Viviamo un’epoca in cui – nel bene e nel male – siamo abituati a misurare ogni cosa, soprattutto in termini di produttività e velocità e a questa tendenza non fanno eccezione le scienze sociali, che per definirsi “scienze” hanno appunto dovuto imboccare la via della misurabilità e della verificabilità. Così, la professoressa Cecilia Tomassini dell’Università del Molise ha studiato il tempo della vita dedicato alla “cura” (degli altri), come racconta in una bella intervista che trovate sul numero della nostra rivista. I dati della misurazione collegata allo studio parlano chiaro: l’allungamento della vita ha introdotto una nuova “stagione dell’esistenza” per le generazioni successive, quella caratterizzata dal caregiving, che oggi impegna una donna per circa 17 anni della sua vita e un uomo per 13. Per un’associazione come la nostra questo è da sempre un tema centrale, del quale non sapevamo fino ad oggi dare un contorno numerico, ma che avevamo ampiamente visto arrivare, con numerosi appelli rivolti alla politica e alla società affinché questo sia un’istanza tenuta nella giusta considerazione. Innanzitutto, perché questa attività non è “periferica” rispetto alla vita di tante persone, ma, oltre una certa soglia di ore settimanali, la cura diventa un’attività quasi professionale. Spesso infatti siamo portati a pensare che la cura sia un naturale “debito d’amore” che riserviamo a genitori o coniugi, ma non possiamo ignorare che oggi Il lavoro di cura è l’architrave invisibile che regge il sistema di welfare italiano e come tale merita riconoscimento formale, tutele pensionistiche e dignità sociale. Quest’ultimo aspetto si collega ad un secondo punto: il caregiving non tocca solo il benessere dell’assistito, ma ha delle implicazioni molto forti sulle scelte e sulla serenità di chi assiste. Lo studio prima citato evidenzia un divario di genere ancora molto forte: sono le donne a pagare il prezzo più alto, trascurando il proprio tempo personale e le carriere lavorative. Una società che “lascia fare alle famiglie” senza offrire supporto psicologico, sollievo domiciliare e formazione, è una società che sta risolvendo un problema (di welfare) per crearne un altro (sociale), legato all’occupazione, alla parità di genere, al benessere psicologico degli individui. Il benessere dell’assistito e del caregiver sono vasi comunicanti: se svuotiamo l’uno di energie e speranza, anche l’altro ne soffrirà. È evidente che la sfida della longevità non può essere affrontata con gli strumenti del secolo scorso: se la vita si allunga, deve evolvere anche il modo in cui abitiamo il mondo e rispondiamo alle nostre necessità. L’amore non si può misurare in numeri, né trasformare in politiche pubbliche (per fortuna), ma dare un’oggettività scientifica (e quindi una possibilità di implementazione concreata) ad alcune delle sue espressioni, come la cura, può diventare un formidabile strumento di miglioramento e rafforzamento delle comunità, della società e, si potrebbe dire, anche dell’umanità.
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