L’Assemblea degli esperti ha scelto il figlio del leader ucciso lo scorso 28 febbraio. Dall’Occidente arrivano avvertimenti, mentre le milizie filo-iraniane accolgono con favore la nomina come segno di continuità rivoluzionaria.
Chi è Mojtaba Khamenei, il nuovo leader dell’Iran
Cinquantasei anni, secondogenito e figlio prediletto dell’Ayatollah Ali Khamenei, Mojtaba Khamenei è il nuovo leader supremo della Repubblica Islamica dell’Iran. L’Assemblea degli esperti (l’organismo composto da 88 membri religiosi che ha il compito di eleggere e sorvegliare la Guida Suprema) lo ha designato con quella che l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha descritto come «una schiacciante maggioranza di voti». Nella nota ufficiale dell’8 marzo, l’organo ha comunicato che «l’Ayatollah Seyyed Mojtaba Hosseini Khamenei è stato scelto come terzo leader del sacro sistema della Repubblica Islamica dell’Iran».
La sua figura non era del tutto sconosciuta agli osservatori internazionali, ma per anni era rimasta nell’ombra, almeno agli occhi dell’opinione pubblica iraniana.
Gli iraniani sentirono parlare di lui per la prima volta nel 2009, quando aveva circa quarant’anni: fu un candidato alle presidenziali ad accusarlo pubblicamente, in una lettera aperta al Paese, di essere uno degli artefici dei brogli elettorali. Da quel momento il suo nome è comparso regolarmente in relazione alla repressione delle proteste interne e alla gestione del cosiddetto “governo ombra” del padre; un apparato parallelo dotato di risorse, nomine e portafogli ben più consistenti di quelli dell’esecutivo ufficiale.
Una nomina controversa, anche dentro al regime
La scelta di Mojtaba non è passata indolore nemmeno all’interno delle stesse élite iraniane. Una parte dei vertici religiosi e politici avrebbe preferito un nome diverso, per almeno due ragioni.
La prima è di ordine teologico: Mojtaba non era considerato un ayatollah di rango sufficientemente elevato da legittimare la guida di una Repubblica islamica. La seconda è politica e simbolica: una successione di padre in figlio strideva con i principi fondativi dello Stato iraniano. Khomeini, il padre fondatore, aveva scelto proprio la forma repubblicana per prendere le distanze dalle dinastie monarchiche, quella dello scià in testa.
Nonostante questi malumori, ha prevalso l’ala dura del sistema, con i Guardiani della Rivoluzione, i pasdaran, che hanno impresso la direzione decisiva. La scelta di Mojtaba è stata letta da molti analisti come il trionfo dei “falchi” del regime: una dichiarazione di resistenza, non di apertura.
Il giuramento di fedeltà e le reazioni regionali
Nel pomeriggio successivo all’annuncio, il Consiglio di coordinamento per la propagazione islamica dell’Iran ha convocato un raduno nazionale. La popolazione è stata invitata a raccogliersi simultaneamente in tutto il Paese alle 15 ora locale per giurare fedeltà al nuovo leader. A Teheran, il punto di ritrovo principale era piazza Enqelab, la “piazza della Rivoluzione”, nel cuore della capitale.
Le reazioni provenienti dall’area mediorientale filo-iraniana non si sono fatte attendere. Le principali milizie irachene legate a Teheran hanno accolto positivamente la nomina, interpretandola come una garanzia di continuità. L’organizzazione Badr l’ha definita «una continuità benedetta del percorso della rivoluzione islamica». Asaib Ahl al-Haq ha sottolineato che la nuova guida rafforza il ruolo dell’Iran come «pilastro centrale dell’asse della resistenza». Kataeb Hezbollah ha infine affermato che la scelta riflette una profonda comprensione delle sfide che il Paese si trova oggi ad affrontare.
Le reazioni occidentali
Sul fronte opposto, le reazioni occidentali sono state nette. Donald Trump, intervistato da Abc News, ha dichiarato che la nuova Guida Suprema «non durerà a lungo» se non otterrà il via libera di Washington.
Non è la prima volta che gli Stati Uniti prendono di mira direttamente Mojtaba: già nel 2019, durante il primo mandato Trump, il Dipartimento del Tesoro aveva imposto sanzioni nei suoi confronti. La motivazione ufficiale era che, pur non ricoprendo alcuna carica formale di governo, aveva di fatto operato come braccio destro del padre, lavorando a stretto contatto con i Guardiani della Rivoluzione e contribuendo a perseguire gli obiettivi di destabilizzazione regionale del regime e di repressione interna.
Israele, dal canto suo, ha già fatto sapere di voler fare di tutto per impedire a Mojtaba di consolidare il potere, evocando esplicitamente la sorte del padre: Ali Khamenei è stato ucciso il 28 febbraio scorso nel primo giorno dell’operazione militare condotta da Israele in coordinamento con gli Stati Uniti.
Il cielo è nero su Teheran
Tutto questo avviene mentre su Teheran incombe un cielo nero di fumo. Quattro raffinerie bruciano, tra cui quella di Shahran, che rifornisce di carburante milioni di iraniani. I bombardamenti continuano e il prezzo del petrolio Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta dal luglio del 2022. Un segnale inequivocabile di quanto i mercati stiano guardando con preoccupazione all’evoluzione del conflitto.
Sul campo, il raggio degli attacchi si è allargato ben oltre i confini iraniani. Droni e missili di Teheran hanno colpito installazioni radar e basi militari del Qatar, degli Emirati Arabi, dell’Arabia Saudita, del Kuwait, del Bahrein e della Giordania, inclusa la base americana di Al-Udeid, la più grande dell’area. Gli Emirati hanno segnalato circa 1.300 tra missili e droni ricevuti, rivendicando il diritto di proteggere la propria sovranità. Nel giro di pochi giorni, un equilibrio diplomatico costruito in oltre dodici anni di mediazioni pazienti è stato polverizzato.
Nelle ultime ore, il fronte si è spostato anche sulle reti idriche e sugli impianti di desalinizzazione. È acqua di mare trattata quella che arriva al 90% dei kuwaitiani, all’86% degli omaniti, al 70% dei sauditi. In Israele, l’80% dei rubinetti capta acqua dissalata. Colpire questi impianti significa colpire le popolazioni civili, e la disputa su chi stia bombardando cosa si fa sempre più opaca: nessuno, al momento, si assume la responsabilità degli attacchi alle infrastrutture idriche.
Credit foto: Hossein Velayati
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