Un progetto di ricerca torinese utilizza l’IA per analizzare la struttura delle notizie e distinguere i fatti dalla disinformazione. Primi test sulla crisi in Iran: il sistema ha rilevato che il 28% delle informazioni non è attendibile.
Quando l’informazione diventa un campo di battaglia
Capire cosa è realmente accaduto in una crisi internazionale sta diventando sempre più complicato. Le notizie arrivano frammentate, le fonti si moltiplicano, le versioni dei fatti si contraddicono. In mezzo a questo caos informativo, distinguere una testimonianza verificabile da un pezzo di propaganda richiede tempo, competenze e strumenti adeguati.
È proprio da questa necessità che nasce Newjee, un progetto di ricerca sviluppato a Torino che utilizza intelligenza artificiale e tecnologie Osint (Open Source Intelligence) per analizzare non tanto le notizie in sé, quanto la loro struttura. Controlla le fonti da cui provengono, le entità coinvolte, i pattern che si ripetono e le intenzioni che guidano la distribuzione dell’informazione.
Federico Bottino, fondatore di Kva – Kakashi Venture Accelerator, spiega che l’obiettivo del sistema non è sostituirsi al giornalismo tradizionale, ma offrire un nuovo modo di approfondire la realtà.
Il progetto lavora su più livelli, incrociando dati e metadati per restituire uno spaccato della realtà, capace di aiutare chi legge a distinguere ciò che è verificabile da ciò che rientra nella propaganda, nell’intrattenimento o in altre forme di misinformazione.
L’approccio è tecnico ma l’intento è chiaro: rendere visibile solo ciò che regge a un controllo incrociato delle fonti, oscurando o segnalando tutto il resto.
La crisi iraniana vista attraverso i dati
In questi giorni il sistema Newjee è stato messo alla prova proprio sui flussi informativi legati alle proteste in Iran e alla repressione del regime.
I dati elaborati dall’applicazione mostrano che circa il 72% delle notizie analizzate risulta attendibile, mentre le fonti vengono considerate affidabili nel 65% dei casi. Il 28% dell’informazione circolante, quindi, non supera i criteri di verificabilità stabiliti dal sistema. Le informazioni più contraddittorie arrivano dai media iraniani controllati dallo Stato, che raccontano le manifestazioni come il risultato di interferenze straniere orchestrate dall’esterno. Secondo il report generato dall’applicazione, la copertura delle proteste mostra un’affidabilità moderata con differenze significative a seconda delle fonti. I fatti principali vengono riportati con una certa continuità, ma variano in modo sensibile il numero delle vittime dichiarate e le stime sull’ampiezza delle proteste.
L’analisi evidenzia inoltre come l’intento della copertura cambi radicalmente in base all’origine delle fonti. I media occidentali pongono l’accento sulle libertà civili e sulla responsabilità del governo di Teheran, mentre quelli statali iraniani insistono sulla stabilità interna e sulle minacce rappresentate da potenze straniere.
Emergono così chiari schemi di bias geopolitico. Le voci occidentali tendono a essere più favorevoli ai movimenti di protesta, i media di Stato iraniani sono orientati a minimizzare le rivendicazioni dei manifestanti. Non si tratta di errori casuali, ma di pattern ricorrenti che attraversano piattaforme diverse e suggeriscono una regia precisa del caos informativo.
Come funziona il sistema
Newjee non si limita a raccogliere notizie. Il primo livello di analisi restituisce una sintesi degli eventi che ricostruisce cosa sta accadendo, quali fattori hanno innescato la crisi e come si è evoluta nel tempo. Segue l’osservazione della copertura mediatica recente, in cui le notizie vengono affiancate da indicatori di affidabilità che rendono visibile il peso delle fonti. Le informazioni non sono tutte equivalenti e questa differenza viene resa esplicita attraverso un sistema di valutazione che incrocia più parametri.
Vengono poi isolati i fatti centrali. Le affermazioni principali estratte dal flusso informativo sono valutate in base alla loro verificabilità, mostrando quanto spesso, nel rumore di fondo, le conclusioni precedano le prove. Un ulteriore livello riguarda il modo in cui le notizie vengono costruite: l’analisi del framing mette in luce le cornici narrative che orientano la percezione pubblica, le parole scelte, gli elementi enfatizzati, le emozioni sollecitate. Raccontare non significa solo informare, ma proporre una visione. Da qui emergono anche dinamiche di manipolazione più strutturate: ripetizioni, schemi ricorrenti, coordinamenti che attraversano canali diversi. L’analisi delle entità coinvolte permette infine di andare oltre i titoli, osservando le relazioni tra attori, istituzioni e centri di potere. Uno sguardo ai trend globali restituisce il contesto più ampio: non solo cosa sta accadendo, ma cosa il mondo sceglie di guardare e cosa resta ai margini dell’attenzione mediatica.
La distanza che pesa
Maryam fa parte del team che sviluppa il progetto. Ventotto anni, studia tecnologie linguistiche e Digital Humanities all’Università di Torino. Il suo campo è l’intersezione tra dati, linguaggio e intelligenza artificiale, con un’attenzione particolare all’impatto sociale della tecnologia. Ma c’è una ragione più profonda per cui segue questo lavoro con particolare intensità: è nata in Iran. E da sette giorni non ha più notizie dei suoi genitori.
Come tanti altri membri della diaspora iraniana, cerca di seguire gli eventi da migliaia di chilometri di distanza, raccogliendo pezzi di informazione da canali diversi. Un messaggio che arriva, poi più nulla, una foto che circola ma senza riferimenti temporali precisi. Il flusso informativo è discontinuo, contraddittorio, a volte completamente interrotto. I contenuti che arrivano dall’Iran sono spesso incompleti, con fotografie senza indicazioni sul luogo o sulla data. Filmati che mostrano scene di piazza ma che potrebbero essere stati girati ieri come tre giorni fa. Capire dove sia la verità richiede più che buona volontà.
Gli strumenti come Newjee non offrono certezze assolute, ma costruiscono mappe. Non dicono cosa è vero in senso definitivo, ma segnalano dove il terreno è più solido e dove invece bisogna procedere con cautela. In un contesto dove le immagini vengono riutilizzate, i video manipolati e le testimonianze amplificate o soffocate a seconda delle convenienze, avere una bussola diventa necessario.
© Riproduzione riservata
