin’ in the wind, The times they are a-changin’, Like a rolling stone, The Hurricane, consacrato dalla vittoria del Premio Nobel per la Letteratura nel 2016. Da una parte c’è senz’altro in Bob Dylan una consapevolezza profonda, a tratti seriosa e addirittura messianica, a tratti beffarda e demistificatoria, del suo “dono” e del suo “compito”. In un’intervista per Time del 2001 sostiene senza mezzi termini: “Per me il destino è qualcosa che ci viene attribuito da Dio. È per questo che sono stato messo sulla Terra. Shakespeare è stato messo qui per scrivere le sue opere, i fratelli Wright per inventare l’aeroplano, Edison per inventare il telefono e io per fare quello che faccio. Sapevo che l’avrei fatto meglio di chiunque altro”. In un’altra intervista, alla radio di Chicago nel 1963, quando la sua carriera è ancora agli esordi, il tono è più umile: “Suonavo la chitarra già quando avevo dieci anni, perciò mi sono detto, be’, forse è quello

che so fare. Forse è il mio piccolo talento: c’è chi sa fare torte, chi sa tagliare gli alberi… Nessuno ha il diritto di dire che certi talenti siano migliori di altri. E per me questo è il

mio talento. Forse ne ho uno migliore, ma al momento non l’ho ancora scoperto”. La storia di Bob Dylan è quella di un ragazzo di provincia, nato a Duluth, sulle sponde del lago Superiore, in Minnesota, e cresciuto tra quella e un’altra piccola cittadina mineraria più all’interno: un ragazzo che a un certo punto scappa per inseguire la sua vocazione. È quasi un impulso di sopravvivenza: “Ho lasciato il posto in cui sono nato perché da quelle parti non c’era niente. Vengo dal Minnesota: non c’era niente lì. Non ho intenzione di fingere e dire che me ne sono andato da lì per vedere il mondo, o per conquistarlo. Quando sono andato via da lì, amico, sapevo una cosa sola: che dovevo andarmene e non tornare indietro”. È, al tempo stesso, un impulso lucido, di chi non si abbandona alle circostanze: “Non sono fatalista. I cassieri allo sportello sono fatalisti, gli impiegati sono fatalisti. Io sono un contadino. Chi ha mai sentito parlare di un contadino fatalista?”. Seguendo la sua stella e cavalcando le occasioni Robert Zimmerman si appassiona alla musica, al rock degli anni Cinquanta e poi al folk, che “arriva al momento giusto” e lo rapisce completamente, perché gli permette di cantare “le cose serie, la vita reale”. “Non ho informazioni. Ho solo la vita: con questi occhi e queste mani, quello che mi è stato dato per camminare su questa Terra”, dice negli anni Settanta per spiegare la sua filosofia dell’esperienza.

Da quasi vent’anni Robert è diventato Bob Dylan, in omaggio al poeta gallese Dylan Thomas, visionario, alcolista, irriverente e solitario. Scrive canzoni per necessità: “Ho dovuto scrivermi qualcosa da solo, perché nessun altro aveva ancora scritto quello che avevo voglia di cantare io. Non l’avevo trovato da nessuna parte. Se ci fossi riuscito, probabilmente non mi sarei mai messo a scrivere”. Vive in mezzo a un’altalena emotiva che fa parte del suo mestiere e ancora più del suo carattere: “Sono un Gemelli, che la dice lunga. Vivo sempre agli estremi. Non riesco mai a trovare un equilibrio. Oscillo da una parte all’altra, senza vie di mezzo: sono felice e poi triste, su e giù, dentro e fuori, sopra e sotto. Su fino al cielo e giù nelle profondità della terra”. Forse non gli interessa la felicità, di sicuro tiene a restare autentico: “Finché riesco ad avere ben chiaro chi sono, senza confondermi con ciò che dovrei essere, credo che non avrò problemi”. Quanto allo spaesamento che mostra nello studio di registrazione di We are the world, nel traffico intenso di star regolato dal vigile Quincy Jones, l’interpretazione diventa lapalissiana solo a leggere un paio di frasi. Dylan lo dice chiaro e tondo: “Sono un uomo molto semplice. Mi basta una cosa, forse due… se è troppo mi confondo. Non so gestire la confusione”. E ancora: “Penso che alla fine uno stia meglio se riesce a stare fermo in un posto a guardare il mondo che gira attorno a lui, invece di esser lui a girare da una parte all’altra. Io cerco di starmene tranquillo più che posso, ma non sempre ci riesco e credo che la mia vita personale ne abbia sofferto”.

Oggi che Bob Dylan ha 85 anni, “Essere nel vento” costituisce una retrospettiva imperdibile sul suo singolare percorso, da cui emerge una sfida precisa ed essenziale: sfuggire alle aspettative, all’idealizzazione, all’idolatria che disumanizza e imprigiona. Nel 1988 Dylan registrò con gli U2 un brano intitolato Love rescue me: significativo, e probabilmente autobiografico, tanto per il gruppo quanto per il cantautore. In quella occasione Bono – la solita inclinazione alle frasi roboanti – dichiarò: “Lo amo più di Elvis e di John Lennon, perché Bob Dylan è rimasto vivo”. Colse il punto: forse, per un mito, restare vivo è la cosa più difficile.

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